CARLO BELGIOJOSO.
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IL CONTE DI VIRTU'.
STORIA ITALIANA DEL SECOLO 14ESIMO.
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Parte 1.
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1876. Francesco Vallardi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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A GIORGIO PALLAVICINO TRIVULZIO.
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Mio caro Zio,
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I soavissimi vincoli che mi legano a te, mi danno il coraggio di porre questo lavoro all'ombra di un nome caro e venerato come il tuo.
La patria nostra ti annovera fra i pi benemeriti suoi figli. Il giovane ardente del ventuno non prov mai stanchezza o sfiducia. Otto lustri pieni d'amari disinganni, di lunghi e sublimi dolori, ti fecero maturo ed esperto; e non logorarono punto il tuo cuore.
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Ma il caldo patriota  anche solerte amico e cultore degli studi ameni. Tu conservi (io ne ho pi di una prova) la piena giovinezza dello spirito per amare le opere dell'arte imitativa e le creazioni della fantasia. La storia fu ed  il campo delle tue ricerche; n tu badi a chi te la appresta, e sotto qual forma, quand'essa  l'eco fedele delle nostre glorie, o dei nostri dolori.
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L'epoca e le vicende che qui pigliai a descrivere ti sono troppo note. Quando nella tua giovent chiedesti alla maestra dei popoli una ragione per sperare che l'Italia avrebbe finalmente spezzate le catene che le erano imposte dallo straniero, ti sarai senza dubio arrestato a questo periodo storico per rimpiangere il fallito gioco del destino. Lo scopo d'allora era quello d'oggi: ridonare l'Italia a s stessa; ma la via per arrivarvi era troppo diversa. Alla privilegiata mente di un uomo, all'impero di una sola volont, all'ambizione di un eroe, si dovevano sostituire l'affetto, il proposito, la concordia di un popolo.
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Non  per menomare la gloria della nostra impresa, che io ne cercai un raffronto nel passato. Provando che il grande concetto, divenuto oggi articolo di fede per tutti, era nei secoli trascorsi la tacita aspirazione di qualche mente eletta, io avr aggiunta, se pur ne  d'uopo, qualche altra autorit alla coscienza dei nostri diritti. Sono voti dispersi, che io vo raccogliendo per deporli nell'urna sovrana del grande plebiscito nazionale. Imperocch noi non abbiam nulla inventato; il merito nostro  d'avere unanimemente voluto.
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Dopo ci,  inutile che io ti preghi a volermi usar cortesia. Credo anzi, che quando mi si accusasse di essere stato temerario, tentando cosa al disopra delle mie forze, tu sarai il primo a scolparmi. Se in queste modeste pagine vi ha qualche tepore di un affetto non del tutto ingeneroso, il tuo cuore sapr scoprirlo. Alla peggio, tu vorrai tener conto del mio buon volere, e farne ragione di pi indulgente giudizio.
Sii tu dunque il primo a leggere la mia narrazione, e la apprezza come se fosse l'obolo offerto dal povero; essa  quanto so, non quanto vorrei dare.
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Luglio 1861.
Carlo Belgiojoso.
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CAPITOLO PRIMO.
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1.
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Nel fondo di un deserto chiassuolo, che mette capo alle mura di Pavia, dove queste fanno argine al Ticino, esisteva nella seconda met del secolo 14esimo un casolare di sinistro aspetto, sul conto del quale correvano le pi bizzarre dicerie.
Sorgeva esso a due piani, da una base quadrilatera, in mezzo ad uno sfasciume di macerie ivi deposte da gran tempo ed inerbate di musco e d'ortiche. Cinto per tre lati da una spianata di terra mossa, guardava pel quarto sulle mura, e vi aveva uscita per una porta colle imposte corrose, ravvicinate da chiavistelli irruginiti.
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Tale edificio, costrutto di bigia migliolite fin sopra la finestra del piano terreno, era coperto pel resto di una rinzaffattura tutta sgretolata. L'avresti detta una torre mozza, danneggiata pi dalla violenza degli uomini che non del tempo, cui erasi aggiunto un tetto d'ardesia per destinarla ad abitazione d'alcuno. Dalle sue forme robuste traspariva alcun che di ribaldo; rassomigliava ad un vecchio, che, dal suo reggersi fermo e dal suo fare risoluto, lascia indovinare essere egli stato a' suoi d un prode.
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La muraglia era qua e l sparsa di finestre, che pi propriamente si sarebbero chiamate feritoie, tanto erano alte e ristrette. Solo una aprivasi pi ampia verso le mura, e quella era contornata da un giro di pietre disposte ad arco, entro cui due minori volte coincidevano sull'baco di una esile colonna spirale. Grosse spranghe di ferro attraversavano orizzontalmente ogni apertura, ed una grata egualmente solida, ma meno inelegante, chiudeva dietro la colonna la finestra superiore.
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Se questo edificio sorgesse a' d nostri, non s'avrebbe fatica ad indovinarne l'origine; fors'anche qualche leggenda tradizionale ci porrebbe sulla via di scoprirne e di tesserne la storia. Ma lasciando da banda le indagini inutili, v'ha quanto basta per classificarlo tra gli avanzi di quelle bastite, entro cui nel medio evo si ricoverava la prepotenza feudale; ridotti inaccessibili, di cui, pi che altra citt, andava superba la cospicua sede dei re longobardi.
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L'imaginosa credulit degli uomini d'allora correva al di l di questa spiegazione, e ravvisando in quelle ruine abbandonate l'ignominiosa decrepitezza attribuita alle fatucchiere, nutriva la credenza che fossero opera d'arte diabolica; che fantasmi e spettri ivi convenissero ogni notte a celebrare riti infami. Nessuno osava quindi mettere piede l dentro, e neppure avvicinarsi a quelle mura. E se taluno era costretto a percorrere il sentiero vicino, vi si metteva di pieno giorno, e passando biascicava delle preghiere, tenendo gli occhi sur una croce di legno piantata sull'altro canto, a tutela di passaggeri, per scongiurare la tregenda.
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Nessuno perci poteva di certa saputa riferire che vi fosse l dentro. Si narrava che strani ed orribili castighi avessero colpiti gli audaci, che in addietro vi erano penetrati. Ma se alcuno non ne era uscito vivo, chi mai osava raccontare tante storie di demonj e di streghe, di catene strascinate, e di flagelli fischianti? Chi ne aveva respirato l'aria pregna di zolfo, chi aveva veduta quella luce pi cupa delle tenebre, quel lago di pece e di sangue, un novero infinito di laidezze e d'orrori?
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La paura, come quell'arbusto che ha le radici all'aria e vive non si sa come, trova appunto nel vuoto il suo alimento. Gli occhi e gli orecchi di un pauroso vedono ed odono pi grandi cose appunto quando si trovano fra le tenebre e nel silenzio.
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Certo  che quell'edificio non sembrava avere n padrone n abitatori. Una miriade di ragnateli ne suggellava gli ingressi, la ruggine aveva saldato il chiavaccio nelle rispettive anella. Il terreno tutt'intorno era in preda ad una vera anarcha di erbe spontanee, vergini ed intatte chi sa da quanti anni: il rmice, l'appio selvatico ed il verbasco crescevano vegeti e verdeggianti; in qualche parte i cerfuglioni degli arbusti sembravano venire alla prese per disputarsi la padronanza di un palmo di terra. Un grosso tronco d'edera s'avvinchiava ad un angolo della casa, e svoltosi in pi rami ricopriva in varie parti le crepature e lo smattonato; poi con bizzarro contorcimento ripioveva sopra s stesso, mascherando una piccola porta, ignota a tutti, dove erano le tracce di un va e vieni recente.
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Una sola di tante dicerie s'appoggiava ad un fatto certo. Di notte tempo i navalestri, rimorchiando i loro batelli, o vogando attraverso il fiume per mettere a terra i passaggeri (poich il magnifico ponte non era ancora compito) vedevano un lume dietro la grata della finestra, ed avvicinandosi alle mura udivano talvolta una voce limpida e giovanile ripetere soavi melodie, cui il sommesso mormorare delle acque ed il lontano strepito delle selve agitate dalla brezza notturna aggiungevano incanto.
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Ma questo fatto cos semplice e naturale non calmava punto le apprensioni dei creduli. Quella luce era sinistra; quelle note racchiudevano la potenza arcana di una fattucchieria; se pur non venivano interpretate come lamenti di vittime, o canti di trionfo d'un orgia infernale. Non importa, che ci arrestiamo ad indagare la cagione di questo pregiudizio. Ognuno ravvisa subito in esso la meno strana delle tante superstizioni, che formano il tratto caratteristico di quel secolo.
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L'ignoranza d'allora (chi non lo sa?) non era soltanto la completa nudit, l'inedia ed il torpore dello spirito; ma diventava una rete d'errori, in cui incappavano tutte le menti; era una scienza audace, petulante, infarcita di false dottrine, sempre pronta a prestar fede alle cose assurde, sempre ritrosa ad accettare le vere.
Lasciamo che un intera popolazione, in altre cose valida e generosa, tremi davanti ad uno spauracchio da fanciulli. Queste fantastiche credenze sogliono essere la poesia della plebe primitiva, sempre amante di cose meravigliose. Meglio  che ci proviamo a sollevare il velo che ricopre un mistero.
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L'interno del casolare era ben altra cosa. Due piccole stanzette a terreno e due altre superiori, riunite per mezzo di porte e di una scala, costituivano l'interno suo scompartimento. Pareva che fossero state di recente svecchiate e ridotte a commoda abitazione. Nelle camere terrene eravi il corredo delle masserizie domestiche; nelle superiori spirava una certa quale eleganza per la assettatura delle muraglie e per la forma delle suppellettili. Dominava in queste e in quelle lo stile gi in uso ne' paesi nordici, che arrivato a noi conserv il nome di gotico, ancorch fosse corretto dal classico romano non ancora vieto e disusato: stile pi splendido che commodo, pi fantastico che bello, condannato dall'arte severa, e pure a quando a quando ricondotto in trionfo dalla nemica d'ogni costanza, la moda.
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Nella parte interna dell'edificio, cui apparteneva la finestra, che abbiamo accennata, v'era un salotto quadrato a cupola ottangolare con fondo azzurro cosparso di stelle d'oro, limitato da coste di pietra scolpite a fogliami, e riunite in un rosone al vertice della volta. Gli spicchi di questa, che scendevano nel mezzo delle quattro pareti, s'appoggiavano a peducci sostenuti da mensole, e da queste rinascevano altri quattro archi acuti, il cui profilo tagliava l'angolo retto della camera, lasciando sotto di s uno spazio triangolare capace di un armadio. Alla rozza finestra corrispondevano internamente solide imposte colle cornici a rabeschi, e i piccoli vetri rotondi, su cui piovevano drapelloni di stoffa.
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Una bazzana color di robbia dilavata con meandri impressi, ricopriva la parete, lungo la quale erano disposti in ordine seggioloni di vacchetta, fregiati di chiodi lucenti, con appoggiatojo e cimasa ad intagli. Sorgeva nel mezzo della camera una tavola ottagona, e rinchiudevano gli spazj angolari opposti alla finestra due scaffali con aperture ad arco acuto, e fregi smilzi e leggiadri. Finalmente dal mezzo della volta scendeva una lucerna di terra cotta, a tre luminelli, portata da catene di terso acciajo.
L'aspetto esteriore di quell'edificio era dunque un inganno. L'ordine e l'eleganza, che regnavano al di dentro, avrebbero rinfrancato anche il pi timido, appena osasse metter piede su quelle soglie.
Ma entr'esse si racchiudeva un secreto; il mistero era una necessit, e l'altrui vigliaccheria tornava opportuna a custodirlo.
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2.
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Sul declinare di un bel giorno di primavera dell'anno 1383, una giovane donna, l'abitatrice di quel casolare, tutta sola e profondamente commossa, sedeva presso alla finestra, e meditava.
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Nell'et delle speranze la poveretta pregustava l'amarezza del disinganno, questa messe infallibile degli anni maturi. Nessuna cosa esteriore pareva occuparla. L'occhio al pari del pensiero, dopo avere brevemente errato sugli oggetti circostanti, ricadeva sopra s stessa, e da' suoi momentanei divagamenti ritornava pi languido e sconfortato, come se riportasse la conferma delle ragioni, che gli infondevano un'insolita mestizia.
E pure lo spettacolo, che le si parava dinanzi, era lieto. Il cielo splendido e terso, come  spesso fra noi ne' giorni di maggio, offriva le pi vaghe degradazioni di tinte, dal freddo azzurro al color d'ambra infuocato. Qualche nuvoletta, rossa e vaporosa sulla parte pi elevata della volta celeste, porporina ed opaca presso l'orizzonte, ne accresceva il brio e la trasparenza. E dove una striscia ardente accennava il tramonto, vedevasi sorgere sublime e poderosa la cerchia alpina irta di creste acute ed inviolate, degna corona di chi fu regina del mondo: le nevi eterne, vivificate dalla scintilla del sole, pigliavano l'aspetto di un baluardo di fuoco.
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A' pi della catena de' monti, un'indefinibile zona di vapori ravvolgeva nell'ombra le minori roccie delle prealpi, le amene ondulazioni dei colli, le popolose borgate dell'alto piano e gli interminabili campi della gran convalle accerchiati sul davanti da foreste, che assumevano il verde proprio di una vegetazione recente e rigogliosa, mano mano che si avvicinavano all'occhio del riguardante. Sul ciglio del fiume le piante e le casupole da pescatori si specchiavano capovolte nelle acque, ripetendone i contorni in un'ombra tremula e prolungata.
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Il Ticino era attraversato da quel ponte, tuttod esistente, che a quell'epoca reputavasi una meraviglia dell'arte. Gli archi di varia corda e di raggio diseguale reggevano un parapetto con colonne destinate a sopportare una tettoja, che, appunt'allora, stavasi compiendo. Ai capi di esso vedevansi due forti, e in varj punti s'agitavano a stuolo manuali ed operaj affrettati al lavoro.
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Maestose scendevano sotto di esso le acque del fiume, nere all'ombra degli archi, argentine ove riflettevano i colori del cielo; qui e qua popolate dai navigli de' commercianti, che dalla loro forma s'accusavano esperti del mare, da battelli di pescatori ingombri di reti e pettinelle, e da barchette di passaggieri. Le une lente e affaticate risalivano la correntia a forza di braccia, o rimorchiate da cavalli; le altre guizzavano a fior d'acqua colle prore taglienti, sobbalzate da remi, oppure si lasciavano condurre in bala del fiume, e scendevano con esso verso la sua foce. E l'occhio poteva accompagnare per lungo tratto le tortuosit di quella maestosa vena del commercio, finch da lungi rassomigliava allo strascico serpeggiante di una matassa di fil d'argento.
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Ma queste bellezze attraversavano la pupilla della riguardante senza punto fissarvisi. L'animo di lei, per solito sensibile agli spettacoli della natura, era preoccupato da pi forti pensieri, e lasciava che i sensi errassero, senza riposar su alcuno degli oggetti circostanti; erale quindi impossibile che la mente si raccogliesse a pronunciare un giudizio; impossibile del pari che il cuore vi rispondesse con un palpito. Quando l'animo  consapevole dello stato suo, addolorato o lieto ch'ei sia, legge nella natura una parola che lo conforta o lo compiange; trova almanco in essa un'amica che sorride o s'attrista all'unisono con lui; ma quando si agita in una lotta, di cui non prevede il fine, e non ha altra certezza fuor quella d'esser gioco d'un amaro dubio, allora uno splendido apparato di prodigi divien cosa muta ed impotente.
La povera donzella accusava la stanchezza del corpo. Sedeva mollemente accasciata su di uno scranno d'ebano ricoperto di velluto, a spalliera alta, cui potevasi appoggiare il capo. Aveva le braccia distese, non rigide, non cadenti, sostenute sulle ginocchia dalle mani conserte; e tra le mani teneva il fiore della modestia, un bianco ed odoroso mughetto. Al fiore volgeva ella frequenti sguardi; a quando a quando se lo accostava alle nari per respirarne le fuggevoli fragranze; forse anche per imprimere un bacio su quella corolla, che, sbucciando il d inanzi vicino a lei, era stata testimonio di benaugurati sorrisi.
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Vestiva un abito di sciamito bruno, alla foggia viscontea, con corpetto d'egual tessuto allacciato sul davanti da un nastrino di seta, che ne avvicinava i margini nella parte pi cava dell'imbusto, lasciandoli discosti in alto, dove le forme del petto e delle spalle pigliavano maggior rilievo. Da quest'ampio sparato, e tra la stretta delle cordicelle, sfuggivano i piccoli rigonfii di un bianchissimo lino pieghettato, molle a segno, che accusava ogni andamento delle purissime forme. Le maniche strette disegnavano il braccio, e s'aprivano al gomito per dar escita ad un vezzo di seta candida. Un cordone bruno e bianco coi capi ornati di nappine d'argento le cingeva la vita smilza, poi andava a perdersi tra le ampie pieghe della gonnella, i cui lembi erano dalla luce radente segnati di un contorno vibrato e quasi bianco.
I suoi capelli eran bruni, e divisi dalla pura addrizzatura in due trecce, che sparivano dietro l'orecchio, e ne riuscivano inanellate fino a toccar l'omero. Riflettevasi in essi il color dell'aria imprimendo lungo la curva de' parietali due lucide strisce divergenti; e dietro la nuca cadevano libere alcune ciocche, che sembravano umide, tanto erano voluttuosamente molli e pieghevoli.
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L'occhio grande, nerissimo, velato da lunghe ciglia, era alquanto socchiuso, ma non aveva perci meno fuoco; lo sguardo, qualche volta subitaneo ed imperioso, pi spesso languido e mansueto, era sempre pieno di giovent e di vita. Sulle labra alquanto tumide e moderatamente vermiglie errava un sospiro dilungato, che le componeva ad una grazia ineffabile. Descrivere in ogni sua parte quanto fosse vezzosa non  opera di parole; anche il pennello sarebbe inetto all'assunto. Baster il dire che l'insieme di quel volto aggiungeva all'avvenenza ed alla giovent quell'incanto che nasce dall'accordo perfetto della fisonomia collo stato dell'animo.
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L'amarezza dell'ironia, lo sgomento di un dolore improviso, il ribrezzo del disinganno traducono con segni visibili la passione, ma scompongono l'armonia de' lineamenti, che  il secreto d'ogni belt; mentre la rassegnata sofferenza le aggiunge pregio, e la rende ancor pi soave, mescendo alla purezza della forma l'incanto della virt. Quella fanciulla adunque, bella se gaja e sorridente, sembrava ancor pi bella or che s'era fatta malinconica e pensierosa.
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Agnesina (tale era il suo nome) non vedeva pi intorno a s le pareti di quella abitazione, che era divenuta la sua casa, dacch non aveva pi parenti: quelle mura a lei s care solo pochi d inanzi, testimonii discreti d'ogni sua azione, conscie de' suoi palpiti e delle sue gioje. Rade volte, durante il suo breve soggiorno, erasi tolta di l; ma al rientrare in casa aveva sempre salutata la sua modesta cameretta come un'amica, e le care inezie che vi si trovavano, come i depositarii di altretante grate memorie. Ora non pi cos gli sguardi ricadevano indifferenti su quelle suppellettili, che ella era solita assestare e ripulire con tanta cura. Il liuto, lo stromento favorito delle donzelle innamorate, da cui sapeva trarre le pi patetiche melodie, pendeva silenzioso alla muraglia. Dalla piccola biblioteca, composta di poemi e di ballate, era stato tolto il suo prediletto canzoniere; ma questo le stava accanto, aperto a caso, senza che l'occhio ricercasse quei versi letti e ricantati altre volte con tanta passione.
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V'ha delle creature d'una tempera cos sciagurata, che non sanno aprire il cuore a lieta realt, e l'intendono solo a cose meste, povere anime, che vestono un'eterna gramaglia, e, incredule d'ogni felicit, colgono le spine, e sfiorano le rose. Ma la nostra fanciulla non era di queste; noi lo vedremo tra breve.
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Agnese, accorgendosi che il fiore languiva, rinvenne dall'estasi, e si rialz per immergerne lo stelo in un calice pieno d'acqua, posto sul davanzale della finestra; poi lo sogguard alquanto, quasi aspettasse dal suo rinverdire il prezzo della pietosa cura che gli aveva prodigato. Ma nel rimettersi al posto, le sue mani s'avvilupparono in un filo esilissimo di seta, che le cingeva il collo, e andava a perdersi nelle pieghe della camicetta In quel movimento ravvis il piccolo medaglione che eravi appeso. Il pensiero corse rapido ad esso; riconobbe la persona ivi effigiata, e la salut con un lampo improviso di gioja gli occhi e il volto ripigliarono l'obliata serenit, le guance si tinsero d'un vivo incarnato; alla sua posa languida fe' succedere un movimento pieno di vita, e schiuse involontariamente le labra, sclamando o mia buona madre.
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Poscia baci quell'imagine con indicibile tenerezza.
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3.
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Su quell'imagine e su quel fiore si raccolsero in una mistica contemplazione i sensi svagati della fanciulla. I due oggetti, per l'origine e la natura loro s diversi, rappresentavano appunto l'antagonismo dei sentimenti, che faceva ondeggiare il suo cuore, e quella battaglia di passioni, di propositi, di speranze, in mezzo a cui esso combatteva col doloroso dubio della sconfitta I rimpianti del passato, le realt della vita attuale, le visioni dell'avvenire scorrevano dinanzi a lei con una successione rapida e piena d'evidenza; ma in quella vicenda quanto chiare e distinte erano le imagini, altretanto rimescolate e indecise riescivano le emozioni; ogni dolcezza ricordata traeva seco una stilla d'amaro, come ogni rimpianto aveva la sua piccola parte di refrigerio.
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Quel ritratto le ricordava gli anni spensierati dell'infanzia, la cui memoria  s dolce, quando essa  passata. Rammentava gli innocenti trastulli, ravvivati da gare, ma scevri d'invidia, la compagnevole giocondit delle amiche, il benevolo garrire della governante, il facile pianto ed il pi facile sorriso; poi le prime ingenue vanit, i primi palpiti innocenti. Il cuore ben di buon grado s'impadroniva di quelle care memorie, tentava arrestarne le fuggevoli impressioni, spronava la mente a penetrare in quel labirinto d'inezie, per trarne alla luce ogni arcana dolcezza. Ma i sensi ottusi dagli acri profumi di quel fiore imbrigliavano la memoria, che ad un tratto si faceva muta ed infida nel resuscitare il passato.
Allora un'altra pagina della vita s'apriva agli occhi della trambasciata, e vi leggeva l'indomabile passione, che le cangi in noja la pace domestica, e le prime lacrime non incolpevoli, e la menzogna pronunziata dinanzi alla propria coscienza; poi vedeva in s stessa l'orfana imprudente, che aveva abbandonata la casa, col pretesto di un pericolo, che forse non esisteva; docile ai consigli di un sentimento, che era troppo fervido per vantarsi del tutto innocente.
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A quest'idea un brivido mortale le invase le membra, e gi provava i primi sintomi di un dolore disperato, quando la voce di colei, che la vegliava dal cielo, accorse a confortarla, susurrandole in cuore: colui che tu ami  degno di te.
Ma il cuor suo era esso indovino?  possibile che una madre svincolata dagli affetti terreni, e in vista di Dio, conforti una fanciulla colpevole?
La desolata ripiombava in un altro campo di dolori; e gi vedevasi, in pena del suo fallo, abbandonata dall'uomo, pel quale aveva fatto getto d'ogni ben suo una perplessit angosciosa le entrava nel cuore; e il demone della gelosia v'infiggeva un acutissimo strale.
Cos quell'infelice, dopo avere ondeggiato fra troppi dolori, e troppo scarse consolazioni, ritornava esausta di forze al punto da cui era partita.
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La memoria, quest'eco fedele del passato, senza di che la vita sarebbe il nascere ed il morire d'ogni giorno, raccoglie il bene e il male, e lo affida al criterio, perch lo riordini e lo raffronti. Cos dalle cose trascorse pu lo spirito umano leggere davanti a s quelle che lo attendono; a quel modo che le vicende cosmiche di una giornata ci fanno prevedere quelle dell'indimani.
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Ora quest'indimani, sulla scorta del passato, le appariva ancor pi tempestoso. Essa, gi d'animo proclive alla mestizia, vieppi contristata dai presentimenti e da un insolito rampognare della coscienza, ricadeva in una pi cupa desolazione, e Vergine Santa, sclamava tra s, l'ora  varcata: il sole ormai scomparso dall'orizzonte segna il termine di questa giornata di aspettazione. Che mai sar, accaduto? Tu non conosci, amor mio, come sia lungo un d, quando ogni ora, ogni minuto porta seco una speranza delusa? Un palpito di gelosia schianta il cuore; e tu potesti protrarre tanto il mio martirio? Mio Dio, non mi punite dimani con un altro giorno simile a questo; fatemi piuttosto morire... Oh deve essere stata grave la mia colpa, se tanta e s grave  la pena!
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Rimaneva poscia silenziosa e come assopita; il pensiero di espiare con que' dolori il suo fallo, faceva momentaneamente tacere le angosce della passione gelosa, e la guidava ad altr'ordine di idee. Ci pareva racconsolarla alcun poco. La speranza di ottenere il perdono di sua madre era l'unico rimedio contro quel veleno, che le rodeva il cuore. Ne beveva quindi a larghi sorsi. In quel momento avrebbe gradita la morte come il pi provido dono della mano di Dio E gi nella mentale aspirazione con cui chiedeva al cielo di riavere l'amore di sua madre, stava racchiusa la tacita preghiera d'essere tolta all'indefinibile imbarazzo di un'esistenza avviata cos sinistramente.
Che avanza alla tradita colpevole? continuava ella fra se. Come ottenere l'oblo degli uomini? come far rifluire alla sua sorgente quel sangue che i battiti di un cuore colpevole espandono sulla mia fronte, imprimendovi il marchio della vergogna? Vivr lontana da tutti; fuggir la luce del giorno; e poi? Nell'eterna notte che mi circonda, la mia colpa briller di una luce ancor pi spaventosa. Se io chiudo gli occhi per non vederla, una voce me ne parler all'orecchio; se ogni senso langue, quella voce avr sempre eco nel cuore reo e giudice ad una.
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Quest'idea, ancorch fosse feconda di dolori, non era pi il coltello di prima. Da che il cuore aveva consacrato un palpito alla memoria della madre, da che le sue labra avevano pronunciato quel santo nome, la sua mestizia s'era fatta pi placida, e la mente riposava alquanto nella fiducia che la pia protettrice le avrebbe di lass scoperta ed inspirata la via dello scampo.
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A rinfrancarla, a toglierla alla tortura di tante dubiezze, contribu non poco una circostanza del tutto fortuita. Al magnifico tramonto, che abbiamo raccomandato alla imaginazione de' nostri lettori, era succeduto il pi mite, il pi sereno crepuscolo. Era quell'ora, in cui cessano le fatiche del giorno, e l'uomo e la natura si riposano per ritornare alla vita pi gagliardi; quell'ora, in cui le anime degli infelici, stanche da lunga battaglia, possono alfin gustare qualche istante di tregua, e lo spirito umano, se straniero alla febre fittizia de' sociali consorzii, si chiude e s'addormenta inconsapevole d'ogni cosa che gli sta intorno, certo soltanto che tutto di quaggi ha un termine il dolore quindi come la gioja.
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Il cielo era bruno, a quando a quando rischiarato da qualche stella. Il suolo, ancor pi bruno, si confondeva in un sol piano suffuso da un'ombra umida e trasparente, di cui sarebbe impossibile tradurre colle parole la vacuit; l'orizzonte soltanto era avvivato da una zona crocea e lucente. L'aria spirava freschissima e calma; il fiume correva placido e deserto. Le barche imborchiate alla riva, resistendo colle loro prore taglienti al corso delle acque, ne accrescevano lo strepito. Era cessato il lavoro sul ponte; e non restava che una lieve traccia della vita giornaliera nel brillare di qualche lumicino attraverso le impannate trasparenti dei casolari.
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In mezzo a questo generale silenzio giunse all'orecchio di Agnesina il canto del popolo raccolto in una vicina chiesuola Aperse le imposte, si prostese quanto era possibile sul davanzale della finestra, e pot meglio ascoltare il pietoso metro, con cui venivano celebrate le lodi della Vergine, e le armonie del salterio, che ne tempravano il ritmo. Altre preci vi successero, poi un inno d'adorazione, infine un augusto silenzio, accompagnato dai rintocchi di una campanella. Dopo breve istante echeggiarono le volte di un canto di ringraziamento; poscia tutto rientr nel silenzio, e non si ud che il sommesso fruscio della folla, che si dileguava.
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Ben di buon grado si vorrebbe far sosta a questo punto; perocch, se i dolori della donzella valsero a suscitare un primo senso di piet in chi ci ascolta, assai pi gradito dovrebbe essere a lui il vederla tornare vittoriosa dalla prova.
La fanciulla, nel rivolgere il pensiero a sua madre, aveva trovato vicino a lei un asilo. Per essa e con essa eravi la pace del cuore; la pace indefettibile e sicura. Gli affetti non vedono distanze; l'anima sua, avida in questo momento di pigliar il volo al di sopra degli affetti del mondo, ormai non sentiva il peso della catena, che la stringeva alla terra.
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Ma la dolcezza, ch'eragli piovuta nel cuore, provida quanto la rugiada pel campo inaridito, non avrebbe avuto durevoli effetti, se Agnesina, rimettendosi sulla via de' buoni propositi, rimaneva sola a combattere, e non incontrava una voce amica, che le infondesse coraggio.
Quella distanza fra il pentimento ed il perdono, che l'anima ravveduta confonde in un sol punto, racchiudeva una serie di dure ed inevitabili prove. Quale sarebbe, e come lunga e difficile l'espiazione, la fanciulla non sapeva dirlo a s stessa. Le religiose armonie avevano appunto dissipato le tenebre, rassodato la volont, rinfrancato il proponimento. Ne' canti di quei divoti aveva parlato la madre sua. La desolata, sollevandosi alcun poco dalla sua umile posizione, aveva chiesto un ajuto; e la pia protettrice era accorsa a lei.
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Agnesina, trasportata in quel punto entro le mura del vicino chiostro, avrebbe supplicato colle lacrime agli occhi di potervi rimanere finch le durasse la vita. Per quanto gravi fossero i sacrificj, che le venivano chiesti come arra di sua fermezza, ella avrebbe acconsentito a subirli, meglio contenta che rassegnata; a condizione per, che il primo atto di sua volont fosse accolto come un voto saldo ed immutabile.
La poveretta sapeva con chi avesse a fare; sapeva che il cuore, pronto talvolta a dar tutto s stesso in un istante, diviene peritoso e malfermo se gli vien concesso tempo di ritornare sopra le sue generose risoluzioni. E non s'ingannava. Le scosse ricevute la rendevano dubiosa di conservare il dominio di s. Ogni atto di volont, ogni virtuoso desiderio, ogni proposito rassomigliava alle orme stampate nell'arena. Esse attestano, finch dura la calma, su qual via fosse diretto il passaggero; ma se ferve la tempesta, non appena impresse, si cancellano.
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Prima di narrare come escisse la fanciulla da questo bivio,  necessario dire chi ella fosse; se pure non fu gi colpa, tacendolo fino ad ora, l'aver chiuso la via al lettore di sciogliere da s la questione, e d'indovinarne la fine, coll'ajuto della storia.
Spettava Agnese alla famiglia de' Mantegazzi, nobile casato di Milano, chiaro per sangue e per ricchezze, uno de' pi illustri di Lombardia, al tempo che essa si reggeva a popolo, vantando una serie di caldi propugnatori delle patrie franchigie.
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Narrano i Cronisti Arnolfo e Fiamma, che nel 983, dopo la morte di Gotofredo, essendo stata conferita la dignit arcivescovile a Landolfo, si dest grave corruccio tra il popolo, per l'insolenza e gli abusi di quel prelato e della sua famiglia.
Bench il dominio supremo della citt e delle terre dipendenti spettasse ai successori di Carlo Magno quali re d'Italia, i vescovi ed i conti, come feudatarj, vi esercitavano un'influenza immediata e quindi assai pi efficace. Nel decimo secolo, morto Ottone Secondo a Benevento nella guerra contro Crescenzio e succedutogli a soli tre anni Ottone  Terzo, l'arbitrio de' feudatarj e de' conti era giunto a tale misura, che dire si potevano padroni assoluti, anzich vicarii di un principe lontano.
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La giustizia stava pel popolo, s mal governato da chi doveva essergli modello di piet e di pace; ma l'interesse (come avvien sempre) creava de' parziali all'autorit ed alla potenza di chi sedeva in alto. Alle parole di sdegno del popolo risposero le pi odiose concussioni di chi lo reggeva. Riuscite vane le rimostranze, i malcontenti ruppero in clamori sediziosi, indi in aperta rivolta.
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In quell'epoca i governanti non possedevano tutti que' mezzi, che valgono oggid a sorreggere il potere contro la volont di un popolo mal governato. L'uomo valeva l'uomo: il ferro della malconcia sbirraglia, che assiepava la persona del principe, non era meglio temprato del ferro, di che s'armava il popolano. L'esito d'ogni contesa dipendeva pi dal numero, che dall'impeto e dalla sagacia de' combattenti. Si venne alle mani; e dopo vane avvisaglie tocc all'arcivescovo una piena sconfitta, s che a stento ebbe salva la vita, ritirandosi dalla citt co' fratelli e cogli amici, e abbandonando alla discrezione de' vincitori il padre, che vecchio e stremo di forze non si era condotto al campo.
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L'arcivescovo Landolfo dopo la rotta si diede con ogni potere a raggranellare forze per riavere la sede perduta. Stipendi raccogliticci, largheggi agli avventurieri le rendite della sua chiesa, e con un esercito abbastanza poderoso si fece incontro ai Milanesi nel campo di Carbonaria, sfidandoli a battaglia. Ma anche qui la sorte gli fu avversa; e per la seconda volta dov ritirarsi davanti all'irrompente foga del popolo.
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In questa battaglia, oltre a un gran numero di prodi, periva miseramente un tal Tanzino de' Borri, riputato il fiore de' cavalieri milanesi. Un suo famigliare o scudiero, accecato dal dolore di tal perdita, rientrando in citt, corse come forsennato al palazzo dell'arcivescovo, e, non sapendo su chi sfogare la sua vendetta, uccise Bonizone, vecchio capitano, padre dell'arcivescovo. Questo scudiere chiamavasi Mantegazzo; ed  da lui, dice il Fiamma, che ebbe origine la famiglia di questo nome.
Altri storici, e fra questi il Giulini, non s'accomodano in niun modo a tale racconto dei vecchi cronisti; credendo vituperoso, che una nobile schiatta proceda da sorgente s impura. Ma poich i posteri non hanno merito delle virt, n colpa dei delitti degli avi, pare che non si faccia torto alle successive generazioni nel ripetere questa istoria, e nell'ammetterla come probabile, fin tanto almeno che non ci sia dato di trarre in luce qualcosa di pi degno o di meno incerto.
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Checch sia dell'origine di questa famiglia,  fuor di dubio, che subito dopo il mille, essa era insigne e potente. Nella storia milanese si fa parola di un Boschino Mantegazza condottiero d'armi del secolo undecimo. Egli fu signore e patrono di una vasta terra, situata sul confine dei contadi di Milano e Pavia, in vicinanza di Vidigulfo, resa celebre da una sanguinosa battaglia seguita nel 1061 fra le popolazioni delle due citt: in essa fu tale la strage, che tutto il suolo rimase coperto di cadaveri. Da questo fatto quella terra, acquist il nome di Campomorto; e da Boschino eredit la famiglia sua l'investitura della medesima.
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Il capitano milanese fece edificare un tempio votivo sul campo della battaglia; e ad eterna testimonianza di sua vittoria fond ed arricch con splendida dote un albergo pei pellegrini.
Giovanni suo figlio combatt giovinetto a Campomorto; e, scampato prodigiosamente all'eccidio di quella giornata, coltiv per lunga serie d'anni le arti della pace, e fu per equit e per senno tenuto in gran conto presso i suoi concittadini. Fregiato del titolo di padre della patria, venne eletto rbitro in varie contese civili, e nel 1123, essendo giunto ad et quasi decrepita, defin e compose le scandalose dissensioni tra le podest clericali di Milano.
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Tra i consoli della citt nell'anno 1143 havvi un altro Giovanni Mantegazza, che non sapremmo dire se fosse figlio o nipote del primo.
Tutti i decreti e le sentenze che si promulgarono durante la republica milanese, emanavano dai consoli, che solevano apporre a tali atti nome e suggello. Ma a rendere meglio accetta la legge, quasi sempre ai nomi de' consoli seguivano quelli di alcuni cospicui cittadini, che ne avevano sorvegliate le deliberazioni, garantendo colla loro adesione l'incolumit della republica. Quest'adunanza, che aveva un officio consultivo e, a proprio dire, costituiva un senato, chiamavasi collegio dei sapienti, o con altro nome credenza. Tra i membri di essa riscontriamo nel 1156 un Guglielmo, nel 1170 un Ardicio ed un Algiso, tutti della famiglia Mantegazza.
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Un secolo pi tardi, quando la libert de' Milanesi era travagliata dalle ire di parte fra Torriani e Visconti, a frenare la potenza de' primi, che accarezzando le passioni del popolo erano saliti a minacciosa grandezza, surse Ottone Visconti arcivescovo e capitano, egualmente insigne. Fra le sue imprese pi segnalate, dirette ad infiacchire la fazione avversa,  dagli storici singolarmente celebrata la presa del castello di Seprio, dove Guido da Castiglione, parziale de' Torriani, racchiudeva il nerbo della sua forza.
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Ottone, raccolti all'uopo i valligiani d'Ossola, li arm di tutto punto, ed inebriatili colla promessa di ricco bottino, li condusse la notte del 28 marzo 1287 sotto le bastie di Seprio; mentre le scolte torriane, infingardite da lunga tregua, s'abbandonavano al riposo.
Il numero e l'impeto degli assalitori e la rilasciata disciplina degli assaliti decisero in brev'ora le sorti di questo fatto d'armi. Le porte del castello furono sbito abbattute; e le guardie nemiche, calate le armi, rimisero nelle mani del vincitore le chiavi della rocca. Ottone di libera uscita agli armati, e assecondando la sospettosa gelosia del popolo milanese, comand che venisse spianato quel covile della tirannide, e ne proib in perpetuo la riedificazione.
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Questo avvenimento accresceva la potenza de' Visconti di quel tanto, che era stato tolto a' Torriani; ma risvegliava ad un tempo contro Ottone que' sospetti, che prima aveva egli suscitato contro i suoi nemici. Imperocch presso la maggior parte de' milanesi, a mantenere le apparenze della libert, aveva contribuito fin allora il fatale equilibrio dei due emuli partiti.
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La sorte, concedendo la vittoria ad Ottone, non solo non sciolse la questione, ma non giunse tampoco ad assopirla. Gli amici de' Torriani e de' Visconti parteggiavano per questi o per quelli a seconda degli impulsi momentanei, e pigliando legge dall'interesse; ma il popolo, che in cima ad ogni suo pi caldo affetto, poneva quello della libert, consentaneo a s, disertava di solito la causa del potente, per accostarsi al partito del debole: giacch dal vincitore poco poteva sperare, tutto aveva a temere.
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La sconfitta de' Torriani a Castel Seprio aveva dunque ristorato il partito dei vinti. Gli sguardi de' popolani cangiavano punto di mira, senza rendersi perci meno sospettosi. Gi si mormorava in Milano contro la fortuna d'Ottone; ed i pi ardenti cittadini pronunciavano fuor d'ogni mistero parole sediziose.
Ottone pertanto ricorreva al solito mezzo de' potenti; la forza. Lasciando che una gran parte di popolo arrovellasse in cuor suo, oppose agli sdegni di esso tutto l'apparato delle sue armi. Allora si vide la citt brulicare di sgherri istrutti a sciogliere le capannelle, a frenare le discussioni, ad impedire i tumulti. Ogni porta della citt forn alla signoria un drapello di 50 uomini guidati da un capitano; ed  a quest'epoca, se prestiamo fede a Tristano Calco, ed al Corio, che si institu col nome di Provisione, una magistratura di dodici individui, eletti ad ogni bimestre e sedenti nel Broletto vecchio, per provedere in un coll'arcivescovo alla sicurezza della republica; magistratura che, snaturata nelle varie fasi storiche di Lombardia, conserv il suo nome fin presso a' nostri giorni.
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La vigilanza del Visconti non fu soverchia. Quando la forza materiale soffoca la parola, il pensiero matura in silenzio. Chi tenta uccidere un'idea, comprimendola in ogni sua spontanea manifestazione, rassomiglia a colui che s'avvisa di togliere la vita ad un arbusto, spiccandone i freschi germogli. Ei spesso non ottiene il suo intento, anzi fa opera da buon cultore; poich, sotto questo modo di persecuzione, il virgulto rassoda la fibra, e, se nacque debole e mal fermo, cresce poi vegeto e vigoroso.
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Le cospirazioni allignano tra le strettezze ed il bujo; Ottone il sapeva. Forzando ad un ingiusto silenzio il suo paese, previde che quel ringojare inesaudite tante giuste aspirazioni avrebbe spinto il popolo a tramare in segreto contro la sua autorit. Non and guari infatti, ch'ei scoperse una imponente congiura. Un tal Ruggiero Damiani, preso in sospetto di favorire il ripristinamento della fazione torriana, venne imprigionato. Fermo da principio a respingere ogni accusa, fu posto alla tortura; n questa fall al suo tristo scopo, perch l'infelice svel tra i tormenti le fila di una vasta cospirazione, e numer, veri o falsi, i nomi de' suoi complici.
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Troviamo ravvolto in quella congiura, anzi fra i principali autori di essa, un Paolo de' Mantegazzi. Medit costui con Guido Cusani, con un Cutica, un Maineri e un Bescap di richiamare i della Torre e di collegarsi col marchese di Monferrato. Ottone, poich, ebbe conosciuti i suoi avversarj, cess dal temerli, ancorch numerosi e potenti. Sventata la trama, fu pel suo secolo assai mite nel punirla. Fiacc il nemico col dividerlo ed impoverirlo: lasci da banda i supplicj che lasciano un postumo di livori e di vendette, e relegato il Mantegazza in Bobbio, i suoi compagni in altre terre, usufrutt i beni de' taglieggiati a pro dello stato.
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Anche in mezzo al trambusto delle fazioni e fra l'attrito di una vita civile esercitata in publico ed allo scoperto, il governo del Comune milanese, mite e provido rispetto ai tempi, attendeva all'ordinamento delle sue leggi.
Fino al secolo duodecimo erano leggi le consuetudini patrie sancite dalla sapienza de' nostri maggiori, convalidate dal tempo e dall'uso, ed aventi forza obligatoria per tutti. A questo modo l'autorit della legge era fondata sul vero spirito di essa, potendosi dire, a rigor di parola, essere la volont dei pi l'rbitra della republica.
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Legislatori erano i capi di famiglia. La pratica di un'arte, l'onorato esercizio di un'industria, e financo, quale testimonio di matura esperienza, la sola canizie quand'essa  incontaminata, erano titoli ad eleggere, o ad essere eletti rappresentanti del popolo. La malliola, tavola metallica somigliante allo scudo dei Celti, che percosso da un martello rendeva un suono stridente, li chiamava a raccolta; poich in allora le campane erano un oggetto di lusso, e le lettere d'avviso non sarebbero state comprese da quella buona gente, la pi parte illetterata.
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La publica piazza, di cui talvolta un lato soleva coltivarsi ad ajuole (come lo attesta il nome di broletto), era il luogo di convegno; ed uno sgabello ricinto da una balaustra costituiva la parlera, ossia la tribuna degli oratori.
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Ma la legislazione, che emanava da un tale sistema, semplice nel suo concetto come gli uomini d'allora, diveniva nella applicazione farraginosa e poco maneggevole: perocch mancando le disposizioni generali e sommarie, che provedono al pi gran numero di casi, reggevansi i singoli a norma dei tempi e delle circostanze. Erano miste colle buone consuetudini le meno buone; alcune venivano esautorate da un condannevole disuso; altre, perdurando ancorch inutili, paralizzavano e rendevano inefficaci le necessarie. Vero , che quella grande famiglia viveva in una specie di stazionariet morale; ma questa era pi apparente che reale.
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Il mondo a passi lentissimi, compiva pur sempre nelle indispensabili sue fluttuazioni un piccolo movimento verso la civilt, la quale, proscrivendo a lungo andare le viete costumanze, creava nuovi bisogni. Infine tutte queste leggi, le necessarie come le superflue, le stabili e le transitorie, le politiche e le economiche erano sparse e confuse; taluna scritta fuor d'ordine, tal altra perfino non registrata in alcun documento publico, e raccomandata soltanto alla memoria di chi doveva farla osservare.
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Non  a dire che in quella mole di decreti e di leggi non vi fosse del buono; ve n'era e molto, fatta ragione ai tempi: ma quel tanto andava confuso tra il superfluo e l'improvido, non come il grano prima di essere svestito e vagliato, che pur sempre  grano; ma come l'oro nato ammalgamato col terriccio, che pare materia vile, finch non  sottoposto agli argomenti dell'assaggiatore.
Il novarese Brunasio Porca, assunto alla podesteria di Milano nel 1216, fu il primo che avvisasse a raccogliere le consuetudini del Comune in un corpo di leggi. Chiam egli a s alcuni fra i pi discreti personaggi della citt, e li invit ad occuparsi con giurato zelo di tale officio. La compilazione fu condotta a termine con grande studio: ma solo molti anni pi tardi la citt nostra ebbe il primo suo codice, diviso in 18 rubriche e riconosciuto sotto il nome di Statuti. Per essi fu determinato la spettanza di ciascun magistrato. Il podest, investito del potere esecutivo, doveva vegliare all'esatto adempimento delle leggi; ma non poteva n alterarle, n in caso di dubio applicarle senza l'approvazione delle credenze. Stabilivasi di quali membri, e di quanti, doveva comporsi ogni credenza, variandone il numero e l'importanza a seconda della questione cui era chiamata a definire. Affidavasi infine ad una speciale magistratura il sindacato della gestione dei podest, de' Consigli e degli officiali della republica. La prima promulgazione degli Statuti fu fatta solennemente dalla loggia degli Osii nel 1251, essendo podest Giovan Enrico da Ripa.
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Ma le leggi non possono essere immutabili in una societ, che s'avvia al suo incivilimento. Gli statuti perci apparvero ben presto incompleti; nuove leggi si dovettero emanare, onde riempirne le lacune; e intanto queste aggiunte, volute dalla necessit, ingrossavano ad ogni istante, e creavano gli antichi imbarazzi.
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Solo un secolo dopo, nel 1348, Luchino Visconti affid ad un collegio di sapienti la nuova compilazione degli statuti. Componevasi quel collegio di giurisperiti e di morum periti: dotti i primi, gli altri gente onesta ed esperta. Appartenevano ai primi, per dir di alcuno, un Leone Dugnani ed un Manfredo Serizoni, personaggi gi cospicui per avere onorevolmente trattata la pace fra i milanesi e la corte d'Avignone; gli altri erano cittadini estranei alle cavillazioni del foro, ma in quella vece esperti degli usi del paese e bene accetti ad ogni ordine di persone.
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Con poche varianti furono gli statuti riordinati e messi in pieno vigore nel 1396 durante il governo del primo duca, e ressero inalterati il nostro paese finch divenne provincia di Spagna. La Spagna, che imprese a civilizzare il nuovo mondo col ferro, riport da esso, co' tanti milioni in oro ed argento, una tristissima esperienza di governare i soggetti. Ripudiate le antiche violenze, che cangiano i popoli conquistati in altretanti nemici e tengono vive le speranze della rivincita, divis d'abbatterli, spegnendo in essi ogni sentimento patrio, ogni coscienza de' proprj diritti. Arriv a questa meta per varie vie, e con diverse arti; n ultima tra esse fu per noi quella d'infirmare e d'abolire gli statuti patrii, per sostituirvi le sue nuove costituzioni, ammasso incndito di leggi strane ed improvide, che partorirono forse pi funesti effetti delle catene e dei supplizj.
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Ho fatto cenno dell'origine della nostra legislazione come per incidente, condotto a ci dalla circostanza che nelle varie fasi di essa ebbe sempre parte alcuno della famiglia, di cui  discorso. Ne valga un esempio. Nell'elenco de' pi cospicui personaggi di Milano fatto nell'anno 1277 da Marco de' Ciocchi, cancelliere della curia, onde sottoporre alla scelta dell'arcivescovo tutte le persone degne d'essere elette a rivedere e correggere gli statuti, troviamo registrato il nome de' Mantegazzi.
Successivamente, in epoche prossime a quella cui risale la narrazione, parecchi di questo casato ebbero posto distinto nella storia patria. Ne citer alcuni a compimento delle poche notizie, che ho raccolto intorno ad esso.
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Antoniolo Mantegazza fu tra i dodici questori l'anno 1409. Bertone congiur coi Baggi e coi Del-Maino contro il duca Giovanni Maria Visconti, e lo fer mentre attraversava i suoi appartamenti per recarsi alla chiesa di S. Gottardo il giorno 16 maggio 1412. Giovanni fu difensore della libert del popolo l'anno 1447, durante la breve e fortunosa republica ambrosiana. Nel 1518 quando Isidoro Isolani pronunci innanzi al Senato, agli ambasciatori ed al Lautrecht, legato di Francesco I, un ampolloso discorso intorno alle vicende del ducato di Milano, e ne port alle stelle le glorie e gli eroi, nomin tra questi i Mantegazzi. Altri di tal nome spettarono pi tardi a quell'insigne collegio di sapienti, di cui disse il Crescenzi. Non uscirono dalle academie d'Atene tanti filosofi legislatori, quanti dal milanese collegio eminenti dottori; che se non hanno dato legge agli imperi, hanno almen dato legge co' loro sensi alle leggi degli imperatori.
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Si dir che queste notizie ci fanno deviar troppo dall'argomento.  vero; ma, nel chiederne scusa a chi legge, l'avvisiamo fin d'ora, che quante volte ci verr dato di scordare le private e minute vicende per risalire alle publiche e pi importanti, non mancheremo di farlo; persuasi che il benevolo lettore, invece di accusarci d'aver violate le leggi dell'arte, ci sapr grado d'avere per un momento posposto l'accessorio al principale, il racconto alla storia.
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Quando nacque Agnesina, la famiglia sua viveva affatto privatamente in Milano. Tale abbandono delle publiche cure durava spontaneo da pi anni; dall'epoca, in cui l'avo della fanciulla (Boschino egli pure di nome) aveva colle armi alla mano spento un resto di vitalit della fazione torriana, suggellando col sangue de' suoi concittadini e col suo il termine delle discordie intestine. Questo fatto gli ebbe aggiunto tale autorit, che incontrando egli un d le soldatesche imperiali ostilmente atteggiate presso la curia (Cordusio) le costrinse a ringuainare le spade, gi pronte a ferire gli inermi, colla sola sua presenza e al patriotico grido di viva Galeazzo Visconti.
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Ma dato gi il bollore di quella vittoria, alla stretta dei conti, ben s'avvide che il frutto di essa era scarso ed amaro. Pungevalo anzi tutto il pensiero d'avere coll'opera sua cresciuta di troppo la potenza dei Visconti a danno della libert, e pi ancora s'inaspriva all'idea che gli amici cangiati in padroni erangli divenuti ingrati. E in cuor suo la sconoscenza di coloro, pe' quali aveva speso il sangue de' suoi fratelli, era una piaga, che non aveva rimedio.
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Ripose le armi, e abbandon la citt, giurando che egli e il figlio suo non le avrebbero mai pi imbrandite. Ritiratosi nella sua terra di Campomorto, pose ogni studio a rassodarne il suolo, da lunga mano intristito e selvatico; e, colla scorta delle dottrine agricole, edite appunto allora ne' dodici libri di Piero de' Crescenzi bolognese, fece rifiorire i campi, miglior lo stato de' suoi coloni, e risvegli l'emulazione de' vicini. Sped il figlio Maffiolo all'Universit di Bologna, che allora era gi in fiore; poi a Firenze; indi a Pisa, dove erasi inaugurata una cattedra di commenti alla divina Comedia; lo richiam infine a Pavia, quando i dotti d'Insubria ivi convenuti preconizzavano le glorie di quell'Universit, che pochi anni dopo veniva fondata ed arricchita dal secondo Galeazzo.
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Maffiolo entr nei disegni del padre, e li assecond religiosamente. Consacrandosi allo studio delle lettere e cooperando al loro risorgimento, riesc utile alla patria, anche senza pigliar parte alle troppo frequenti sue lotte. Cerc ed ebbe cara l'amicizia dei dotti; e, fissatosi di nuovo in Milano dopo la morte del padre, us famigliarmente col Petrarca, che alternava la sua dimora fra la citt ed il suburbano Linterno. Guidato da s grande maestro, ripigli con maggior calore lo studio de' classici. Per avviso di lui, e colla sua scorta, frug nelle polverose pergamene de' chiostri, lesse, decifr gli antichi codici, e se non ebbe la fortuna di diseppellir tesori, pot almeno vantarsi d'aver avuto parte nell'illustrare un brano delle questioni tusculane, le quali, al dire del maestro, erano state s maltrattate dagli scrivani, da credere che riescirebbero cosa nuova allo stesso loro autore. Fra i cinquanta copisti, che esistevano a' suoi tempi in Milano, ei pot a buon dritto vantarsi d'essere il principe, e ne diede prova riproducendo il Tesoro di Brunetto Latini su candidi fogli usciti dalla cartiera di Pace da Fabiano, che poco prima aveva tratto dalla Germania l'arte di fabricar carta di lini. Il suo lavoro fu condotto a tal grado di correttezza e di perfezione da svergognarne il Crotto da Bergamo, l'Aldo de' suoi tempi.
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Maffiolo possedeva quanto pu rendere felice un uomo. In quel secolo di continue violenze, di gare e di lotte incessanti, egli, tra i pochi privilegiati, godeva la vera pace del cuore; non la pace noncurante ed egoistica, che vive di s, e si fa scudo co' proprj interessi alla piet de' mali altrui; ma quella vigile ed operosa, che scongiura il male prevenendolo, che fa ravvisare le cose di quaggi dal lato meno tristo, che guida ad accomodarvisi senza pompa di rassegnazione. Egli era ricco: e, per la sobriet de' suoi costumi pi ricco de' suoi pari, tesoreggiava su quanto altri chiamano necessit della vita, per essere largo coi bisognosi. La sua stessa dottrina riesciva tanto pi atta a crescergli stima, in quanto che era una potenza nuova e superiore: e il vulgo ammira e venera ci appunto che meno comprende.
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N il suo elevarsi fra i pochi dotati di una pi vasta cultura di spirito, lo rendeva schivo e difficile colla folla degli ignoranti; anzi, rifuggendo dalle vuote dottrine, che evaporano in cavilli e scilomi, cercava quella, che ha una pratica applicazione, e che lo rendeva utile di consigli e d'opera a coloro, che ricorrevano a lui. Lo studio dei classici era la parte pi riposata della sua esistenza; il nerbo di essa consacrava a definire private querele, a comporle, a ravviare le imprese pi ardue, a proteggere gli oppressi ed i pusilli. E, cosa rara, seminando beneficii a piene mani, non si doleva (come avviene per solito) di raccogliere ingratitudine; forse perch soleva trattare con tal classe che non isdegna riconoscere l'altrui superiorit; e, senza forse, perch, condotta a termine una buona azione, si gittava tosto e tutto cuore in un'altra, senza aspettare o pretendere mercede qualunque delle compiute.
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Il cielo lo aveva giustamente premiato accordandogli la pi bella, la pi saggia compagna in Gabriella degli Omodei, fanciulla milanese, che accoppiava alla pi squisita leggiadria del corpo quell'eletto profumo di virt, che si rassoda cogli anni, e prepara un largo compenso alle fuggevoli attrattive della giovinezza. Troppo lungo e difficile sarebbe il porgere un ritratto fedele di questa duplice belt; quando essa raggiunge l'ideale della perfezione, meglio  lasciarla indovinare, che tentare di descriverla. La virt modesta non vuol troppa luce; e l'inestimabile tesoro di dolcezze, che una sposa bella e virtuosa reca in mezzo alla sua famiglia,  cosa che, se  ben compresa dagli animi gentili, riesce sempre, a dispetto di ogni magistero di parole, un enigma per chi incrud il suo cuore nell'attrito delle passioni vulgari, ed apprese a dubitare di ogni cosa, e sopra tutto d'ogni cosa buona.
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La prima fase di cos felice unione fu, come l'aprile dei poeti, fiori e speranze. Entrambi facevano mille progetti per l'avvenire: discutevano intorno alla sorte de' loro figli, come se ne avessero gi un subbisso: facevano i pi dorati sogni sull'ineffabile felicit di vedere ringiovinito e perpetuato il loro amore nell'amore della prole. Ma ogni anno traeva seco una speranza delusa; e, bench la privazione non rallentasse menomamente i legami d'amore, il dubio fatale della solitudine lasciava loro nel fondo del cuore un vuoto, che niun altro affetto poteva riempire.
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Passarono due lustri senza alcun mutamento. Maffiolo, nella speranza di rendersi pi propizio il cielo, ritratt il voto, forse troppo severo, di suo padre, e promise solennemente, che se avesse avuto un figlio maschio, lo consacrerebbe alle armi. Passato il governo di Milano nella signoria de' Visconti, giur di scordare gli antichi livori, e di difendere la patria nella potenza de' suoi signori con quanto avrebbe di pi caro, la vita del proprio figliuolo. E Gabriella?... Stempravasi, poverina, in preci, in pie offerte, in ardere ceri benedetti; n tralasciava di consultare empirici ed indovini, per aver rimedi e scongiuri contro la fatale sua sterilit.
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Correva l'undecimo anno di matrimonio. Gabriella non era pi la giovane donna, dalle gote color di rosa, dalle labra sempre sorridenti, dalle forme esili e pieghevoli. La leggiadria della sposa cedeva alla bellezza della matrona; bellezza pi maestosa e severa, quantunque alcun poco sbattuta dal languore proprio alle donne defraudate delle gioje materne. Maffiolo non aveva contratto dall'assueta convivenza la fatale freddezza s facile in chi gode, di pieno diritto e senz'ombre, un tesoro. Egli trovava nella sua sposa gli stessi pregi; anzi parevagli che la mansueta rassegnazione, a cui da qualche tempo era composto il suo viso, gli crescesse soavit ed avvenenza.
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Sedeva egli un giorno nel suo studio davanti ad uno stipo, e tutto curvo sullo scannello, s'occupava a colorire il frontispizio di un elegante libro liturgico ad imitazione di quelli, che aveva ammirato presso i frati minori di Firenze, insigni in quest'arte. Era un ricchissimo esemplare di caratteri gotici estremamente smilzi, dipinti a varii colori e ripartiti con elegante artificio sur un lucido foglio di cartapecora. La riga superiore, pi majuscola e quadrata, era colorita di vivacissimo minio, ed ogni contorno chiudevasi da minute pagliette d'oro. Le altre variavano di tinte e di forma; l'una pavonazza e d'argento, l'altra di schietto oltremare, l'ultima tutta d'oro. A legare insieme quel quadro correvano in ogni senso i pi bizzarri ghirigori, che parevano gittati gi a caso; alcuni di essi, appena visibili, legavano l'una lettera all'altra, altri gonfii e sfogliati lasciavano sbucciare qua e l fiori e frutta di squisitissimo lavoro. Una cornice, miniata alla stessa foggia, correva in giro alla pagina; e ciascuno de' suoi membretti rinchiudeva differenti meandri coloriti con pari vivezza ed armonia. Solo ai quattro angoli v'erano spazii liberi, entro cui bamboleggiavano puttini, e svolazzavano bende di vario colore in campo dorato. Tutti questi ornamenti segnati con alquanta aridezza mancavano di rotondit e rilievo; ma in cambio brillavano per la soavit del disegno: scopo unico, a cui miravano a que' giorni i ristoratori dell'arte.
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Maffiolo, tutto occupato nell'imprimere un sorriso sul volto di uno di quegli angioletti, e nello staccare l'oro arsiccio delle chiome da quello del fondo, non s'accorse di una sorpresa, che gli veniva preparata dietro le spalle. Gabriella a passi misurati e leggieri entrava inavvertita nel gabinetto; e giunta fin presso allo stipo, tendendo le braccia sopra la spalliera della sedia, imponeva leggermente le mani sugli omeri dello sposo, mentre si curvava su di lui, tanto che il suo volto gli giungesse all'orecchio, e gli impedisse di volgersi e ravvisarla. In questa postura gli sussurrava intanto con voce sommessa alcune parole, che, per un tratto squisito di pudore, non soffriva gli fossero lette in viso.
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Oh mille volte benedetto il Signore, sclam Maffiolo, levandosi da sedere, e sciogliendosi da quella stretta, per abbracciare alla sua volta chi le annunciava la buona novella. Sposa mia, mia dolcissima Gabriella, soggiungeva, compendiando in questo affettuoso vocativo tutta la piena della sua tenerezza: tu dici il vero? il cielo ci ha dunque esauditi? Non saremo pi soli: non morr il nostro nome con noi? Poi staccandosi alcun poco da lei, e ponendole una mano sotto il mento, tentava di fissarla negli occhi. Ma con ingenua ritrosa Gabriella facevagli violenza, evitando di incontrare i suoi sguardi, vergognosa forse di non sapere esprimere la propria commozione altrimenti che colle lacrime: quindi ella pure esclamava: Oh benedetto, mille volte benedetto il Signore.
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Il manoscritto, imaginatelo, non riesc a quella perfezione, cui pareva avviato. Da quel d, e per una lunga serie di giorni, invano si sforz Maffiolo di incatenare la sua mente sui consueti lavori. La fantasia correva sfrenata in un campo d'ipotesi l'una pi ridente dell'altra; il dabben uomo aveva obliato ogni sua diletta abitudine, fuor una: quella di far del bene quanto e a quanti poteva.
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CAPITOLO SECONDO.
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7.
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Vuoi tu scoprire la virt vera, ed imparare a conoscerne le gradazioni infinite? Studia l'uomo colpito dalla sventura: il campo, fatalmente, non sar sterile alle tue ricerche. La sventura rassomiglia al crogiuolo sottoposto all'azione del fuoco: questo scompone la materia, respinge le particelle vili o superflue, ritiene le nobili: quella, scuotendo ogni fibra, ed elaborando i pi nascosi sentimenti, fa che brilli in piena evidenza, libero e scevro da pregiudizj, ogni riposto tomo di tolleranza, di generosit, di rassegnazione. Dietro un tale procedimento, quante volte la pi gretta esistenza si rialza bella di un sublime eroismo? quant'altre volte per esso troviamo l'orpello in cambio dell'oro, e la virt dei tempi felici ridotta a ciurmeria da scena? Il dolore  quaggi l'aureola del giusto; e, merc la sua propriet depuratrice, diviene spesso la redenzione dell'uomo colpevole.
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Maffiolo sub una terribile prova; pi terribile per lui, perocch la sventura si versava sul suo capo, mentre sognava allegrezze. Pure ne usc degno della sua antica virt; quel d, in cui esult al dolcissimo annunzio che era divenuto padre, segnava l'ultimo periodo di vita dell'amata sua donna. Un malore violento ed indomabile la riduceva in pochi giorni alla tomba.
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Dipingere gli spasimi di Maffiolo sarebbe impresa pi che ardua, temeraria. Non creder sempre a quel dolore, che erompe in istrida e contorcimenti. La ferita da cui geme il sangue in abbondanza non  di solito la pi dolorosa; quella invece, che non mostra n cicatrice n grumo, sanguina nelle cavit, e cagiona strazii senza misura. Maffiolo, dopo un primo istante di gioja, previde a qual patto il cielo aveva appagato le sue brame. L'avvenire era oscuro; la speranza in vero vi mesceva qualche conforto; ma colla speranza era il dubio, col dubio l'angoscia.
Lo stato di Gabriella si fece tosto assai grave; e l'infelice sposo, che non l'ignorava, sapeva mostrarsi calmo e confidente in faccia all'inferma, per non aggravarla del suo dolore. Preparato ad una probabile separazione, fece tesoro di quegli ultimi giorni; non si stacc mai dal letto dell'ammalata; e le prodig cure e conforti coll'intelligente solerzia delle donne, che hanno il privilegio della piet operosa verso chi soffre. Le ore passavano lente; ma i progressi del male erano rapidissimi. Al quindicesimo giorno Gabriella era in fin di vita. Consapevole del doloroso sacrificio ma rassegnata al volere di Dio, ella invocava, spirando, ogni benedizione sul capo delle amate creature, che era costretta ad abbandonare.
Un cupo e disperato dolore pingevasi sul volto di quanti le stavano intorno; quello della morta era calmo e sorridente. Il pallore diafano delle sue carni e le candide pieghe dei lini circostanti la rassomigliavano ad una statua di marmo coricata leggiadramente sopra un sarcofago.
Maffiolo non abbandon la spoglia della sua cara donna alla piet venale dei piagnoni. Egli volle ornarla degli abiti di sposa e cingerla sulle tempia di una corona di sempiterni; egli stesso la depose nella bara; poi la segu alla chiesa, e l'accompagn alla terra di Campomorto, dove scese con lei a visitare la stanza mortuaria de' suoi maggiori. Muto, affranto, privo del conforto di una lacrima, volle compiere fino all'ultimo il doloroso officio: e gli bastarono le forze. Quando vide scendere il feretro allato a quello di suo padre, ruppe il silenzio per comandare, che fra le due bare si lasciasse uno spazio capace di una terza. Poveretto! egli sperava di raggiunger presto i suoi cari.
Ma non appena rivide la sua diletta creatura, ripudi ogni idea funesta, e si pent d'aver disamata la vita. Le sembianze della bambina, per una privilegiata intuizione dell'amore, gli ricordavano quelle della perduta compagna. Davanti ad esse il suo dolore aveva finalmente ottenuto uno sfogo; per vederla bisognava vivere: egli torn ad amare la vita.
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L'infanzia d'Agnesina (tale era il nome della fanciulla) fu, come spesso, una serie di giorni sereni colle rade vicende di lievi rabbuffi, inseparabili da una educazione amorosa e severa ad un tempo. Suo padre, bench inclinato all'indulgenza, non spingeva la tenerezza fino al punto di divenir cieco sui difetti della bambina. Egli poneva tutto il suo amore a svolgere nel cuore e nella mente di lei le virt materne.
Agnesina era bellissima; guardandola pel minuto rassomigliava molto alla madre; gli occhi avevano la stessa forma, la stessa tinta; era simile il contorno del volto, pari la soavit del sorriso. Ma la bellezza di costei aveva qualcosa d'essenzialmente proprio. Le gote assai colorite e lo sguardo sicuro e penetrante le davano un'aria alcun poco maschile. Un non so che d'avventato e di fiero rivelava un carattere forte ed una volont decisa. Non mentivano gli amici di Maffiolo quando gli dicevano, che Agnese riuniva in s i pregi dei due sessi. E infatti il presagio s'andava ogni anno confermando.
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La fanciulla aggiungeva ad una belt sempre crescente una prontezza di spirito ed una vigoria di membra non comuni al suo sesso. Sfuggiva volontieri alla vigilanza della sua governante: ne' giochi non isdegnava associarsi ai fanciulli coetanei; onde, spregiate le bambole, sovente pigliava spasso alle infantili finzioni di opere vigorose ed ardite. In ogni esercizio del corpo, essa non era meno snella n meno audace de' suoi compagni. Le gonne non le davano impaccio a correre ed a saltare; seguiva sempre i pi audaci, e faceva coraggio ai pi timidi. Se qualche volta la sua storditaggine le fruttava una caduta, oppure qualche graffiatura o ferita, sapeva nascondere a tutti l'inconsideratezza e il castigo, e dissimulava il dolore ed il sangue con una forza d'animo superiore alla sua et.
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Quando poi era sola o rifinita di forze, piuttosto che rimettersi in bala della governante, amava introdursi nello studio del padre ed assistere alle sue letture. Ci  lecito dubitare che ne comprendesse per intero il senso: forse le bastava di connetterlo a modo suo dietro qualche frase o parola meglio intesa; forse anche si compiaceva soltanto di gustare la tuonante magniloquenza de' dialettici, o l'armonia dei poeti provenzali.
Ma quando poi udiva ripetere in iscorrevole vulgare le storie di magnanime gesta, d'imprese generose, oh con quant'anima ella vi pigliava parte! Come era commossa al sentir narrare le sciagure della gente virtuosa; come s'irritava alla consueta tirannia de' potenti; con quanta sospensione d'animo attendeva lo scioglimento del racconto; e se vedeva premiato il buono, e punito il malvagio, oh come le sgorgavano libere e soavi le lacrime!.
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Questo ritorno alla squisitezza de' sentimenti muliebri non era frutto soltanto di una fantasia fervida e subitanea. Le impressioni ricevute dalla lettura o dai racconti duravano in lei il tempo necessario a toglierle il riposo, ad interdirle le solite ricreazioni, a renderla, lunghe ore, intieri giorni, impensierita e silenziosa. Gli accessi di sensibilit non si restringevano ad un cruccio intimo ed infecondo di buone opere; poich a temprare lo strazio, cagionatole dal male altrui, usava dell'unico ed infallibile rimedio: quello d'alleviarli con quanti mezzi fossero in poter suo. E siccome non sempre giungeva a recar consolazione a chi le aveva cagionato dolore, pagava il suo debito di carit verso la sventura ovunque ella fosse, dove prima l'incontrasse. La fanciulletta aveva, nell'ingenuo suo linguaggio, parole di conforto per tutti: la sua era l'eloquenza, che conosce le vie del cuore; quella che tempera i mali altrui col dar certezza d'averli almanco compresi, col ridestare la speranza in chi soffre; alla peggio, coll'associarsi a lui nella preghiera e nel pianto. Alla miseria positiva e materiale soleva offrire pi facile ed adequato soccorso; si spogliava con spensierata prodigalit di quanto era suo proprio, per fino de' pi cari oggetti, de' pi vagheggiati giojelli; taciamo delle molte volte, che divideva col povero, non veduta da alcuno, la refezione ed il pane.
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Queste erano le sue gioje delle ore tranquille. La solita pompa di trastulli, d'ornamenti, di vezzi, le tante inezie, s care all'et sua ed al suo sesso, non erano cose per lei. Ristorato l'animo con una buona azione, Agnesina tornava ad essere la storditella di prima.
Poco o nulla aveva ad operare l'educazione sul suo cuore, poich esso era ottimo; ed ogni studio doveva riporsi a conservarlo tale. Quanto a domare alcun poco l'inconsideratezza del suo carattere, meglio ch'altro, valeva il crescere nell'et. Sui dieci anni, infatti, ella aveva perduto pressoch interamente quel fare baldo ed irrequieto, s disdicevole ad una fanciulla; ai dodici, era divenuta tanto composta e riservata da essere modello alle compagne. Ma il suo cuore era sempre lo stesso: anzi quell'imbrigliare ogni sua libera manifestazione, non faceva che infervorarne vieppi i sentimenti, e renderne pi validi e durevoli gli slanci.
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Meno facilmente essa giungeva a contenere, entro gli angusti confini della feminile cultura di que' poveri tempi, la sua sete di cognizioni; la quale era in lei fatta pi imperiosa dal non comune accoppiamento di un intelletto maschio, e di una fantasia vaporosa ed effrenata. La smania di vivere fuori del mondo reale, nelle vicende vere o sognate degli eroi e de' cavalieri, aveva fino ad una certa et trovato pascolo nelle narrative delle fantesche; ma ben presto il loro corredo di panzane s'era esaurito, ed i racconti riescivano stucchevoli e scolorate ripetizioni.
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Per servire al suo ardente desiderio, con una rara prontezza si fece esperta nel leggere, dote rara a que' tempi, nelle donne sopratutto; l'intelletto suo, senza gravi studj, le aperse la via a comprendere le fatte letture, e la feminile astuzia le insegn l'arte di procurarsi un pascolo allo spirito, anche fuor di quello che il padre con rigida parsimonia, dopo aver scelto e vagliato, le concedeva per passatempo.
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8.
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Fra i libri (per non parlar de' classici greci e latini, che s'andavano moltiplicando nelle biblioteche de' monasteri, e tacendo de' pochi che per ridonar vita alle scienze, raccoglievano i briccioli sconnessi dell'antica filosofia) fra i libri, dico, non v'era gran cosa a scegliere: ancorch la lingua vulgare avesse gi raggiunto la pienezza della sua vita, e fosse divenuta, come ne dice l'Alighieri, la favella non esclusiva d'alcun paese, propria di tutti i dotti d'Italia.
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Gi esistevano la divina commedia, e il canzoniere; ma queste sublimi creazioni, che gittavano le basi tanto solide e benaugurate della nostra letteratura, mancavano di mezzi per diffondersi e rendersi popolari. Le scarse e scorrette copie bastavano ai pochi educati a comprenderle: anzi l'alimento spirituale soverchiava lo svogliato appetito degli intelletti. Tanto  ci vero, che del poema di Dante, per buon numero d'anni, non si conobbe che la prima parte: il resto aspettava chiosatori, copisti, e, pi che altro, menti idonee alla lettura, capaci di interpretarne il senso.
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Anche prima di quest'epoca per, la parola, se non esercitava tutto il suo impero sulle menti e sul cuore d'un popolo inselvatichito, lo conservava almanco sui sensi; perocch dove il cielo  splendido e la natura ridente, l'uomo, anche fuor d'ogni educazione, apprende a gustare il bello, e s'avvia grado grado, quasi per istinto, al culto delle arti. La soavit del provenzale e del rustico romano, l'intercalato ricorrere delle rime; la temprata misura del verso lasciavano freddo il cuore, ma allettavano l'orecchio. Le attonite plebi, adescate da melodie incomprese, accerchiavano volonterose i reduci di Francia o di terra santa, che cantavano nelle trovate gli amori e le imprese de' cavalieri.
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I legami sociali, in que' secoli, erano allentati in ragione appunto della poca civilt; (se pure  vero, che la civilt giunga sempre al suo scopo di unificare la famiglia umana, stringendone i rapporti ed accomunandone gli interessi). Ben pi certo si  che in niun'epoca come in quella, si vide l'arte della parola, divenir l'opera di lavori associati, come avviene delle industrie della mano.
I primi poeti, che creavano una favella ed una letteratura senza pure saperlo, non elaboravano frasi e parole nel secreto del loro telonio, curvi ad uno stipo, col capo nel palmo di una mano, carteggiando coll'altra i codici della lingua; ma sfringuellavano per lo pi all'aperto, inspirati dall'aria libera e dal sole, e in mezzo ad una folla di emuli; quasi che gli sforzi de' singoli, raccolti in uno, riuscissero a dare un miglior sviluppo all'impresa.
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Questo accomunarsi aveva un'altra ragione. Quando si vede uno stormo di passeri piombiare all'improviso sul piano, ognuno asserisce, che l vi deve essere l'aja o il seminato. Per una pari induzione, ne' secoli scorsi, l'assembrarsi de' trovatori lasciava indovinar vicina una corte bandita. Il giullare, se ha fame, canta; ma ben pasciuto gorgheggia a ricisa; egli non  mai avaro di s. Infatti, allorch Raimondo principe di Linguadoca si mostr liberale verso i trovatori, questi convennero in folla alla sua corte, e lo pagarono a mille doppii della lena, che la regale munificenza loro aveva ridonata. Riuscirono pertanto a fondare presso di lui la prima academia di dotti, ove i discepoli della gaja scienza gareggiarono nell'illustrare con soavissimi canti un eterno paradiso d'amori, di feste, d'imbandigioni.
Far meraviglia il sapere che le poetiche fole non riescissero a noja dello stesso Federico Barbarossa, allorch si dava gran pensiero d'assestare, come ognun sa, le cose d'Italia. Poteva allora ripetersi ci che Orazio disse della Grecia, che la terra vinta dom il suo feroce vincitore.
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Giovati dalla loro mitezza, e pi benemeriti delle lettere italiane, furono i re di Sicilia Federico e Manfredi. Questi incoraggiarono le palestre erudite, e tennero splendide corti d'amore; talora ricreandosi allo sfoggio de' pi carezzevoli concettini, tal altra tentando essi pure l'arduo sentiero d'Elicona. Sull'esempio dei grandi principi gli stessi tirannelli si diedero a blandire la gena de' trovatori, per esserne alla loro volta blanditi. Nominiamo fra questi gli Estensi, e per non parlar d'altri, quella fiera insaziabile di Ezzelino, che mentre decimava col patibolo le popolazioni, rinveniva dal suo furore, e sorrideva al patetico canto di Sordello, come Saulle all'udir l'arpa di Davide.
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Per tal modo, le aule de' principi erano, se ci  lecito il dirlo, le grandi officine, ove si perfezionava quella lingua perci detta aulica o cortigiana3 ed i trovatori gli operai, che la elaboravano; mentre i menestrelli, pi degeneri adepti delle muse, la spacciavano al minuto pel popolo. Il cantar versi era dunque un mestiere; e qual mestiere! giacch, per dir tutto, scese ad essere non altro che una squallida forma della mendicit. Sulle soglie de' palagi o tutt'al pi nel tinello, sui mercati o nel trivio, si vedevano rapsodi cenciosi ed affamati, che strimpellando note sulle tremule corde, cantavano questo o quel brano di poesia, movendo a piet i passaggeri, e accattando il pane.
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Povere lettere, la lira d'Euterpe, in mano a costoro, era divenuta l'ignobile colascione del paltoniere! Ma intanto i primi vagiti della nostra letteratura merc loro si diffondevano per tutta Italia: e i poveri cultori di essa, che per aggiungere qualcosa del proprio alla merce altrui, s'ingegnavano di spiegarne il senso con chiose e racconti, e d'imprimerli nella memoria degli uditori, sposando la parola al ritmo delle melodie popolari, erano i pi solerti propagatori di quella soavissima favella, che allora nasceva a tante splendide glorie. La fame che aguzza l'ingegno, faceva per tal modo anticipatamente i buoni officii della stampa.
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Agnesina, sempre pietosa verso i poverelli, poteva forse non esserla con questi miseri rivenduglioli di dotte inezie, ogni qual volta, a caso od attirati dalla fama delle sue beneficenze, si presentavano al castello di Campomorto, preludiando qualche canto d'amore? La fanciulla invero li prediligeva; ma la sua piet non era scevra affatto d'interesse; da loro aveva conosciuto ed appreso molte canzoni provenzali; e, siccome l'ospitalit di Campomorto era passata in proverbio, i menestrelli s'ingegnavano di rendersi sempre pi accetti alla bella protettrice, facendo raccolta di cose nuove per poi cantarle al suo cospetto, o traducendo in iscritto le vecchie e pi celebri canzoni, ed offrendole, ginocchio a terra, alla nobile castellana.
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A questo modo Agnesina aveva conosciuto le poesie di Piero delle Vigne, edite alla corte di Sicilia un secolo avanti quelle dell'Alighieri, e condite di cos soave dolcezza, che non sembran primizie, per solito agresti, ma frutti colti a perfetta maturanza. Conosceva per tal mezzo le flebili querimonie di Nina poetessa sicula e di Dante da Majano, che amoreggiarono sconosciuti di persona; quella dimorando in Palermo, questi a Firenze; d'altro non nutrendo i loro affetti, che di rime e d'aspirazioni. Possedeva a memoria i versi di Guido Guinicelli bolognese, che fu padre e maestro di quanti
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Rime d'amore usr dolci e leggiadre
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e le amorose canzoni di Cino da Pistoja, indirizzate alla bellissima Selvaggia, e quelle pi ancora gentili del Petrarca alla tanto celebre Avignonese.
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Ma troppo non si dilettava di quella poesia leziosa e ciarliera, che ha soltanto per iscopo di far vibrare le corde sonore di una lingua armonica, non lasciando del resto in fondo al cuore di chi legge, che un senso di mesta vacuit, che toglie ogni nerbo, ed esala in inutili sospiri. Aveva letto il Dittamondo di Fazio degli Uberti, non tanto per ammirare l'ingegno dell'autore, quanto per accusarlo di plagio e di fallito scopo; e pi ancora per deplorare la bassa adulazione, con che lisciava le nequizie de' grandi, vendendo la sua penna alla vigliacca protezione di un mecenate. Piacevale all'incontro Fra Guittone d'Arezzo, l'inventore della scala diatonica, ancorch dai critici fosse tassato d'aver fatto uso d'uno stile barbaro, perch ravvisava in lui l'uom dotto, cui la poesia non  gioco di parole, ma espressione libera ed ardita di nobili sentimenti; e ricordando come egli deponesse il pacifico sajo per imbrandire la spada, ammirava pi che altro quelle franche parole, colle quali il frate guerriero commendava una disciplina, che non vuol digiuni, cilicii e povert, ma impone a' suoi discepoli di odiare e fuggire il vizio, di amare e seguire la virt; e di rendersi degno di quella nobilt nemica del far villania ad alcuno, amica del valore, della verit e della sapienza.
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Le opere di questi eletti ingegni la ricreavano; ma la trilogia dell'Alighieri la riempiva d'una ammirazione e d'un estasi, che a quando a quando assumeva la forza di un terrore grave e religioso. Sollevandosi collo spirito nelle regioni sconosciute, dove si svolge il gran mistero della vita futura, trovava il pi gradito alimento alla fantasia ed al cuore: quella ardentissima di cose meravigliose e terribili, questo temprato a' vigorosi sentimenti, a gentili corrispondenze d'affetto, al pi nobile sdegno d'ogni vile azione. In quel mistico pellegrinaggio correva una via d'orrori e di dolcezze sempre ed egualmente sublimi. Fremeva alla terribile vista delle bolge: s'inteneriva alle patetiche note di Francesca, d'Ugolino, di Sordello; e si sentiva inondata da un'ineffabile serenit, levandosi fra i cori delle anime elette, che beveano l'immortale beatitudine in un oceano di luce, fino a vedere il sorriso di Beatrice,

.... che si facea corona
Riflettendo da s gli eterni rai.

Agnesina, non estranea alle dotte chiose de' contemporanei, esperta dei dolori e delle speranze onde fu tessuta la esistenza dell'altissimo poeta, pot in parte penetrare e comprendere il mistico senso delle sue parole. Sentiva pertanto come fossero nobili e giusti i suoi sdegni, e trovava nella storia della sua vita la ragione evidente d'ogni sua querela. Porgeva quindi un tributo d'ammirazione al grande poeta italiano; ma non ammirava meno in lui il soldato di Campaldino e di Pisa, l'orrevole ambasciatore di Firenze, e l'esule minacciato del rogo, che, dopo aver provato come sa di sale il pane altrui, muore lontano dalla sua citt, ucciso ma non vinto dalle sciagure. Di fanciulle per, che come Agnesina giungessero a tanto, non ve n'erano molte. Abbiamo noi ragione di credere, che oggid coll'attuale civilt, ve ne sia un numero maggiore?
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Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna? Quella s arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarit colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le pi deboli intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per cieca ammirazione di quanto  antico, meno ancora per vaghezza di professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato buono. Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza.
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Oggi la mente di chi studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda, li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicit delle sue operazioni, spesso  costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani ingegni, che spinge i pi arditi a far guerra a quello appunto che men si conosce. L'educazione  pertanto una corsa alla sfuggita.
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Si pu conoscere un paese, poich se ne attraversarono colla rapidit del fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco visitato a dovere.
Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla alla nostra generazione, quasi fonte di moralit, come pretendesi da alcuni.
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Ancorch tale argomento sia del tutto estraneo al proposito, poich vi ci sono ingolfato senza saperlo, dir che ogni uomo ha il dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha il suo pi alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perch il genio vi pu essere nascosto, ed una scoperta fortunata pu pagare mille e mille inutili ricerche.
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L'oro ed il diamante s'occulterebbero eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi, rimovendo il limo e la terra. Solo mi pare, che in quest'epoca, in cui le pi profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire, che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie, a danno de' frutti, che con pi savia cultura potrebbero offrire a tempo opportuno ed a vantaggio universale.
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10.
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La saggezza sparsa nelle parole o negli scritti  simile ad una merce preziosa pi o meno gradevolmente messa in mostra, onde altri s'invogli di farla sua. Chi ascolta o legge con profitto la riconosce, l'ammira, la desidera; per possederla fa quindi di buon grado de' sacrificj, e spende per essa, quasi fosse moneta, il corredo delle sue vecchie idee, e dei pregiudizj i pi accarezzati. Ma v'ha un'altra saggezza pi solida e vantaggiosa; quella che si svolge spontanea col lungo uso della vita, quando si  attore o testimonio de' suoi guai, delle sue illusioni, delle inevitabili amarezze, che le vanno congiunte. Questa, che nasce in noi, e resta tutta per noi, chiamasi esperienza.
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Agnesina possedeva la prima, ma non poteva aver fatto rilevante acquisto dell'altra; perch giovine troppo, e troppo lontana dal mondo, non vedeva l'umano consorzio che da un lato solo. L'epoca in cui essa nasceva fu tra le pi disgraziate della storia nostra. Era un continuo stare in armi per compiacere alle velleit ambiziose della Signoria, mentre l'improntitudine de' capitani, sfruttando ogni valore cittadino, registrava un pari numero di guerre e di sconfitte.
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Per giunta di mali, Milano entro il periodo di pochi anni veniva pi volte travagliata dalla pestilenza; la cui comparsa, dovuta alla rilasciata osservanza delle leggi emanate ne' tempi anteriori, era un si salvi chi pu per la parte pi agiata della popolazione; un terrore ed una strage pei tanti infelici, che venivano abbandonati ad affrontarla, quasi vittime espiatorie dell'ira divina. Nelle sventure publiche pertanto aveva la nostra fanciulla vieppi rinvigorita quella tempra robusta che le era innata. Giungeva essa a riconoscere la vera origine di tanti mali; gemeva sulle sorti della sua misera patria, non con una piet lamentevole ed infeconda, sibbene collo slancio di un'anima ardente, apparecchiata a dar tutto, anche la vita, per ricomprare, almeno in parte, le lacrime di tanti suoi cari.
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Ma queste belle disposizioni, questa efficace scuola di sventure, che risvegliavano in lei il santo desiderio di rendersi utile a' suoi simili, posponendo in ogni caso le sue alle pene altrui, non valevano a premunirla contro i pericoli proprii alla sua et, ed al suo sesso. Anzi quello stesso oblio di s, quel nobile abbandono, con che imprendeva ogni opera sua, non facevano che moltiplicarli e renderli pi gravi. Ella ingenua ed inconsapevole delle arti turpissime, con che il mondo menzognero suole farsi gioco dell'onore muliebre, troppo facilmente attribuiva agli altri quella lealt e quel candore, che erano privilegio dell'animo suo.
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A metterla in guardia contro tali pericoli, le mancava l'egida materna. Tolta alla nutrice, era stata consegnata ad una governante, per nome Canziana, la miglior pasta di donna, che invecchiata nella casa dei Mantegazzi, serbava per ogni individuo di essa una gratitudine ed una devozione senza pari. Quanto costei amasse la sua piccola allieva  impossibile dirlo.  legge del cuore umano, che la nostra pi sviscerata tenerezza ricada di preferenza su coloro, la cui et , per cos dire, il complemento della nostra. Fanciulli amiamo quindi i nostri maggiori; adolescenti i coetanei; adulti i figli; vecchi i figli dei figli. Canziana, che aveva portato in collo il padre d'Agnesina, ebbe la consolazione di reggere i primi passi della figlia di lui. E non venne meno al suo incarico; n mai, per quanto fosse grave la custodia del tesoro d'altri, cadde nella solita crudezza delle persone mercenarie. Vegliavala con amore ad ogni ora del giorno; la compiaceva in ogni onesto passatempo, le raccorciava in quanto potesse i piccoli accoramenti naturali all'et sua, e imbietoliva all'udirne commendare la bellezza e l'ingegno; volendo per s la sua parte di gloria d'averla, come ella diceva, tirata su cotanto vistosa.
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Ma chi mai tien luogo della madre? quale cura pu supplire alla provida tutela di colei, che ne diede la vita, e ne guida al pieno godimento di essa, scortandola di un'amore vigile, operoso, sapiente? Qual' il cuore, per quanto dolce ed affettuoso, che abbia l'arte divinatrice di leggere i nostri bisogni e di sodisfarli prima che sieno tradotti in preghiera? Dove  quell'assiduo ed instancabile zelo di far lieta la nostra esistenza, preparandoci da lunga mano, senza misura di sacrificii, tutta la possibile felicit? Dove infine (la pi sublime delle prove d'amore) quella saggia severit che ammaestra la madre educatrice a sopportare le nostre lacrime; a provocarle, se fia d'uopo; ad esigerle, onde l'animo nostro s'avvii sul cammino della vita forte de' proprii trionfi, e preparato alla annegazione e al disinganno?
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Agnesina era giunta ad uno di quei momenti pi solenni della vita, in cui l'affetto materno pu colla sua azione immediata cangiare indirizzo ad un'intiera esistenza. Ma Agnesina era orfana: e tra l'orfana e l'angelo che la vegliava dal cielo, non esisteva che un mistico legame d'amore. Nella derelitta era vivo e santo il culto delle materne virt, da cui emanavano tante e s care memorie, ed a cui risalivano altretante benedizioni. L'amore invece della creatura celeste, sorvolando gli interessi terreni e servendo ai fini imperscrutabili di Dio, permetteva che la povera fanciulla fosse posta a dura prova, onde ne escisse rabbellita dalla pi umile e perci la pi sublime delle virt, la rassegnazione.
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11.
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In una bella giornata sul principiar del settembre 1382, Agnesina trovavasi al castello di suo padre, dove le frescure anticipate dell'autunno e la cara libert della campagna la facevano rbitra di consacrare tutto il suo tempo alle pi gradite occupazioni.
Suo padre in quel giorno era assente. Egli accorreva non di rado a Milano per accudire a' suoi interessi o per vedere e consultare amici. In tali occasioni, la donzella soleva comandare che non s'aprissero i battenti del castello a chicchessia; e, pi per naturale riserbatezza, che per avviso del padre o della indulgente Canziana, non metteva piedi fuori di esso; supplendo il vasto giardino al suo istintivo bisogno di respirar aria libera e di darsi moto.
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La pi gran parte della mattina aveva ella divisa fra le sue consuete occupazioni; un po' coi libri, il resto coll'ago. Scendeva poscia a percorrere in lungo e in largo l'ampiezza della sua volontaria clausura, a visitare il colombajo, l'ovile, le arnie, e dopo aver governato ed innaffiato i suoi fiori, pieno il grembiale di una fresca raccolta, si ritirava sulla bassa ora, per tesserne una ghirlanda, nelle sue camere situate nella parte pi alta del castello.
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Ivi da un terrazzino a poggiuolo assai sporgente godeva ella tutto il largo di un'amena veduta, spingendosi collo sguardo, dove non lo impedivano le macchie d'alberi disseminati nelle vicine campagne, fino all'orizzonte conterminato dalle montagne liguri. Aveva sott'occhi il suo bel giardino; a prati ed ajuole simmetricamente disposte e assiepate da mortella; i primi lussureggianti di una verdura opaca, le altre screziate di mille colori. Nel mezzo, ove le viuzze imbianchite da fina arena s'incrocicchiavano, eravi un'ampia vasca, dominata da un gruppo di tritoni e di nereidi assai poveramente scolpiti, e ammantati di musco e d'alghe spontanee, in mezzo alle quali sgorgava un misterioso velo d'acqua, agitando la superficie crassa e verdognola della piscina. Fuori del ricinto, nell'aperta campagna vedeva i contadini affaccendati nello stendere, sovvolgere, ammontare il fien grumereccio; udiva cantare a tutta gola le giovani villanelle, che in un male arnese, proprio a dar rilievo a forme tonde e robuste, s'affaticavano nella ricolta; non belle, non vispe come ci vengono dipinte negli idillj, ma dimentiche di s e prodighe di una lena che vince gli stenti e la fatica.
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Agnesina, a tal vista, faceva anch'essa quel confronto, s spontaneo a chiunque viva alla campagna, tra l'allegria operosa del povero, che non pensa al dimani, e l'accigliata taciturnit del ricco, che non vive per l'oggi, e si agita e spende ogni sua forza nel tentare di sciogliere il problema dell'avvenire; pensava come sieno felici coloro, cui un lavoro adequato alle forze offre una mercede adequata ai bisogni. Meditava, come ognuno di noi avr fatto mille volte, che bene e male, ricchezza e povert, gioja e dolore non sono sempre cose assolute: onde la casuale strettezza di un ricco sarebbe dovizia sfondolata per chi prov la fame; e infine concludeva, che la vera ricchezza  in noi, se lungi dal voler costringere il destino a piegarsi ai nostri desideri, sappiamo piegar i desideri all'impero di quello. Cose tutte, che da che  il mondo, sembrano ovvie e piane a chi le dice o le consiglia; e che diventano dure ed incomprensibili per chi ha la mala sorte di doverle ascoltare e mettere in pratica.
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Vagando cos colla mente da cosa a cosa, da pensiero a pensiero, la fanciulla aveva condotto a termine un'odorosa e leggiadra ghirlanda: stesala sul parapetto del terrazzino, e scossi dal vestito e dal grembiale i ritagli di fogliuzze e di steli, chiamava a s Canziana, onde que' fiori fossero, come al solito, deposti nella chiesuola sulla lapide venerata; quando in alzar gli occhi un'ultima volta sul bel quadro, che le stava davanti, vide levarsi lontan lontano un denso polvero, in mezzo al quale si agitava una turba indistinta, che sembrava avviata verso il castello. Per veder meglio si f visiera colla destra, ed aguzzando lo sguardo ravvis, che era una numerosa comitiva di cavalieri e di pedoni.
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Se Agnesina fosse stata timida, un certo quale sgomento doveva essere il primo e pi naturale effetto di una comparsa cos strana ed inattesa. L'aspetto di quella turba era tutto guerriero: sebbene lontana e ravvolta nella polvere, le punte scintillanti delle aste l'attestavano fuor d'ogni dubio. N quelli erano tempi, in cui il passaggio, o l'arrivo d'armati movessero soltanto la tranquilla curiosit della gente. Le milizie serbavano la disciplina finch erano sotto gli occhi de' loro signori; lungi da questi, fuori delle citt o sviate dalle strade principali, esse dimenticavano ogni legge, e quando pure non fossero dirette ad operare in nome de' capi qualche ribalderia, approfittavano d'ogni occasione per scorazzare e far guerra al minuto. Per ci le ville de' conti e dei feudatarii, munite di quanto potesse renderle deliziose al di dentro, possedevano il corredo esterno d'agguerrite castella; avevano fosse, ponti, torri, vedette e tutti quegli argomenti che bastassero a togliere il ruzzo del capo alle bande temerarie: ed i vassalli, al martellare della campana feudale, smettevano le marre, e s'armavano di lance e stocchi a difesa del loro padrone.
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Senza arrestarci ad esaminare quanto la donzella fosse piacevolmente sorpresa da quella apparizione, e perch invece Canziana se ne adombrasse a segno da porre in esame l'opportunit di chiudere e sbarrare le porte, effetti opposti procedenti da troppo chiare ragioni, diciamo che fosse quella comitiva, d'onde ed a quale scopo venisse da quelle parti.
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12.
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Nella divisione dello stato di Milano fra' tre fratelli figli di Stefano Visconti, e nipoti dell'arcivescovo Giovanni, era toccata a Galeazzo II Pavia col suo territorio e le citt del dominio poste a mezzod ed a ponente. Milano, propriet comune fra lui, Barnab e Matteo, ripartivasi in tre quartieri, ognuno dei quali aveva un signore proprio ed un palazzo di sua speciale residenza.
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Poich fu morto Matteo (di veleno, s'intende, per essersi lasciato sfuggire di bocca, che quel condominio non gli andava a sangue) il fratello Galeazzo, reso cauto dalla lezione, pens d'abbandonare la sua mezza Milano alla insaziabile ingordigia di Barnab, e ritirossi a Pavia, dove fece costruire quel castello che ancora si vede, e che fu a' suoi tempi la pi magnifica e la pi forte reggia di un principe: onde il Petrarca, abilissimo lodatore, ebbe a dire che, se Galeazzo con altre opere aveva superato i pi potenti principi d'Europa, con questo incomparabile edificio aveva vinto se stesso. Dominava esso verso mezzod la citt, e dal lato di levante accedeva ad un grandioso parco ricinto, che stendevasi lungo la riva sinistra del Ticino e del Po, ed occupava un'ampia zona di terreno per venticinque miglia quadrati tra Mirabello e Belgiojoso.
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Il castello di questo borgo, gi delizia de' Visconti, ove s spesso accorreva Luchino a nascondere le sue vergognose tresche, faceva parte di quella signoria. Il suolo non del tutto spoglio di qualche naturale amenit, perch reso variamente declive dalle sponde dei due fiumi, era coltivato a praterie ed a boschi, a quando a quando interrotto da casolari di un'apparenza rustica, ma non priva di eleganza. E dove la natura era stata pi avara suppliva l'arte, coltivando poggi e macchie, aprendo stagni  canali, fingendo delizie ed orrori, che parevano opera del caso.
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Nell'artificioso assetto di quel podere, s'ebbe riguardo a favorire specialmente la custodia e l'incremento della selvaggina; essendo la caccia, come prima e poi fu sempre, il pi gradito spasso de' prncipi. Niente infatto meglio di essa traduceva in un leggier passatempo le gravi difficolt della guerra: per essa la codarda prepotenza godeva di aver vittorie sempre facili e certe; e la sete di sangue si sbramava in un numero indefinito di vittime pi o meno mansuete.
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Nel parco de' Visconti, raccoglievasi dunque gran copia di selvaggina, ed a seconda della stagione si davano cacce d'ogni maniera. Venivano a ci con gran cura allevati levrieri e bracchi, incrociandone le razze, educandoli ad uno ad uno a puntare, ad inseguire, a rendere la preda. Si nutrivano falchi ed astori di Norvegia, di Germania, d'Africa. A luoghi opportuni tese e paretai uccellavano i volatili nostrali o quei di passo. Si custodivano in ricinti cervi e daini: ne' serragli cinghiali. Ed a determinate epoche dell'anno i canattieri e i boscajuoli mettevano alle prove i loro allievi, e davan conto de' fatti loro.
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Buon per essi se i signori ritornavano dalla partita, paghi di una lunga carneficina e ringalluzziti dalla vanit di tante pi o meno facili conquiste, abilmente apprestate dai cortigiani. Guai, se accadeva il contrario. Guai a colui che osasse turbare in qualsiasi modo il divertimento de' prncipi, o se di nascosto avesse ardito, per ghiottoneria o per naturale difesa, usufruttarne i rilievi. Le leggi contro costoro erano severissime e senza misura brutali. Chi non ha letto od udito, come un contadino convinto d'aver colto un lepre, fosse costretto da Barnab a mangiarlo crudo e non scuojato? che un giovine fu messo a morte perch narr d'aver sognato d'uccidere un cinghiale? E quando al signor di Milano venne in pensiero di distribuire in custodia ai vassalli i suoi 25 mila cani, quanti furono puniti con battiture e con taglie gravissime, perch quegli animali nelle rassegne erano giudicati troppo asciutti o pingui troppo, o non abbastanza tersi di pelo!
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La caccia, il primo esercizio dell'uomo, la sua prima fonte di alimento e di vita, era qui ed altrove fatta privilegio de' signori ed elevata al grado di diritto regio ed esclusivo. Gli emblemi di quest'arte venivano considerati come segni di grande onore; per ci non di rado gli alti personaggi erano effigiati sulle medaglie e sui tumuli con un falco in pugno. Di questa mondana grandezza erano vaghi gli stessi monaci. Gli abati di Francia ne facevano il pi gradito passatempo; ond' fama che per consuetudine o per privilegio, posassero il loro falco allato dell'altare, mentre vi celebravano i divini officii. Federico Secondo quello stesso che fu re di Sicilia, soleva trar seco alla guerra gran corteggio di falconieri, affine di avvicendare i pericoli delle battaglie colle piacevoli emozioni della caccia. Essendo egli letterato compose un libro sugli usi di essa, e suo figlio Manfredo vi aggiunse delle note. Carlo Magno proib la caccia ai servi sotto pena di morte. Celebre  la legge dei re di Borgogna che condannava il possessore furtivo di un falco a dover prestare all'animale rubato sei once della propria carne; e, se crediamo a Froissard, il sultano Bajazet, irritato dalla lentezza d'uno de' suoi sparvieri, condann a morte tutti i suoi guardacaccia due mila persone all'incirca.
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Per tal modo tradivasi il voto della natura in una delle sue primitive e pi semplici leggi, facendo scopo della vita quanto non dovrebbe esserne che mezzo. Il potente dilettavasi di questo fittizio travaglio, quasi volesse fuggire la noia degli agi consueti. La preda, caduta nella ragna o tra gli artigli o contro un'arma, era per s cosa vile, ma valeva il sangue di un uomo come occasione di mostrare un effimera valenta, e di dar pascolo all'innata volutt di tutto ci che sa di violento.
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13.
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Sull'albeggiare di quel d, in cui Agnesina trovavasi sola a Campomorto, una sfucinata di falconieri, di canattieri, di paratori muniti d'aste, di schidoni o di randelli, tenendo falchi montati sulle grucce o cani a lassa, stavano aspettando il signor di Pavia alla porta del castello. Nella corte d'onore scudieri e valletti divisati s'affaccendavano ad insellare i palafreni, ad allestire e a caricare sulle bestie da soma il bisognevole per una numerosa e splendida comitiva, che, per invito del principe, disponevasi ad una giornata di caccia nel vicino parco.
Giangaleazzo, figlio ed erede di quel Visconti, che aveva eretto il castello di Pavia, e vedovo di Isabella di Francia, che il fece conte di Virt, non era fra i cavalieri de' suoi tempi il pi amante di tale esercizio. Di carattere mite e pensieroso, egli non soleva compiacersi di mostrare, pi che non conviene, il lusso e lo spreco che tanto offende la miseria del popolo, e che tanto lo abbaglia. Preferiva starsene tranquillo nel suo palazzo fingendo di leggere negli astri, o meglio studiando nella storia e ne' consigli de' saggi; l'arte di governare. L'opinione publica, giudicando i procedimenti de' suoi tre primi anni di regno, non vi aveva ravvisato alcun tratto che la guidasse a pronunciare un giudizio netto sul conto di lui. Chi lo diceva pio e mitissimo; chi quella stessa mansuetudine tassava di pochezza ed insipienza. Nessuno avrebbe osato chiamarlo un genio, un novatore, un guerriero. Il conte, ne' suoi interessi, favoriva l'opinione dei pi; e ben di buon grado frenava le improntitudini giovanili, ogni qualvolta il far mostra di una studiata apata lo faceva padrone di spender tutta la vita ne' suoi progetti, lentamente avviati ad una gran meta.
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Quando poi un troppo lungo silenzio cresceva fede a qualche ciarla grossolana, quasi che il principe fosse fuggito o infermo, o consumasse tutto il d in preghiere, ei dava una smentita a tutti cavalcando in publico a qualche rassegna d'armati o ad una splendida caccia. Ma non andava tant'oltre da vincere affatto l'errore universale. Esciva circondato sempre da una poderosa scorta di cortigiani e d'uomini d'armi, non tanto per impaurire la plebe e temerla in rispetto, quanto per mantenere credito alla generale convinzione, ch'ei fosse timido e malfidente, e che, ben lungi dall'occhieggiare il fatto altrui, si tenesse pago di conservare, quanto meglio potesse, il fatto proprio.
V'erano taluni, pochissimi per, che, vivendo da anni alla corte, ed avendolo conosciuto fanciullo e giovinetto, non dividevano il comune pregiudizio.
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Costoro avviluppando il loro pensamento in una reticenza, spesso giudicata come espressione di una servilit che ammutisce quando non pu in niun conto adulare, s'accontentavano di crollare il capo, dicendo vedrete a suo tempo: e costretti a spiegarsi pi chiaramente soggiungevano: colui sa pelar la gazza senza farla stridere. Questa sentenza s'appoggiava a poche ma abbastanza valide ragioni antecedenti.
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All'anno cui risale il nostro racconto, Giangaleazzo varcava il quinto lustro. Solo poco tempo prima, quando viveva suo padre, essendo da lui rivestito dei diritti sovrani sopra una parte dello stato, si era mostrato generoso e sprezzante d'ogni pericolo, armeggiando contro Ottone marchese di Monferrato e contro gli Inglesi capitanati da Hawkwood; ma la fortuna, negandogli la meritata, vittoria, aveva cancellato dalla mente del popolo, che giudica sempre dal successo, la ricordanza delle sue prove di valore. Quelli, che non s'erano dimenticati come fino dall'adolescenza si mostrasse amicissimo dei dotti e fautore de' buoni studj, asserivano non potersi chiamare uomo da poco colui che dettava di ragione civile con Baldo e Fulgoso, che discuteva di filosofia con Ugo Sanese, d'astrologia giudiziaria con Biagio Pelacane, di belle lettere con quel Piero Filargo, da Candia, grecista riputatissimo, che s'acquist pi tardi la tiara sotto il nome di Alessandro V. Ma vantar studii e cultura con un popolo ignorante era, ed , come parlare di bei colori a un cieco nato.
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I pochi suoi ammiratori, salendo a ritroso il corso della sua vita, vi rilevavano fino dai primi anni alcuno di que' tratti che non lascian dubio d'ingegno svegliato e di ferma volont. Fra i molti che non sfuggirono alla penna de' cronisti, trascrivo il primo, che richiam l'attenzione di tutti sulla puerizia di lui, e fece concepire a suo riguardo le pi belle speranze.
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Dicesi che essendo egli fanciullo di soli cinque anni, si spingesse un d per curiosit nella gran sala ove sedevano a consiglio i ministri di suo padre. Interrogato da costui quale fra que' grandi riputasse il pi saggio, il fanciullo, girato lo sguardo, ed esaminato il viso d'ognuno, addit il Petrarca. Della qual scelta essendo grandemente lodato dal padre e dai cortigiani, prese coraggio, e, fattosi incontro al poeta con molto garbo e con fanciullesca ingenuit, gli stese la mano e lo condusse a sedere sul trono del principe.
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Questo ed altri simili fatti, il suo amore agli studj ed il suo valore sul campo, non avevano perduto ogni prestigio sull'animo di alcuni; ma i pi, dimentichi de' vecchi racconti, o non curandoli, o valutandoli col proverbio, che i frutti primaticci uccidono la pianta, guardavano al presente sbiadito e vuoto, e giudicavano il conte colla pi ovvia delle ragioni l'attualit de' fatti.
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Giangaleazzo, l'abbiam detto, aveva il suo perch nel lasciar che il mondo non s'occupasse di lui.
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14.
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La comitiva dileguossi a briglia sciolta pe' campi. I pi abili cavalieri facevano prodezze sulle loro cavalcature, ora reprimendone i salti e le corvette colle trinciate, ora lanciandoli, colla voce e collo sprone, a saltar fossi e sbarre, ed a raggiungere pei primi e di tutta carriera una meta fissa. Pi tranquilli dietro loro procedevano in ragione d'anni e di prudenza i personaggi gravi e i vecchi cortigiani. Montati su mansuete chinee, e pi o meno bene seduti in arcione, si tenevano all'ambio, e s'avanzavano di conserva ragionando fra loro del tempo e dei tempi, plaudendo alle nobili gare della giovent, deplorando la mancanza delle dame, e facendo eco alle parole del principe ogni qual volta accorreva in mezzo a loro, e risvegliava le morose cavalcature collo scalpitare del suo destriero. Non s'era mai veduto Giangaleazzo tanto ilare come in quel d. La sua fronte era spianata; aveva il sorriso sulle labra; motti e cortesie per tutti.
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Giunto il principe nel luogo pi opportuno alla caccia, si suon a raccolta; ed i drappelli dispersi risposero alla chiamata in un istante. Scavalcarono i pi, affidando le briglie a' scudieri, poi ruppero in brigatelle, camminando per ischiere lungo la campagna. Tolti i guinzagli ai cani, si distribuirono i falchi. Se vi fossero state dame, nulla di pi cortese e di pi conforme all'uso dei tempi che il presentare ad esso i migliori. Tra' cavalieri, ognuno a caso o secondo il proprio gusto scieglievasi il suo.
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Que' di Norvegia bianchi come colombe, ed adorni di giojelli al collo ed agli sproni, erano serbati pei personaggi pi distinti: gli spennacchiati e dormigliosi, poco pi destri degli allocchi, si regalavano ai giovialoni, per farne argomento di risa. I superbi animali ergevano la testa, sparnazzando e battendo il becco di sotto al cappuccio, che si faceva scender loro sugli occhi onde renderli pi avidi di luce e di preda. Chi voleva dar prova d'intendersi di caccia, pigliava il falco sull'indice della destra, e lo rivolgeva contro il corso dell'aria; se esso, rialzandosi forte sul petto, sapeva star saldo al posto, v'era ogni ragione per crederlo ottimo predatore.
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I cani erravano qua e l pel piano, per le fratte, cercando, frugando, seguendo al fiuto le peste del selvaggiume. Quando s'arrestavano d'improviso coll'occhio fisso, e coll'orecchio teso dando indizio di vicina preda, in guardia, sclamavano i pi vicini Atteone punta, Diana dimena la coda, mira come que' bravi distendono il corpo, come fissano ed accennano il covo. Allora era un leva leva tra' cacciatori; il dar comando ai cani di scovar la preda, il togliere cappuccio e correggiuolo a un falco, erano un punto solo. Questo, in men che io nol dica, pigliava il volo, raggiungeva il selvaggiume, e ghermitolo piombava, o cadeva con esso a terra, Bravo, bene, che superbo colpo! gridavasi da ogni parte, se il predatore era stato pronto a ghermire ed a rendere la preda, e sopratutto se la cedeva intatta. Quando, compito il dover suo, ritornava alla mano del padrone, e rassegnavasi al cappuccio ed al geto, lo si regalava d'una imbeccata; se era stato indocile o vorace, lo si puniva, con un tuffo nell'acqua fredda.
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Tali vicende, con un corredo di mille episodi serii e burlevoli, durarono tutto il mattino. I carnajuoli dei cacciatori erano il pi bel trofeo della giornata. Di tratto in tratto si vuotavano per appendere su di un carro costrutto all'uopo starne, beccacce, gallinelle, pernici, lepri e lontre ed altri animali, che favoriti dalla legge e dalla natura del suolo, non emigravano dai nostri paesi come oggid.
Ma la lena de' cacciatori pel caldo e pel lungo camminare erasi rallentata non poco. I cani marciavano raccolti, col muso basso, colle lingue arse e penzoloni; qua e l i cacciatori, ove appena lo permettesse l'ordine della marcia, sedevano all'ombra, ad aspettare i compagni.
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Al varcar la proda di un bosco, torn gradito a tutti il vedere levata in mezzo ai campi una tenda, sotto cui era imbandita una sontuosa mensa. I paggi destinarono i posti, e diedero l'acqua odorosa alle mani de' cavalieri; questi poi s'affrettarono a far onore alla tavola, sparecchiando. Il rapido succedersi di ghiottornie, d'intingoli, di frutti d'ogni paese, d'ogni genere, la vaghezza delle vivande o sparse di sapori colorati o ricoperte di foglie d'oro e d'argento, e pi ch'altro la copia e la generosit de' vini, che, con frase consacrata, potevano chiamarsi topazi o rubini fusi in coppe di cristallo, ridonarono ben presto ai commensali la perduta vigoria, e ristabilirono il primiero buon umore.
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Intanto i valletti ed i cacciatori, ritirati i falchi ed appajate le mute stanche, apprestavano cani ed armi proprie ad altra caccia pi importante. Era ordine del Conte, che il d inanzi si aprisse lo steccato delle fiere, e si mettessero in libert i due pi grossi e feroci cinghiali. I boscajuoli armati di puntoni dovevano aizzarli, e metterli in fuga; studiarne poscia le peste e riferire al mattino, dove press'a poco, si fossero annidati.
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Ci fu eseguito appuntino Tolte le mense, ogni cavaliere riprese la propria cavalcatura, al cui pettorale era stato affibbiato un mantello svolazzante, cautela di uso onde difenderne le gambe dai morsi della fiera. I cani destinati a scovarle ed a metterle al corso, fossero segugi o bracchi da sguito, portavano collare a sonagli; gli alani, istrutti ad arrestarla ed a combatterla, l'avevano ferrato e guernito di punte acute.
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Da qual parte? chiesero i cavalieri poich furono in sella ed ebbero impugnato un'asta colla cocca di finissimo acciajo.
Dal lato della fornace, rispondevano i valletti, segnandone colla mano la direzione. I pi esperti sfilavano di trotto; i prudenti si dimenavano in sella cercandovi l'appiombo, e pigliando pretesto d'ogni cosa per lasciare ad altri il vanto ed i pericoli dell'antiguardo.
I signori si tengano vicini gli uni agli altri; disse loro il capo della caccia, perch i vecchi scaltri fanno talora il sornione, se ne stanno appiattati, e rimontano cheti cheti la via.
All'apparato, alle armi, alle parole de' cacciatori, che vantando le gesta del mestiere non ne dissimulavano i pericoli e le difficolt, alcuno tra que' signori, quelli precisamente che avevano spiegato il maggior valore a tavola, sentirono inagrirsi sullo stomaco le delizie di essa.
Partirono essi pure per ischiera, ma alla retroguardia; solo uno, il pi prudente, uno di coloro che nella folla de' cortigiani sogliono essere tollerati quando giovano a riempire una lacuna, chiamato a s un cacciatore, quello che gli aveva mostrato un poco di piet nell'ajutarlo a salire in sella, gli disse:
Informatemi ben bene di quanto  a fare, perch io di simili cose, non m'intendo... e, a quel che pare, non  affar tanto netto... cotesto.
Non temete, o messere, quando sappiate maneggiar l'arma da quel cavaliero che siete, Egeone ed Atalanta...
Egeone ed Atalanta? interruppe l'altro, meravigliato all'udire questi nomi.
Sono costoro i due pi badiali, i due pi feroci grugni del serraglio: ma non temete, vi replico: avranno di grazia il chinar la gnucca sotto la punta del vostro spiedo Un tantino di destrezza, un poco di sangue freddo, occhio al ceffo dell'animale, e poi a tempo giusto... taffe, una stoccata solenne sul ceppo delle corna e buona notte. L'istruttore stava per andarsene, parendogli d'aver svelato tutti i misteri dell'arte sua; ma poi, fatto accorto di aver dimenticato un salutare avviso, ripigli:
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Sopratutto badate, o Messere, a non ferir mai un cinghiale da quella parte ove siete voi stesso. La fiera volta il grugno dove sente il dolore, e se non pu morder l'assalitore, strazia e morde ogni cosa vicina. Ecco dunque che cosa vi convien fare; date di sprone al cavallo, o sciogliete la briglia perch non s'impenni; poi, supposto che abbiate la fiera a sinistra, appoggiate tutto il corpo sulla staffa manca, e stendetevi tanto all'infuori che possiate percuoterla pure alla sua sinistra parte. Vibrato il colpo, rilevate l'asta e avanti; l'animale non vi seguir, ne do parola; cercher chi lo ha ferito al lato opposto, dove voi non siete, e digrigner invano il dente. I cani faranno il resto, se pur non vi garba d'avere tutto il vanto della vittoria, e di ritornare alle prese.
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Il cinghiale ferito soffia e grugnisce a far paura; se non pu fuggire, si difende colle zampe, si getta a terra, si vltola nella polvere, si rialza, e spicca salti come un capriuolo. Gi da cavallo, date di piglio al coltello pugnale, e fatelo finito con un colpo nel collo o tra le costole; e se si avventa contro di voi, tanto meglio, ei vi mostrer una golaccia svivagnata; vibrate il pugnale l dentro piegando l'arma all'ins. Ferito al cielo della bocca, egli  bello e spacciato.
La lezione era semplice e presto compresa, ma racchiudeva una evidente petizione di principio; perch infin de' conti voleva dire: abbiate coraggio, e la vostra paura si dileguer.  dunque ben naturale che colui se ne restasse indietro a coglier pratelline.
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15.
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Dopo tre ore di un errare affannoso ed incerto, dopo aver cento volte data la traccia ai cacciatori, ed altretante avergliela fatta smarrire, Atalanta scovata ed inseguita da un subisso di cani, cadde in un gruppo di armati, che le si precipitarono a dosso e l'uccisero. Ognuno di quei prodi, che ritrasse il ferro sanguinoso e lardato, credette avere il merito dell'impresa: ma i colpi erano troppi, l'onore della vittoria, divisa fra tanti ed ottenuta a troppo tenue prezzo, riducevasi ad una gloriuzza di niun conto.
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Ben pi diede a pensare Egeone. All'estremo settentrionale del parco esisteva un bosco di querce vetuste fasciate di musco e di edera, i cui rami consociati gittavano un'ombra fitta sur una grillaja soda ed arsiccia, lasciando tra fusto e fusto lo spazio sufficiente a potervi circolare uomini e cavalli. Ivi si fece alto, e si suon a raccolta: quella doveva essere l'ultima prova, non potendosi credere, che la fiera uscisse di l, stretta per un lato dai cacciatori, per l'altra dal ricinto.
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La foresta era attraversata da un fosso, che serviva di scolatojo alla vicina campagna. Nella stagione piovosa travolgeva esso fuori del parco, per un ampio squarcio protetto da una grata di ferro, la piena delle acque; ne' mesi asciutti mostrava il suo alveo brecciato di bigi ciottoloni, interrotto di tratto in tratto da pozze verdognole e da fanghiglia. Le sponde ora erte e ristrette, ora espanse e corrose, qua e l guernite di pruni e scopeti, offrivano alla fiera inseguita un momentaneo nascondiglio, un punto di difesa e di resistenza.
Il conte erasi collocato sulla riva destra di quel rigagnolo: gli altri distribuiti a' suoi fianchi in una schiera semicircolare, discosti tra loro non pi che un mezzo trarre di balestra, dovevano ad un segnale convenuto avanzarsi, battendo la via diritta e stringendosi gli uni agli altri fino all'angolo del ricinto, ove il bosco era pi folto, ed il rigagnolo usciva dal parco. I cani intanto guidati da boscajuoli avrebbero stanata la fiera, cercando di ridurla al centro della selva ed all'agguato.
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Un frastuono indescrivibile prodotto dal succedersi di pedate sorde e concitate, che pestavano fruscoli e foglie, dal latrare o dal guajre de' cani, dal rantolo asmatico del cinghiale, pose in avviso la brigata; e rapido come un lampo fu il commuoversi de' cacciatori, l'accorrere de' boscajuoli, l'apprestar l'armi e il battere de' cuori. Ma chi l'avrebbe mai preveduto? Egeone, dopo aver stancato i cani con un correre vago, tortuoso e talora perfino retrogrado, scese nel cavo, e percorrendolo in tutta la sua lunghezza con una celerit prodigiosa, si lanci, con quanta era la forza del suo grugno, contro l'inferriata, la fracass ed usci all'aperta; intanto che i cacciatori, vedendo allontanarsi troppo i cani e credendoli sbandati, davano il segnale del richiamo.
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La maggior parte rispose al comando, e si raccolse; tre soli meno docili o pi coraggiosi, correndo sulle orme della fiera, uscirono fuori con essa. Il cinghiale, fatto accorto del vantaggio ottenuto, riprese lena, e, volgendosi ai pochi che l'inseguivano, col sangue freddo di un gigante che castiga una mano di ragazzacci temerarii, fe' capitombolare il primo con un colpo di zanne, di un morso all'altro, e soffoc sotto il peso delle sue enormi zampe il terzo pi avventato, che os porre il dente nelle sue carni. Libero dai nemici, cerc con pi calma un nascondiglio.
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Ma il guajolare prolungato degli alani porse avviso dell'accaduto; e il conte, licenziando chi non avesse animo di seguirlo, ripigli la marcia, risoluto d'escire dal parco, di scorrere i campi e di non arrestarsi finch avesse rintracciata ed uccisa la fiera.
Una parte della comitiva accett di buon grado la proposta, e si rimase; l'altra, punta dal desiderio di vedere la fine della partita ed animata dall'esempio del principe, mosse con lui alla pi vicina escita del parco, e di l si sparse nella campagna. I valletti intanto colla voce rabbonivano i cani; ed i capi della caccia meditavano un nuovo piano di attacco.
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Dall'uno all'altro campo, da questa a quella foresta corse la comitiva per molte miglia, lasciando dietro a s casali, borghi, castella, senza venir a capo di nulla, finch tocc la terra di Campomorto, nel luogo, ove, come si  detto, fu veduta dalla bella castellana.
La cavalcata, docile da principio ai comandi nella speranza di un incontro, e nell'interesse di un buon esito, percorreva poscia quelle vaste e verdeggianti praterie sciolta, sbandata, divisa per gruppi a due a tre, che ragionavano di tutt'altro, che di caccia. Discorsi leggieri e piccanti, su questo o su quel argomento, tenevano luogo dei frustrati diletti: ma non and molto che frasi languide e comunali, un dialogare frammezzato da lunghi silenzii, o meglio un silenzio assoluto appena interrotto da parole insignificanti, davano a vedere, che la lena era sfiancata, e che in sua vece andava crescendo la noja del correre senza scopo e senza frutto.
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Anche le grida de' canattieri e l'abbajare de' cani, e i lazzi buffoneschi del servidorame, cedevano una seconda volta al generale silenzio: l'unica protesta possibile a quella turba; perocch nessuno avrebbe in altro modo osato dire al suo signore essere tempo di smettere un'impresa, ormai riconosciuta vana. Ed anche tale protesta veniva sfruttata dalla momentanea lontananza del conte, che a caso o ad arte, per capriccio o per dimenticanza di s, errava chi sa dove, lontano da' suoi, in bala de' suoi pensieri e dell'instancabile suo leardo.
E il conte? dove  il conte?....  avanti?  rimasto indietro? se n' ito? ci ha piantato?. Tali erano le parole che corsero sulle labra di tutti, appena fu avvertita la mancanza di lui. Era questa per taluni una semplice interrogazione, per altri un logico argomento a conchiudere, non esservi pi nulla a tare, e potersene ognuno ritornare pe' fatti proprii.
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Sarebbe bella, prese a dire un tale, a cui la docilit cortigianesca non aveva fatto dimenticare l'abitudine tanto accarezzata degli agi consueti: sarebbe bella che, dopo aver corso invano sulle peste del selvaggiume, ora dovessimo affannarci a cercare i cacciatori.
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Sua Signoria, soggiunse un altro, ponendo prontamente un correttivo su quelle parole, che racchiudevano un confronto poco rispettoso, non pu essere lontana da noi: e la fosse,  dover nostro di stargli ai fianchi.
Si suoni a raccolta, interruppe il primo per tagliar la questione; Sua Signoria ritrover sbito il cammino smarrito.
Che Dio ci guardi da una simile sconvenienza! volete che egli si disturbi a cercare de' suoi servi? tocca a noi ad andargli incontro. Non pi indugi, che l'ora  gi tarda. Voi (ed indicava un gruppo di cacciatori) pigliate la destra; voi (e ne accennava un altro) battete a manca: il rimanente pel bosco; animo, messeri, si tratta del principe.
E la comitiva, scomposta a brigatelle, s'avvi senza aggiungere parola, sulle vie designate.
Il cortigiano poltrone trov il da fare anche per se:  necessario, osserv egli, che qualcuno s'arresti sul luogo, caso mai, il principe passasse di qua. Ed egli e qualche altro fannullone pari suo si tolsero il difficile incarico di rimaner al rezzo, aspettando l'occasione poco probabile d'avere qualcosa a fare.
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Vedete, cavalier mio, soggiunse uno de' cortigiani al suo vicino, correndogli sulle orme e pronunciando a spizzico le parole come lo comandava il sussulto dell'ambiadura, quel messer Santagio se ne sta colle mani in mano; e poi gli udremo dire, che senza di lui...
Pur troppo, ripet l'altro non senza un po' di stizza, sempre il primo a farsi avanti per accattare; sempre l'ultimo quando vien l'ora di snighittirsi...
Dio gli perdoni la sua sfacciata poltroneria: quel che mi rode  il vedere come egli giunga a farsi credere il pi zelante, il pi destro tra noi egli, che quando ha il corpo satollo, ha l'anima consolata. Oh vorrei vederlo pentito d'essere rimasto col! Spenderei un occhio, perch mentre noi andiamo in traccia del conte, il cinghiale venisse a cercar di lui.
Ah, ah, interruppe l'altro gavazzando, che bel spettacolo il vederlo, messer Santagio, appollajato su un albero!.. 
Ma non appena ebbe dette queste parole, egli si pent di godere del male altrui. Represse quella risata come una bestemmia escitagli in fallo, e soffermandosi di colpo, fissando in viso il compagno, riprese con un tuono sommesso e piagnoloso:
Ma se quel brutto incontro toccasse invece a noi: a noi s scarsi e s sprovisti....
Impossibile....
Impossibile! non vi comprendo.
Il conte ci precede, n' vero? state certo che fin dove si spinge il conte non vi , n vi pu essere nemmanco il pi lontano sospetto di un pericolo.
Manco male, conchiuse l'altro rasserenandosi. Il conte  uomo prudente  ed, appoggiando sulla parola, amicc il compagno con un fare, che voleva dire: se egli non ha paura la dobbiamo aver noi?
Queste parole insulse scambiate fra due insulsi individui, non dovevano sfuggirci, perch feconde di una doppia osservazione.
La prima affatto generale ci fa conoscere, che la greggia de' parassiti, cresciuta all'ombra delle sommit sociali, fu, , e probabilmente sar in ogni tempo, eguale a s stessa. Mansueta fino alla pecoraggine in faccia ad un padrone, ha artigli e zanne per dilaniare un suo pari. Vile dicontro al pericolo, trova nel fondo dell'anima tutto il coraggio del livore e dell'odio nei momenti di tregua. Trista ed astiosa, essa fa guerra agli inferiori colla superbia, agli eguali colla maldicenza, a chi le sta al di sopra coll'ingratitudine.
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L'altra tutta speciale al caso nostro ci guida a conchiudere che Giangaleazzo era riescito a meraviglia a trarre in inganno sul suo conto coloro che lo spiavano da vicino. Il giudizio sfavorevole pronunciato da quelli stessi, che strisciando nella polvere gli giuravano sul viso ossequio, per poi metterlo in canzone dietro le spalle, varcava indiscretamente le soglie della corte, e addormentava i prncipi emuli o rivali nella placida confidenza, che nulla avevasi a paventare da lui, tutto da lui si poteva ottenere.
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16.
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Al lato opposto della foresta, lontano dal luogo su cui si separavano que' gentiluomini, il terreno presentava un profondo avvallamento, vecchio lavoro delle acque che, nello imperversare delle stagioni, ivi affluivano copiose ed irrompenti.
Non erano radi in allora gli esempi d'inondazioni parziali e disastrose; perocch le acque dell'alto piano non defluivano dapertutto, come oggi, con sistemata misura e per numerosi canali; n si usufruttavano con tanta economia a fecondare le nostre campagne.
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Tal fiata in quel burrone travolgevano esse con tremendo rovino alberi poderosi, frantumi d'abituri o suppellettili; ma, non appena il cielo si faceva sereno, tornavano a correre pure e placide sul fondo dell'alveo. Ne' tempi calmi non rimaneva altro testimonio della potenza loro, fuorch la riva scoscesa, dimagrita dalle corrosioni, fin sul vivo della ghiaja, qua e l collegata da una rete di radici, che ne facevano una diga inespugnabile. Contr'esse si sfogava tutta l'ira del torrente squassandole e torcendole talvolta come fuscelli; gli sterpi, invece, ed i fruttici, cresciuti su pi dolce pendio, sopravivevano alla burrasca, rilevati quasi ed inorgogliti dalla superata fortuna.
A conti fatti, era quel rigagnolo un gran beneficio per gli abitanti del contado, che perci solevano chiamarlo la providenza. Infatti, dove era rapido, per mezzo di gore, metteva in moto le macine; dove l'alveo era pi espanso, serviva ad abbeverare i bestiami, a trarre acque per gli usi domestici, a spurgar lini o masserizie.
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Un giorno, quel giorno della caccia, sulla bassa ora scendeva una contadina da un sentiero a scaglioni al guazzatojo per lavarvi le sue misere biancherie. Camminava essa lentamente, come glielo consentivano il peso del paniere che reggeva da una parte, e l'agitarsi d'una vispa e paffuta creatura, che si portava in collo dall'altra.
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La poveretta non aveva altro bene al mondo, che quel suo bambino; n l'indulgenza materna la rendeva cieca, poich per verit egli era s bello e vivace da far superba a buon dritto una donna pi di lei fortunata. Ma quella esistenza parassita e gi s robusta logorava le forze della buona madre. La faccia sbattuta di costei portava nelle rughe premature le tracce non dubie del suo diuturno deperimento; una seriet languida e macilenta teneva quel posto, su cui, solo pochi anni addietro, brillava il franco sorriso della giovent. Una certa quale avvenenza traspariva sotto quei guasti, come i pregi di un dipinto attraverso le ingiurie del tarlo e dei corrosivi.
Vero  che gli affetti non la rendevano accorta di quegli stenti: vero  che non s'era mai fissata nello specchio, e che l'unico specchio della sua materna felicit era la faccia rubiconda e sorridente del suo bimbo. Ma il sacrificio non cessa d'aver merito, perch la virt sa cangiarlo in diletto non  meno apprezzabile la forza, quando  sostenuta e raddoppiata dal coraggio.
Povera donna! povere sopratutto le madri del contado!
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Avrete ben veduto le cento volte i loro mariti godersi in pace un'ora di requie, e dormire placidamente all'aria e all'ombra? Avrete osservato, che l'opera loro non subisce sindacato o censura; che in seno alla famiglia essi godono ogni preferenza, ed hanno posto d'onore al desco e accanto al fuoco. I d festivi sono, a rigor di parola, giorni di riposo per essi: anche i pi sobrj si danno buon tempo; e l'allegria, o nata spontanea dalle forze ristorate, o nutrita da qualche insolita libazione, non  straniera a' loro crocchj. Provida spensieratezza in vero, che facendoli per brev'ora liberi di s e dimentichi degli stenti abituali, prepara alle fatiche del dimani un braccio pi vigoroso.
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Ma alle donne di solito e alle madri sempre  interdetto ogni ricreamento. Dopo d'aver diviso cogli operai d'altro sesso, non in ragione delle forze, i lavori della campagna, esse ritornano al casolare per ritrovarvi nuove e non men penose fatiche. Il governo di fatto della famiglia  esclusivamente affar loro; esse provedono al nutrimento di tutti; a tutti rattoppano i logori panni; sono le infermiere de' vecchi, le governanti de' bambini, le serve della casa. I lavori dell'ago e del fuso sono ozio e riposo per esse. Fortunate se non sono costrette a vegliare la notte al giaciglio dell'infermo, ed alla culla del bimbo insonne. In chiesa soltanto le poverette riposano davvero; perch ivi la fede ricorda loro, che ogni sofferenza, per quanto grave,  il seme invisibile, che, a suo tempo, le far ricche di inestimabili frutti.
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Eppure (sar io peritoso nel dire ci che ho veduto?) non  infrequente il caso che anche quest'unico e supremo conforto del povero venga amareggiato dall'incauta severit di chi ha il mandato da Dio di rialzare i pusilli e di consolare gli afflitti. Vidi, pi di una volta, anime elette, sotto il martello di troppo austere dottrine, smarrire nella ricerca d'una impossibile perfezione la coscienza della propria rettitudine; e dubiose di lasciare i pi sacri doveri insodisfatti, e sconfortate nel non avere forza a troppo difficile cmpito, dimenticare ogni affetto, ogni legame domestico e divenire gravi a s, alla famiglia ed alla societ. Oh se a queste timide creature s'insegnasse che il giogo del Signore  soave, rinascerebbero a nuova vita, forti abbastanza per operare miracoli di carit!
La nostra donna non era di questo numero; essa amava la vita, perch amava il suo caro angioletto. Giunta che fu al margine del ruscello depose il paniero; poi, colla mano resa libera, accarezz la testa e le spalle del bimbo, e se lo strinse amorevolmente sul seno, intanto che coll'occhio cercava dove collocarlo vicino a s, al sicuro d'ogni pericolo.
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A due o tre passi da quella sponda, su cui una schiera di pietre bigie fissava il posto ad altretante predelline per le lavatrici, il terreno dolcemente declive era sparso di zolle verdeggianti. L presso, dove uno spiazzo d'erba ricinto dai polloni recentissimi di un albero apprestava la pi morbida cuna, pens la madre di collocare il suo caro bambolo. Ma prima, lo palleggi, lo fece sorridere, gli prodig tutti que' vezzosi peggiorativi, che nel linguaggio della tenerezza materna hanno un s eloquente significato. Lo depose poscia, lo coperse de' panni e lo ricoperse, quante volte il bambino con maliziosa insistenza rimoveva da s ogni cosa ghignazzando: e non sarebbe stata la prima a stancarsi di quel trastullo se la bisogna non l'avesse richiamata al lavatojo. Gli porse quindi non so qual vezzo, e, dopo averlo ravvolto ben bene ne' lini, se ne and, senza perderlo di vista. Il piccolo derelitto fece sulle prime la ciera imbambolata; ma si rasseren tosto che s'avvide, di poter far rivolta contro la tirannia delle fasce. Scioltosi da tutti gli impacci, a piacer suo distendeva le picciole membra; e cinguettava in un linguaggio che nemmeno la madre sapeva comprendere. In fine vel l'occhio, e s'addorment.
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La donna intanto, con tutta la solerzia di una esperta massaja, stendeva sulla pietra que' suoi cenci, li diguazzava una o due volte, e, dopo averli ben battuti e contorti, li sommergeva di nuovo; per tornar da capo colle stesse operazioni, finch ne uscissero non candidi, ma forse un po' meno sudici e certo assai pi lisi.
Ad un tratto, scossa da un insolito agitarsi di foglie, senza levare il capo ed interrompere il lavoro, stette in attenzione.  un soffio di vento, pens tra s, che non giunge fin qui al basso. Ma no, soggiunse poi girando lo sguardo, le piante vicine sono immobili; lo sono perfino le foglie delle tremule che mi stanno di faccia. Cess dal lavoro e si rialz sui ginocchi, volendo ascoltar meglio, e sperando di ridere del suo inganno. Quel frusco tra fratta e fratta durava non solo, ma pareva avvicinarsi. Fu allora in piedi d'un salto, l'orecchio teso, l'occhio spalancato: e vide che l, donde veniva lo strepito, le cime degli arbusti ondeggiavano, come se alcun che di gagliardo le rimovesse per farsi strada. Colla scorta della ragione, quand'essa fosse sempre l'rbitra de' nostri sentimenti, era facile trovare pi di una causa del tutto innocente a spiegar que' fatti.
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Ma il cuore, e sopratutto il cuore di una madre,  troppo spesso profeta di malanni; le sue ubbe sono cos subitanee e profonde, che il dominarle d'un tratto, non  piccola vittoria. Esse non danno tempo a far riscontro tra le opposte probabilit; colgono all'improviso e di fronte, vestono le forme vaghe del presentimento, l'aspetto terribile di un fantasma.
Dire quanti e quali pensieri balenassero ad un istante in quella mente, non  cosa agevole; bisognerebbe sapere dipingere i sogni proteiformi di chi ha la febre, fare la storia di tutte le strane superstizioni di quei poveri tempi.
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La troppo fedele memoria colla prestezza del lampo le schier sotto agli occhi la possibile realt delle mille ed una fiabe, di cui s'accendono le vive fantasie dei contadini negli oziosi convegni de' presepi; vide spettri, ombre, tregende, fattucchiere. La ragione faceva capolino tra quella pressa d'errori, come un raggio di sole attraverso a un temporale, e gridava alto alla sua volta finch il cuore l'intese.
Non potrebbe essere un uomo, diceva, che passi a caso e pei fatti suoi la foresta?  di pien giorno; sono queste le terre del Signore di Campomorto. I malviventi non fanno guerra che alle legna del padrone; e v'hanno de' guardaboschi per loro. Chiunque sia, non vorr far male a una povera donna, meno ancora ad un bambino.
Cos, banditi per un momento i terrori vaghi e puerili, pareva camminare a gonfie vele e colla scorta della ragione alla scoperta della verit. Ma la verit, o ci che ne aveva l'aspetto, le fuggiva dinanzi come il fuoco fatuo sospinto da un'aura incostante.
Un uomo..., pensava tra s, insospettita. Ma se  un uomo dovr pur rispondere conviene che io l'interroghi.... Ol, chiunque siate, galantuomo, gridava a tutta voce, cercate la strada maestra?... siete fuor di via. Ol, rispondete.... e fece silenzio, attendendo.
Ma non una parola, non un segno di vita.
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Non pu essere, continu ella che il pi innocuo animale smarrito da qualche mandriano erri pel bosco? io, io tremer perch esso non mi risponde? Pazza che io sono. Ed impadronendosi di questa ipotesi colla ostinata tenacit di chi sommerso nell'acqua abbranca un virgulto, sent rinascersi in cuore la fiducia, anzi la certezza del proprio salvamento.
Ma il conforto non dur che pochi istanti; quanto ancora durava l'ignoranza della causa vera di quel trambusto. Il cuor suo aveva providamente goduto quel po' di tregua per prepararsi ad una scossa pi forte.
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Infatti una pedata pesante, un fiatar greve, un rantolo profondo precedevano la comparsa dell'essere misterioso. Le fronde e gli arbusti s'aprivano al suo passaggio. Gi ne esciva un orribile teschio, un grugno nero, lurido, zannuto: il grugno d'Egeone.
La donna a quella vista credette gettare un grido e chiamar soccorso; ma le sue fauci strozzate da uno spasimo convulso non mandarono che un debole lagno. Volle correre, volare su quella china, e le sue gambe irrigidite non marcavano che passi lenti ed incerti. L'istinto materno la chiamava a proteggere il suo bambino, od a dividere il pericolo con esso lui; ma una mano di ferro la tratteneva inerte al suo posto.
O Madonna santissima, ajutatemi voi! sclam la poveretta, giungendo le mani in atto di preghiera O me tapina! la mia creatura! Gesummaria, Gesummaria!
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La sua situazione divenne ancora pi deplorabile, da che le si aggiunse lo sgomento d'essere a un filo di perdere i sensi. Gi s'accorgeva che le sue membra non le obbedivano. Mentre la tenerezza materna metteva nell'animo suo quella febre, che centuplica il coraggio, era pur doloroso l'accorgersi, che le forze venivan meno, che essa forse sarebbe stata spettatrice inerte di una scena di sangue.
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Pure ne' momenti gravissimi, un estremo comando della volont pu operare prodigi, e vincere anche le leggi della natura. Il perch ella giunse a dominare s stessa, e non svenne; un calore nuovo ravviv, come per prodigio, il suo sangue aggrumato, e lo diffuse per tutte le membra! Pot quindi rialzarsi, tentar alcuni passi, correre difilata sul pendio. Gi non era lontana dal bambino, che uno stendere delle braccia, quando, ahi poveretta! un passo falso la fece traboccare, nel momento appunto, in cui l'orribile belva s'arrestava a fiutare il corpo del piccolo dormente.
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CAPITOLO TERZO.
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17.
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Dicesi che la Venere di Cleomene non sia il ritratto di un'unica bellezza, ma il riassunto di quante esistevano a' suoi d in tutta la Grecia. La natura ci neg dunque un tipo vivente di ci che lo spirito umano sa concepire di pi bello e sublime; ma nell'offrirci all'incontro qualche esemplare di quanto vi pu essere di pi sozzo e ributtante, eguagli, se non vinse, le creazioni della pi bizzarra fantasia.
La bellezza sta nell'armonia e nell'equilibrio delle parti; cosa pi presto detta che compresa, e in ogni caso pi facilmente compresa che trovata. L'esclusivo predominio di un'odiosa prerogativa, e l'assoluta mancanza d'ogni buona e bella dote generano quella privilegiata turpitudine, che con parola un po' ardita si potrebbe chiamare la perfezione della deformit.
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 questo il momento di porre sott'occhio al lettore uno di questi esemplari; ma c' d'uopo che la fantasia di lui ci soccorra, perch, da soli e col solo mezzo delle nostre povere parole, dubitiam forte d'essere da meno all'assunto.
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La ferocia tetra e frenetica, che nei bruti non  per solito disgiunta da venust di proporzioni e da tratti di maschio vigore, in Egeone, come in tutta la sua razza, s'accoppiava ad uno speciale rilassamento di forme, ad una laidezza tanto pi mostruosa, quanto meno decisa. Nulla invero di pi ributtante che quell'immane corpo in cui tutto il meccanismo del moto e della forza era nascosto da uno strato fluttuante d'adipe senza contorni e senza costrutto espressione infallibile di cupa ed insaziabile voracit. Dicasi lo stesso del colore; era n bigio n bruno, ma fosco ed ambiguo. La pelle cosparsa di macchie e piazzette era qua coperta di setole irte, l spelazzata a segno da mostrare, in tutta la sua stomachevole nudit, una cotenna floscia, da cui gemeva un untume nauseabondo.
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L'occhio, che nella maggior parte degli animali  tracciato orizzontalmente, in questo, come nella serpe, scendeva lungo la direzione del teschio, segnato da una piccola fessura a fior di pelle, entro le rughe delle palpebre gonfie e molli come i margini fistolosi di una ferita. Uno sguardo bieco, guizzando tratto tratto dalla pupilla injettata di sangue, rassomigliava al corruscare intermittente di un insetto fosforico. La bocca smisurata, composta sovente ad uno sbadiglio ferino, lasciava travedere due curve difese tarlate e giallognole, ma formidabili, dietro cui si schierava un doppio rango di molari che presidiavano le fauci.
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La lingua bavosa e cosparsa di papille aspre spaziava in quella voragine ora lambendo le zanne, ora lisciando le labra, quasi prelibasse la volutt di un pasto insanguinato. Un ringhio non alto come il ruggito del leone, ma selvaggio al par di quello, gli usciva dal petto rimbombando cupamente nella cavit di un torace ampio e riquadrato. Il collo era corto e sepolto, ma l'innata voracit e l'istinto di fiutar checchessia, gli facevano sporgere il grugno di modo che il dorso, la cervice, e la nuca descrivevano una linea sola. Pi ispidi su quella gli si arruffavano i peli in segno d'impazienza e di furore, e le zampe irrigidite straziavano il suolo, sciupando le erbe e sollevando il polvero dello sterrato.
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Ai tempi di cui parliamo, una gran parte del suolo che costituisce la nostra ubertosa pianura era occupata da lande e selve vergini, in mezzo alle quali gli animali selvatici vivevano, e si moltiplicavano al riparo d'ogni offesa. Il cinghiale per, che in altre terre a pari condizione di clima e di terreno cresceva a segno da divenire lo spavento delle popolazioni, non fu mai indigeno di questo paese.
Nelle foreste montane degli Abruzzi ne esistono tuttod; e sono l'oggetto delle pi avide ricerche: ma degeneri dalla nata ferocia, confinati dalla crescente cultura dei terreni in pochi recessi, ed ivi pure perseguitati, costituiscono una preda ghiotta, e nulla pi.
Il cinghiale  onnivoro. Famelico, e lo  spesso, gradisce ogni prodotto de' boschi e de' terreni selvaggi. Ma la sua delizia  la carne. Irritato, si difende contro l'uomo, lo assale, lo lacera, lo uccide. In bala a s, e sicuro d'ogni molestia, s'accosta di buon grado a chi s'espone inanzi a lui senza difesa, morde le membra di un uomo dormente, ed a preferenza si pasce delle carni tenere e palpitanti dei bambini.
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18.
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La povera donna, non avendo conoscenza di simili animali, non sapeva render conto a s degli istinti e nemmanco del nome di quello, che le stava di fronte: ma l'aspetto suo s strano ed orribile le incuteva un indicibile terrore.
Eppure il coraggio, che aveva poco prima vacillato alla minaccia d'un pericolo, rinacque in lei dinanzi alla certezza di esso. L'amore materno centuplic le sue forze. Ricomporsi, rialzarsi e stendere il corpo quanto era necessario per raccogliere il suo bambino nelle braccia, fu un atto solo.
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Ma il cinghiale vedendo, accostarglisi alcuno, addent i panni del bambino, e lo sollev da terra; poi si rivolse indietro, e di buon passo rientr nella foresta.
Imaginatevi il cuore della infelice contadina9.
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Il cinghiale non rendeva la sua preda, n si apprestava a difenderla; ma fuggiva dinanzi ai passi della donna, eludendo i suoi tentativi, col piegare ora a destra ora a sinistra, come meglio gli tornava conto.
Il bambino, squassato brutalmente ad ogni moto subitaneo di chi lo portava, vagiva a far piet. La madre all'udire que' lagni, raddoppiava d'ardore, di coraggio, di proposito: tentava per vie indirette di raggiungere e di sorprendere l'avversario: di tratto in tratto, e come glielo consentiva l'ansia mortale di quella corsa, metteva strida, per spaventare la fiera, o per chiamar soccorso. Ma la fiera le trottava sempre davanti, e non si lasciava avvicinare, Il bosco era o sembrava deserto; nessuno rispondeva alle grida della desolata.
Ad un certo punto, s'apriva tra gli alberi uno spiazzato, cui mettevano capo varii sentieri. Per uno di essi il cinghiale vi giunse tutto trafelato; ma vistosi allo scoperto e meno sicuro di s, s'arrest, quasi volesse retrocedere e rintanarsi nel pi fitto della foresta.
D'improviso un nitrito alto e penetrante ruppe quell'angoscioso silenzio. Il cinghiale vi rispose con un grugnito profondo; la donna con un battere pi libero del cuore, con un respirare pi largo, che le annunciava il ritorno della speranza.
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Ma incerti l'uno e l'altra non movevano passo. A quel primo avviso altri ne seguivano, e meno dubj, dell'avvicinarsi di un cavallo. La sua zampa ferrata risuonava anche sul terren disfatticcio; e le intricate viuzze del bosco non gli facevano sospendere un passo ritmico e veloce.
La donna spingeva lo sguardo verso quella parte del bosco, da cui arrivava l'annuncio di un probabile soccorso.
Non era illusione. Il calpesto continuava, e si faceva sempre pi distinto. L'occhio non tard a farsi garante di ci che l'udito aveva scoperto. Cominci ella infatti a discernere da lontano fra i fusti e le foglie, un non so che di colorito e di mobile, che a tratto a tratto si mostrava e spariva. Quello screzio andava di mano in mano assumendo forma, finch apparvero in tutta evidenza i colori vivaci di un'assisa da cavaliero, il muso bigio del leardo, il bagliore de' fibbiagli e delle armi.
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Oh Vergine santa! sclam ad alta voce la donna, facendosi incontro al ben arrivato, e stendendo verso lui le braccia in atto di chiedere soccorso. Accorrete o messere, presto, accorrete. Per piet, per le anime de' poveri morti, abbiate compassione di noi...
Non fa d'uopo che si dica chi fosse quel cavaliero; ognuno l'ha gi riconosciuto.
Smarrito nel bosco e condotto, per caso od in bala de' suoi pensieri, lungi dai cortigiani, il Conte di Virt andava in traccia di un sentiero per ricongiungersi a' suoi, quando le grida lo fecero avvertito di un vicino pericolo.
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Fantasticando nella ricerca della cagione pi probabile di quell'allarme, gli balen sbito alla mente il sospetto, che alcuno fosse alle prese col cinghiale. Di di sprone al cavallo verso quella parte, attraversando il bosco con quanta celerit gli era consentita dalla sua foltezza, e non curando il continuo flagello dei rami che gli sbarravano la via. Giunto sullo spiazzato, vide che non s'era male apposto, e d'un salto fu a terra.
Il leardo, avute le redini sul collo, non abus della libert accordatagli; s'arrest, e levato alto il capo, parve cercare collo sguardo il suo padrone e richiamarlo a s con un nitrito.
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19.
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Volgere le offese contro il cinghiale, tenergli dietro, assalirlo, ucciderlo, erano cose facili a chi aveva prontezza d'armi e di coraggio. Ma nel caso presente, perch la vittoria non venisse sfruttata, o perch non costasse troppo cara, ci voleva assai pi tattica che valore. Il nemico traeva seco nella ritirata un prezioso ostaggio.
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Il conte, a tale considerazione, moder il passo, ed accenn colla mano alla donna che facesse sosta, prevedendo che la fiera, riavutasi dal momentaneo turbamento di un'aggressione, avrebbe obedito alla sua inerzia naturale. E infatti, al cessare d'ogni movimento, s'avvi dessa colla sua ordinaria lentezza nel bosco, trascinando seco e sempre allo stesso modo, la preda. Il cavaliere, tenendo fisso lo sguardo a quel punto in cui il frusco de' rami e l'ondulazione degli arbusti accusavano il passaggio del cinghiale, leg in un attimo il cavallo ad un albero, impugn l'asta, ed avvicinatosi alla donna, le disse sommessamente: coraggio. Poscia lesto, in punta de' piedi, evitando ogni strepito, diede una giravolta; e, per una via pi lunga, si diresse verso quella parte del bosco, dove, a suo intendimento, erasi nascosta la fiera.
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Con arte finissima si era questa collocata in una posizione quasi inespugnabile, acquattandosi ai piedi di una quercia due volte secolare, entro un covo formato da una siepe di radici contorte e scalzate. Il principe, poich l'ebbe veduta, non l'affront, essendovi troppo grave pericolo per la vita del bambino, che giaceva a terra presso le zampe dell'animale; ma valendosi di quella teoria, che abbiamo udita dalla bocca del guardacaccia ad istruzione di un male esperto, studiava il modo di costringere l'avversario ad un movimento di fianco, che gli permettesse d'impadronirsi anzitutto della preda.
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L'asta che egli impugnava, come tutte le armi che servivano a tal genere di caccia, aveva una lama acutissima fatta a zagaglia; tagliente cio da un lato, dall'altro fornita di spine lunghe e ricurve, a guisa delle frecce de' selvaggi, che, penetrate nel corpo, non possono ritrarsi dalla ferita senza squarciarne orribilmente i margini. Con ci e col mezzo di uno spuntone pi lungo e del pari ricurvo, che esciva dal collo della lama dove la cocca bipartita in due branche si stringeva al troncone, diveniva cosa meno difficile il ferire l'avversario nella parte opposta a quella in cui si trovava il feritore, e trarlo nell'inganno di cercare il nemico dov'egli non era. Tale maneggio, inutile forse colle altre fiere d'ordinario pi snelle, dava tempo a preparare nuove offese contro questa, sempre tarda ed impacciata ne' suoi movimenti.
Il conte vedeva adunque il cinghiale; ma questo non si accorgeva di essere veduto. Il primo, s'avanzava pian piano, guardandosi dal tentare offesa, che non fosse un colpo sicuro. L'altro, interamente ricomposto dalla fiducia di trovarsi solo, vagheggiava in uno spensierato riposo la squisitezza della rara ghiottorna che s'aveva dinanzi; fiutava cupidamente il bambino, e ne leccava i panni e le carni. La creatura, appena fu deposta a terra, riavutasi dagli squassi sofferti, cess dal piangere.
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Poco lungi, sulle pedate del suo difensore, levavasi la madre in punta de' piedi, drizzando, fin dove era possibile, lo sguardo per indovinare che avvenisse. Lo sgomento d'alcuni istanti prima erasi cangiato in un'angoscia pi profonda ma meno disperata.
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Quando il conte fu discosto dal cinghiale non pi che la lunghezza dell'asta, si arrest. Prima che il cinghiale levasse il capo, egli stese il braccio, drizz l'asta, la fece scorrere sopra il dorso della fiera senza punto toccarla, poi, inclinatala con prontezza, la percosse ai lombi collo spuntone; ma il fece s leggermente che pot ritirar l'arma all'istante.
Scoppi a quell'atto la mal repressa rabbia della belva. Al sordo grugnito fece succedere uno strido furibondo, che echeggi nella foresta. Spalanc le fauci, corrugando il labro superiore e componendolo ad una smorfia, che pareva il sogghigno di un demonio; poscia, poggiandosi fortemente sulle zampe anteriori, e curvando il dorso colla scorrevole pieghevolezza di un verme, si volt verso quella parte da cui credeva venirle l'offesa.
Approfitt il conte di quel movimento per far due passi in avanti, stendere una mano e sollevar da terra il bambino. Impadronitosi della preda, retrocesse fino ad incontrare la madre; la quale tosto raccolse nelle braccia la cara creatura: con qual gioja, con quante benedizioni lo pensi il lettore.
Il cinghiale, non appena s'accorse dell'inganno, medit la vendetta. Quatto quatto, a passi misurati, strisciando il ventre a terra, si fece incontro al suo nemico; e quando gli fu vicino, sost di bel nuovo, accosciandosi un istante in atto di misurare un salto. Il furore aveva dato a quel pigro colosso una precaria agilit: un momento ancora, ed esso avrebbe investito con tutte le forze delle sue membra, e coperto con quanta era la sua mole, il corpo dell'avversario.
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Ma il conte che lo dominava per l'altezza della statura, per l'agilit delle membra e per l'imperturbato impero dello sguardo, non pose tempo di mezzo, e, clto il destro in cui la belva alzando il muso gli presentava indifeso il petto, vibr di bel nuovo l'asta, e tent colpirlo nella regione del cuore. I muscoli di ferro di una tigre sarebbero stati squarciati da quella lama egregiamente temprata, scossa da un braccio robusto ed intelligente; ma la cotenna di quella belva estinse il colpo, opponendovi la resistenza tutta propria, ad una sostanza molliccia e sfibrata. Il ferro rimase quasi innocuo nelle cellule della pinguedine, ed il cinghiale, irritato ancor pi dal dolore della ferita, si prepar a slanciarsi, con maggior impeto e con ira indicibile, contro il suo feritore.
Importava al conte d'aver libera l'arma, e non poteva ritrarla; gli uncini, ond'era sparsa la costa della lama, si piantavano ne' margini adiposi ed escrescenti della ferita.
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La forma e la tempra velenosa di quell'arma rendevano certa la morte di chiunque ne fosse tocco a sangue; ma l'effetto de' suoi colpi non era immediato. Il conte non ripet pi che una volta il tentativo di ritirare la zagaglia. Vedendo che a quelle scosse il cinghiale si contorceva orribilmente, e mandava strida spaventevoli, senza punto scemare le minacce, pens che fosse pi saggia cosa l'abbandonare il troncone e metter mano al pugnale. Egli previde, ci che infatti avvenne.
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Consisteva quel pugnale in una lunga lama fina e forbita, di sezione triangolare, tagliente sul filo ed acutissima. Una guardia di acciajo lavorata a trafori proteggeva l'impugnatura, coperta d'una guaina di cuojo granito, che ne rendeva pi fermo e facile il maneggio. Esciva essa dalla pi famosa officina degli spadari, e portava l'impronta della maestranza sul principio della lama. Pi avanti, in mezzo a' bizzarri ghirigori tracciati a niello, erano scolpite in caratteri greci le parole: in te vincam.
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Quell'arma aveva la sua storia. Era stata l'indivisibile compagna di Galeazzo, padre del Conte di Virt, allorch milit in terra santa; e la portava al fianco quando nel 1343 fu insignito del cingolo militare in Gerusalemme. Ad essa, in pi occasioni, egli fu debitore della vita.  fama, che tiepida del sangue di un infedele, fosse dal novello cavaliere deposta sui gradini del santo sepolcro, e che da quell'atto di piet ritraesse il privilegio di rendere incolume chi la portava. Reduce dalla Palestina, Galeazzo l'affidava ad un artefice di Damasco, perch v'incidesse quelle parole di buon augurio.
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Il conte indietreggi alcuni passi per calcolare la portata degli strani e convulsi movimenti della fiera. Questa ora s'ergeva sulle zampe posteriori, ora s'appiattava, ora balzava di un tratto da un posto all'altro, soffiando, grugnendo e mordendo il troncone dell'asta. Anzi in quella foga, cui la spingeva un improvido istinto di liberarsi da quella puntura, non faceva che inacerbirne gli strazii; e con essi crescevano, se pur era possibile, i furori. L'asta, abbandonata dalla mano del cavaliere, strisciava a terra dalla parte dell'impugnatura. Ad ogni movimento retrogrado della fiera, essa scorreva indietro radendo il suolo, e ad ogni sua spinta in avanti, trovando nel terreno una resistenza invincibile, si configgeva nelle carni, approfondiva e lacerava la ferita. Imaginate quale strazio; quanto furore!
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L'estremit del male sospinse la belva ad un estremo tentativo. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, le membra convulse e palpitanti, le zanne atteggiate a mordere, ed insozzate da una bava cruenta. Non potendo correre di fronte, per non rinovare le trafitture, spicc con una agilit felina un salto, e vi impresse tal impeto, che domin d'un tratto la posizione del suo avversario. Il peso della sua mole e il movimento impresso dal furore compivano involontariamente l'atto aggressivo.
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Il cinghiale si gett, o meglio cadde come corpo morto, sulla persona del conte, e lo stramazz. Ma cadendo costui, volle fortuna che il braccio dritto gli restasse libero. Strinse egli allora il pugnale, e vibrandolo di tutta forza, glielo ringuain fino all'elsa tra te coste. Ben s'avvide quanto gli costasse cara la vittoria; ma non si perdette d'animo. Stretto fra le branche della sua vittima, cui i spasimi dell'agonia davano un vigore fittizio, sentiva lacerarsi a brani il giaco di cuojo, le sottovesti e i lini; gemeva sotto un peso insopportabile che gli toglieva il respiro; soffocava dalla nausea di un alito fetente; sentiva effundersi sulla nuda carne delle spalle e del viso la sanie sanguinosa, che la fiera eruttava: ei vinceva, e moriva ad un tempo d'ansiet, di schifo, di terrore. E non era tutto; l'animale boccheggiante non aveva compiute le sue vendette.
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Alla mostruosa ampiezza della sua bocca, la spalla denudata di un uomo era un nonnulla. Egli la copr delle sue labra, la strinse tra le zanne come in una morsa di ferro; squarci la pelle, s'addentr nelle carni, trafisse i muscoli, fino a far scricchiolare le ossa. Dopo ci, bevve un largo sorso di sangue, di i tratti, e spir.
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Il conte, che fino allora non aveva abbandonata l'elsa del pugnale, e lo scuoteva per inacerbire la piaga del suo avversario, dovette alla fine cedere agli insopportabili spasimi della sua ferita. Oppresso da un peso enorme, che gli toglieva il respiro, indebolito dalla perdita del sangue e dallo strazio delle carni, si sent venir meno le forze. Una nube gli vel la mente; un pallore mortale gli si effuse sul volto: tent invano di chiamare soccorso; chiuse gli occhi, e svenne.
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20.
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La donna, riavuto il suo bambino, non mise il cuore in pace, prevedendo che il modo con cui esso le veniva restituito, era il principio, non lo scioglimento della questione.
Non aveva essa armi o forza, n possedendone, avrebbe saputo impiegarle. Ma la sua mente, poich ebbe diretto a Dio un atto fervidissimo di ringraziamento, scese alla realt delle cose che le si paravano dinanzi, e si agit dolorosamente vedendo il suo liberatore caduto in quello stesso pericolo, dal quale egli aveva poco prima, con tanto coraggio, sottratto un'altra vittima. Pregava quindi il cielo, che la illuminasse sul modo pi acconcio a soccorrerlo.
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Con occhio fisso ed attonito aveva assistito a quella scena di calma provocante, che precedeva la lotta. Dalla fermezza del conte aveva tratto buon augurio per lui; quando vide scorrere un rivo di sangue dal petto del cinghiale, credette confermato il suo presagio. Ma non tard ad accorgersi dell'inganno. Allorch la fiera con quel furore, che abbiam tentato descrivere, si scagli moribonda sul suo avversario e lo stese a terra, la povera donna mise un grido, e, volte le spalle ad uno spettacolo cui non le durava la vista, corse, come disennata, nel bosco chiamando ajuto.
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Un branco di que' cavalieri che, come si  detto, errava in traccia del suo padrone, ud quelle grida, ed entr in sospetto di qualche serio avvenimento. Ognuno di essi, libero di s o chiamato a dare il suo parere a quattr'occhi, avrebbe deciso di non badare a tanto; ma nessuno osava proporlo: quanto a coraggio, mancava loro fin quello della vilt francamente e publicamente professata. Il perch, tutti proseguirono la via battuta; attratti, per dir cos, dalla voce della sventura; ma silenziosi, col broncio sul viso e colla paura nel cuore.
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Quando alla fine, dopo breve corso, comparve dinanzi a loro la donna, l'animo di que' prudenti, scorgendole in volto i tratti di un'angoscia mortale, non si rasseren. Una serie di domande piovve su lei; Che ? che avvenne? a che quelle grida? parlate in nome di Dio...
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La donna, come meglio seppe e come glielo permetteva il turbamento dell'animo, raccont il fatto. E bench la sua narrazione fosse talvolta prolissa, tal altra insufficiente ed interrotta, l'essenziale d'un grave pericolo per un cavaliero, apparve come una verit incontrastabile, alla quale non era lecito rispondere in altro modo che coll'accorrere prontamente al soccorso.
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Giunti sul luogo del combattimento, videro quello che gi sappiamo.  inutile descrivere le impressioni cagionate da quello spettacolo sull'animo di ciascuno. Il timore non era svanito del tutto; in molti rimaneva il sospetto che la morte del cinghiale fosse apparente. Anche sulla sorte del conte s'arrestava il pensiero de' cortigiani, e si mesceva a un doloroso dubio. La sua disgrazia reclamava il rimpianto di tutti quelli, che credevano impossibile trovar un ozio pi beato e pi pingue. Tutti facevano corona al corpo esamine; e ciascuno, affettando un'aria mesta e compunta, voleva farsi credere il pi fido ed affezionato de' suoi servitori.
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Due canattieri si fecero avanti per liberare il conte dall'enorme peso che lo schiacciava. Vi si avvicinarono cautamente, coi coltelli impugnati, pronti a ferire se la belva avesse dato segno di vita.
Ma non vi fu bisogno d'altro che di braccia vigorose per levare da terra il cinghiale, e sciogliere le strette, con cui s'era avvinghiato alla sua vittima negli ultimi momenti della lotta Le branche della fiera ancora tiepide, conservavano l'inflessibilit che loro era stata impressa dal furore convulso, che precedette la sua morte.
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Sciolto il nodo e gittata in disparte la fiera, i cortigiani, dando ancora pi rilievo al loro aspetto pietoso e commosso, si avvicinarono al conte per prestargli soccorso, se pur non era troppo tardi.
Lacero, insanguinato, colla testa cadente all'indietro, giaceva egli in una fanghiglia rosseggiante. Il volto avea livido, l'occhio socchiuso, le guance infossate da una magrezza improvisata dagli spasimi. Da un ampio straccio praticato nelle vesti, vedevasi a nudo la ferita, contornata da grumi, in mezzo ai quali gemevano stille di sangue ancor rosso e tiepido.
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Era quello l'unico sintomo di vita. Uno de' suoi, inginocchiatoglisi a' fianchi, gli pose una mano sul petto e gli cerc il cuore. I compagni, collo sguardo fisso nel volto dell'esploratore, aspettavano una decisione suprema, e dalla faccia di lui sparuta, mesta, solcata da rughe, che esprimevano nel modo il pi solenne la gravezza di quell'istante, s'atteggiavano ad un aspetto di dolore, che forse era troppo uniforme per sembrare del tutto veritiero.
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Ad un tratto, il viso di colui si rasseren, le labra dianzi spenzolate si rialzarono, le profonde rughe della fronte sparirono; il suo aspetto sembr porre una riserva alla sentenza pronunciata poco prima con una taciturnit troppo eloquente. Lev lo sguardo, e con ippocratica gravit disse agli astanti. Il cuore batte: s leggiermente per, che sembra vicino ad arrestarsi del tutto; presto, togliamolo da questo luogo, ed affrettiamogli i soccorsi dell'arte.
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21.
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Mezz'ora dopo, un convoglio di cavalieri preceduto da una bara, formata da rami d'albero spiccati di fresco, entrava nella corte del Castello di Campomorto. Era steso su di essa il Conte di Virt. Dal suo volto era sparito quel lividore cagionato dal peso, sotto cui dianzi soffocava. Una pallidezza trasparente annunciava il ritorno alla vita ed il ravviato corso del sangue.
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Un cavaliere gli reggeva la testa; un altro, premendogli leggermente i polsi, li consultava ad ogni tratto, assicurando i compagni, essere ormai rimosso ogni sospetto di morte. Quanto alla ferita non era lecito pronunciare; certo ella doveva essere gravissima. Le pedate della comitiva erano distinte da continue stille di sangue, che dopo avere inzuppati i lini, in cui era avvolta la ferita, piovevano dalle foglie, onde, era tessuta la bara.
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La notizia della dolorosa avventura precedette al castello l'arrivo dell'ospite. Agnesina, compresa da piet e da ammirazione verso chi aveva esposta la sua vita con tanto coraggio e con s prodigioso successo, si chiam fortunata di potere essere utile ad uomo che soffre. Il cuore della fanciulla era troppo franco e sicuro di s, perch, anche in faccia ad un impegno s nuovo ed improviso, potesse nutrire il pi lieve imbarazzo, la pi piccola timidezza. Ella medesima, ajutata da Canziana, allest con ogni sollecitudine un letto nel migliore appartamento; poi and incontro al Principe, che, ancora fuori de' sensi, veniva trasportato sulle braccia de' suoi, nell'interno del Castello.
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Intanto che lo si poneva a giacere, uomini a cavallo correvano a spron battuto sulla strada di Pavia e di Binasco in cerca di medici e di persone dell'arte Fra la gente del sguito era un arrabbattarsi continuo, una foga di correre e di chiedere, una gara di servigi, quanto solleciti altretanto inopportuni. Gli uomini del contado strabiliavano ad udire il fatto; e si dolevano di non essere accorsi in aiuto dell'eroe. Le comari proponevano rimedj d'ogni specie, erbe, bibite, balsami d'effetto sicuro, il tocca e sana d'ogni male: e ciascuna di esse aveva una serie di prodigi da raccontare a rinforzo della proposta: peccato che in quel parapiglia non si trovasse un orecchio che avesse pazienza d'ascoltarle.
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Agnesina e la sua governante (ma pi quella che questa) conservavano in mezzo al trambusto un contegno alieno da ogni smargiasseria Volevano essere operose, e perci cominciavano dal mostrarsi calme. La nobile presenza della donzella impose silenzio ai garriti delle donne, alle vanterie dei contadini, alle verbose sollecitudini de' cortigiani. Vedendo che costoro s'inchinavano dinanzi alla sua dignitosa bellezza, credette poter giovarsi di quest'atto di riverenza per chiedere loro d'essere introdotta nella camera dell'infermo, proponendosi di vegliarlo fino all'arrivo dei medici.
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Agnesina (lo abbiamo detto nel parlare della sua infanzia) era, pe' suoi tempi e fra le donzelle sue pari, un prodigio di sapere e di cultura. A quei d l'arte salutare, studiata e praticata in grande nelle scuole e nelle corse degli spedali allora nascenti, era ne' luoghi lontani dalla citt interamente abbandonata agli empirici, che, con nessun'altra dottrina fuor quella di una pratica grossolana, riescivano non infrequentemente a strappare qualche vittima ad inevitabile morte.
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La necessit pertanto di giovare a s ed a' suoi, quando e dove non era facile l'aver soccorso dagli altri, impegnava ognuno a farsi pratico nella cura de' mali ordinarii e di pi facile guarigione. L'ignoranza ed i pregiudizii del popolo furono sempre favorevoli a questo contrabando della scienza; ed anche in oggi il vulgo, pronto a deridere i serii dettami della dottrina, perch non v'intende nulla, accoglie di buon grado le pi assurde e le non meno misteriose prescrizioni di un cerretano o d'una femminetta; forse perch l'ignoranza  dote comune fra loro. E siccome l'empirismo, nella maggior parte de' casi, si giova di sostanze semplici ed innocue, cos ogni suo prodigioso successo non  altro che un tributo di lodi alla natura, che, abbandonata alle proprie forze , soventi volte, medica esperta di s stessa.
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Anche Agnesina aveva studiato i semplici, e dalla applicazione di essi otteneva spesso i pi felici risultamenti. Vivendo gran parte dell'anno in mezzo ai poveri campagnoli, conosceva quale suol essere la causa principale de' loro malanni; e alcuna volta seppe rimoverla e prevenirne le conseguenze; pi spesso giunse ad arrestarne il corso. La carit era il suo sovrano rimedio, la panacea infallibile che rilevando il povero dal suo languore, distruggeva il germe di malattie insanabili e di morti premature.
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Quando poi o per la propria insufficienza o per quel mistero in che si cela la pi squallida miseria, non giungeva in tempo ad impedire il male, ella sapeva mitigarne la gravezza, somministrando con sano criterio que' rimedj, che richiamano le forze ristoratrici della natura.
Se la sua scienza era limitata e il novero de' suoi farmaci ristretto, lo zelo e la piet, con cui li amministrava, non avean confine, e ne centuplicavano il valore. Ne' casi di qualche importanza ella stessa preparava e porgeva le pozioni; n s'allontanava dall'infermo finch non avesse veduto gli effetti del rimedio: esperta fino d'allora della necessit di attraversare la falsa compassione della gente vulgare, che crede rendere la salute ad un malato, accontentandone ogni strana voglia, o rimpinzandolo a suo dispetto.
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Nel medicare e fasciare le ferite, arte pi pratica che induttiva, poteva chiamarsi abilissima; perocch le continue guerre de' Milanesi contro gli Imperiali, e i Firentini, quando Bologna era il pomo della discordia fra Barnab Visconti e Giovanni da Oleggio, riempiendo la citt nostra di feriti, che per solito s'abbandonavano alla cura ed alla piet de' cittadini, le avevano offerta l'occasione di fare una vasta esperienza.
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Agnesina, recatasi al letto del principe, si sent commossa fino al pianto nel mirare quel volto s nobile e leggiadro, su cui la vita fuggente aveva impresso le tracce di una lotta eroica, chiusa dagli spasimi di una terribile agonia. Predominata da una piet imperiosa, non pens chi ella era, n chi fosse l'uomo, che le stava davanti; vinto il naturale riserbo d'una fanciulla, e risoluta di mettere in opera quanto era in lei per alleviare i dolori dell'infermo, respinse quella sensibilit morbosa ed inerte che guida alle lacrime, e rifugge dalla vista del sangue.
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Gli si avvicin quindi senza esitanza; con una mano lieve ed esperta stacc ad uno ad uno i panni, che aderivano cruenti alla ferita; ed ajutata da Canziana, che le reggeva una sottocoppa piena d'acqua tiepida, lav diligentemente la piaga, facendovi scorrere sopra un lino umido e finissimo. Allora solo pot rilevare quanto fosse vasta e profonda la piaga; quanto acuti dovevano essere stati i dolori; come sarebbe lunga e penosa la cura: ma in cuor suo si rallegr pensando che la guarigione era certa.
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Ripetuta pi volte la lavatura, che poneva a contatto della viva carne un umido lenitivo e refrigerante, il volto del malato sembr rianimarsi alcun poco. Ma Agnesina (le faremo noi torto di questa debolezza?) che augurava in cuor suo ogni bene a colui, temeva di vederlo troppo presto ritornare all'uso de' sensi. Dinanzi ad un corpo inanimato ella si sentiva pi sicura di s; ove gli occhi del cavaliere si fissassero ne' suoi, dubitava della propria fermezza. Se poi avesse udita la sua voce, chi sa? avrebbe forse arrossito: ma di che?... del bene forse che ella operava?
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Nessuno oser condannare la fanciulla se chiedeva di non essere disturbata nella sua operazione. Anche il chirurgo de' nostri giorni addormenta coll'tere l'infermo, per non sentire una piet che potrebbe essere fatale agli interessi dell'arte e del cliente.
Compiuta la prima parte della medicatura e ripulite diligentemente le incisioni profonde, che attestavano la formidabile potenza delle zanne d'un cinghiale, Agnesina si fece dare dalla governante il bisognevole per la fasciatura. Sopra uno strato di faldella morbidissima stese un unguento composto con sugo di dittamo, riputatissimo a sanare le piaghe ed a calmarne i dolori; e, rinversatolo sulla ferita, lo fece aderire, appoggiandovi lievemente la mano.
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L'infermo allora si scosse di bel nuovo; e con un brusco corrugare delle ciglia accus un dolore pi intenso. Ma quel sintomo fu passaggero. La fronte gli si spian ben tosto, e il volto riprese la sua consueta immobilit. Una circostanza per dava gi credito al rimedio. Dopo quella doglia momentanea, l'immobilit dell'infermo non rassomigliava, come prima, all'inerzia, di un cadavere, ma alla calma di chi dorme.
Con una perizia, che farebbe invidia ad un maestro dell'arte, e che  spontanea alla donna, istintivamente abile a tutto ci che giova alla umanit sofferente, la fanciulla fasci in una lunga benda l'omero dell'infermo, e vi assicur la medicatura. Rimessa poscia ogni cosa in ordine, si ritrasse dietro i drappelloni che piovevano dal sopracielo del letto; aspettando con impazienza il risultato delle sue cure. Canziana era con lei; operosa, compassionevole, esperta essa pure, la buona donna; ma dobbiam dirlo? la piet della fanciulla era altra e ben pi nobile cosa.
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22.
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Il sole era gi scomparso dall'orizzonte.
L'Esculapio, fatto chiamare da Pavia, lottava fra due opposti principii: la fretta dell'invito e la sua flemma abituale. Ma dopo maturo esame cedeva all'aforismo festina lenter, tanto a lui prediletto e merendava in tutta pace, intanto che un famiglio poneva il basto al suo ronzino, da lui per vezzo chiamato Bucefalo. Levatosi dalla mensa, colla stessa pace visitava uno per uno i suoi ferri, e li chiudeva in un astuccio. Calzava poscia un paro d'enormi stivali, e ben bene imbaccuccato scendeva in corte; dove, abbracciata la moglie e non so quanti figli, raccomand la casa ai famigliari, fece il segno della croce, inforc Bucefalo e part a un piccolo ambio, nella beata illusione di correre veloce come il pensiero.
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I cortigiani raccolti in una gran sala, ristauravano le forze con una sontuosa cena, libando alla salute del conte, a cui predicevano la guarigione per l'indimani, onde torsi dall'impaccio di durare nel cerimoniale del dolore. Il malato, a parer loro, non aveva altro bisogno che di riposo, ed essi, dimenticatolo tra le allegrie della mensa, servivano a' suoi interessi con tutto lo zelo del mestier loro. Cacciatori, canattieri, valletti trincavano intanto nel tinello, gridando a testa, e buffoneggiando. Anche Canziana era ita a dare gli ordini opportuni: a provedere cio il bisognevole per ospitare tanta gente.
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Nella camera dell'infermo, accanto alla proda del letto, trattenendo quasi il respiro per non turbare la calma dell'assopito, stava Agnesina immemore di s e d'ogni cosa sua; profondamente ma non dolorosamente commossa, da che ogni sintomo le faceva sperare prossimo il buon successo delle sue prime cure. Quell'essere sola non le era grave: anzi compiacevasi di non avere a dividere con altri la sodisfazione de' suoi pietosi officii. Avrebbe bramato di poter chiamar inutili e tardivi i servigi del chirurgo che si attendeva; perch ogni merito fosse suo. L'aspetto del Conte, ben lungi dall'inspirarle peritanza, le infondeva una sicurezza affatto insolita: era come se l'avesse incontrato altra volta, come se al suo destarsi fosse certa d'essere riconosciuta da lui. Ma desiderava e temeva ad un tempo che egli si risvegliasse; affrettava col pensiero il momento di mirarlo negli occhi, di udirne la voce; eppure era ancora dubiosa se avrebbe avuto il coraggio d'affrontare tutta sola i suoi sguardi, e di rispondere senza tremare ad una sua dimanda. Mistero del cuore umano, che non m'arresto a spiegare, poich ognuno dir di saperlo meglio comprendere che definire. Lotta di sentimenti ovvii e spontanei, onde si genera in noi quel dualismo di forze, che la filosofia degli antichi attribu con troppo facile soluzione ai principii del bene e del male, che si contendono l'impero della nostra volont.
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Ma dove poteva esservi male in quanto operava Agnesina? Libera da ogni affetto che non fosse santo, nuova alle passioni che intorbidano la vita, ignara delle arti che insidiano la verginit della mente, accudiva al pi nobile, al pi santo dei doveri. Quell'interna commozione non poteva dunque essere un'avviso della coscienza fin allora incolpevole; era e doveva essere il presentimento del pericolo ancora lontano; l'istintivo e geloso amore della propria spirituale conservazione.
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Un ultimo raggio di luce entrava dalla finestra socchiusa, e diradava debolmente le tenebre, in cui era immersa tutta la camera. Non bisogna omettere una circostanza, che vale, meglio che altro, a far conoscere lo stato del cuore della fanciulla. Al crescere della oscurit, l'animo di lei, che in tutt'altro ordine di cose si sarebbe affievolito, sembrava rinfiammarsi. Di pieno giorno, o sotto l'influsso di una luce artificiale, avrebbe durato in quella indecisione, che la stringeva all'inerzia: la solitudine ed il bujo le diedero animo ad un tentativo.
Il letargo dell'infermo era troppo protratto. Ella che credeva d'avere i mezzi per scioglierlo, rimprover s stessa di dappocaggine, se fino a quel momento le era mancato il coraggio d'adoperarli; ponendo ogni suo scrupolo sotto la salvaguardia della responsabilit che pesava su lei sola, tutrice in quel punto della vita e della salute d'un uomo.
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Tolse quindi da un armadio una fiala di aceto medicato, atto a dare una scossa energica a' sensi intorpiditi; e versandone alcune goccie sul lembo di un pannolino, bagn le tempie del malato, indi glielo porse sotto le nari. L'infermo, riscosso di colpo, aperse gli occhi, li gir intorno ed articol alcune voci confuse. Incoraggiata da quel successo, la fanciulla ripet la bagnatura. L'occhio del malato parve riavere la facolt visiva; il suo labro riacquist la parola. Guard, e vide: parl, e chiese dove fosse. Ma la sua dimanda rimase ad un tratto sospesa. Colpito da un'estasi improvisa, egli fissava lo sguardo sulla donna di angelica bellezza, che si vedeva allato, di cui non sapeva spiegare la meravigliosa apparizione. Conscio d'aver la mente confusa e trovando nel sguito delle sue avventure un vuoto inesplicabile, ei dubit di s, de' suoi sensi; e credette sognare. Con un movimento inavvertito lev allora un braccio, e corse colla mano agli occhi, per rimoverne la nebbia. Quel atto gli ridest una puntura acutissima all'omero; il dolore della ferita gli fece trovare il filo degli avvenimenti; per esso gli tornarono alla memoria ad uno ad uno i terribili istanti, che avevano preceduto una densa notte piena d'inesplicabili sogni.
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Quel dolore, per quanto aspro, lo confort; poich gli dava certezza d'essere vivo e sveglio. Stese la mano per assicurarsi della presenza di colei, che gli stava allato Ah quanto fu lieto in accorgersi che non era un sogno! Egli tocc, egli strinse la mano d'Agnesina.
Se alcuna volta ci accade di vedere un incendio, che investa quanto ha vicino, e consumi quanto investe, la prima e la pi ovvia delle domande : quale ne sar stata la cagione? E per solito ci sentiamo dire che la pi perdonabile delle trascuranze, la pi lieve delle imprudenze gener quello spettacolo di desolazione. Or bene: prima di entrare nella storia di un lungo ed infelice amore, torna a conto l'accennare il piccolo fatto che lo cagion. Quando ci saremo arrestati un momento su di esso, e ne avremo calcolato la potenza e seguito il primo sviluppo, non accadr che una passione, perch nata per prodigio, sia accolta come un'invenzione da novelliere.
Quella stretta di mano a cui il conte ebbe ricorso per riaver fede ne' suoi sensi, e che la fanciulla grad, perch il rifiutarla era atto di scortesia discorde dall'innata gentilezza dell'animo suo, fu il primo e solenne pegno di un legame indissolubile.
Ma se l'estrema conseguenza di quell'atto fu una sola per entrambi, non doveva essere identica la prima impressione che esso preduceva su due cuori d'indole omogenea, ma ben diversi tra loro.
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La sensazione d'Agnesina era un misto di rammarico e di dolcezza: questa vinceva quello solo perch il bene, che ella provava, era inatteso. Le balen nel cuore la speranza d'aver trovato ci, che rassoda e completa un'esistenza gi esperta di mancare d'alcuna cosa, senza sapere che domandare, ed a chi. Quella momentanea gioja era per attraversata da una vertigine, che ravvolgeva il tutto nel mistero; e quel mistero le era penoso. Provava ella l'ansia di colui che si accosta ad un pendo rapidissimo, su cui l'arrestarsi  difficile, pi difficile il governare la corsa, impossibile il retrocedere; e cercava d'essere giustificata se, per legge di un destino ineluttabile, ella fosse discesa.
Ammirava sui nobili lineamenti dell'uomo, che le stava davanti, l'eroismo della carit spinto fino al sacrificio della vita; vi leggeva il valore temprato dalla mitezza, la sapienza congiunta alla semplicit, la bellezza rilevata dalla gagliardia.
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Il caso, che lo aveva condotto nella sua casa, ed affidato alle sue sollecitudini, fu da lei interpretato come un decreto della providenza. Le parve infine che le cure, prodigate a lui s felicemente, le accordassero, qual premio, il diritto di vegliar anche per l'avvenire alla sua incolumit.
Pensieri s varii, s nuovi, s disparati s'incrociavano nella sua mente con una rapidit che rifugge alla pi minuta suddivisione di tempo. Ogni sentimento non si sviluppava solo e distinto, ma rimescolato cogli altri in un tutto, d'onde emergeva quello stato indefinibile, che  ad un tempo desiderio ed angoscia, gioja ed amarezza.
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Ma non una parola esc da quel labro, non uno sguardo trad l'interna lotta dei sentimenti. Soltanto un lievissimo rossore le accese involontariamente le gote, ed anche quello svan inosservato all'occhio discreto del cavaliero.
Costui, anche in altro momento e nella pienezza delle sue forze, avrebbe riconosciuta ed ammirata la belt d'Agnesina. Il suo occhio penetrante avrebbe distinto sull'angelico volto di lei quel raro e sublime pregio dell'avvenenza, che, sotto diafani lineamenti, lascia trasparire le doti ancor pi belle dell'anima. Egli dunque l'avrebbe ammirata e compresa; ma tra le gravi sue preoccupazioni, in mezzo a tante cure, la memoria di una fanciulla non sarebbe stato il suo unico pensiero, n avrebbe a lungo sopravissuto.
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Riavendosi da una terribile scossa, rinasceva, direm quasi, ad una esistenza vergine e nuova; gustava il pieno uso de' sensi, il facile respiro, il ritorno delle forze come un dono lungamente desiderato. E colla vita non ricomparivano tosto le cure accigliate, i disinganni, le pene, che ne erano in addietro compagne inseparabili. Simile a chi ricupera la vista, vedeva la luce non le ombre, il bello non il deforme della natura.
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Agnesina dunque appariva dinanzi a lui, come ad un adolescente, cui tutto sorride. La sua bellezza esercitava sovra sensi ringioviniti un impero assoluto. Lo stesso languore cagionato dal dissanguamento, quanto aveva tolto alle facolt riflessive ed alla memoria aggiungeva alla fantasia, la quale, dopo una momentanea sosta, sembrava ripigliare maggior slancio e calore. All'occhio dell'infermo la fanciulla era la bellezza incarnata, alla mente di lui era la vigile providenza; la viva ed incontrastabile apparizione dell'angelo, che veglia alla nostra salute.
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23.
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Dove sono io? disse il conte, con pi chiara parola, come se la dimanda fosse rivolta a s stesso.
Signore, voi siete a Campomorto, rispose Agnesina con voce debole ma soave; siete nella casa di un vostro servo. Poich il cielo vi condusse qui, permettete che qui si compia il miracolo della vostra salvezza.
Sento, o madonna, che il cielo mi  propizio e lo benedico. Per quanto sia stato grande il pericolo, che ho corso, questo momento di calma me ne compensa ad usura.  bello il potere smarrire un momento la vita, quando ci  dato riprenderne una nuova, che cancelli la prima, o solo la rammenti per convincerci che il cambio  tutto a nostro vantaggio.
Queste parole, sotto cui si velava una condanna del passato ed un confronto colla situazione attuale, non ebbero risposta. Ma il tacere di Agnesina non era assoluto silenzio. Col capo chino, cogli occhi abbassati, sembrava invitare quella voce a ripeterle suoni tanto graditi. E ci avvenne ben presto.
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Non vi chieder, o madonna, ripigli il conte, di narrarmi che  accaduto. Sarebbe far violenza alla vostra virt. Voi mi direste il vero; ma non tutto il vero....
Come, o signore? proruppe attonita la fanciulla.
Tacereste la pi nobile, la pi bella avventura di questa giornata.
Io non tacer che il pi potente signore  ad un tempo il pi valoroso fra i cavalieri.
Non si vuole passare sotto silenzio che in dire queste parole, l'occhio di Agnesina incontr uno sguardo del conte, e che invano tent sfuggirlo. Un leggiero rossore le si effuse di nuovo sul viso; la sua voce tremante svel l'interna commozione. Agnesina si pent d'aver parlato.
Il conte, accortosi di quell'imbarazzo, ben lontano d'approfittarne, avrebbe volentieri troncato il discorso, se avesse saputo come e dove trovarne un altro. Ma un sentimento di modestia, non ripugnante ad un carattere virile e guerriero, non gli permetteva di accogliere, senza restrizioni, le lodi di una fanciulla. Il silenzio che teneva dietro alle parole di lei, aveva l'aria di una accettazione incondizionata. Egli dunque cos l'interruppe:
Ricordandovi una nobile azione, io intendeva svelar quella che voi inconsapevolmente compite al letto dell'infermo.
Agnesina, vedendo esserle ormai impossibile di sfuggire alla riconoscenza del conte, pens di prendersi quella parte di essa che le era strettamente dovuta, raccontando per filo e per segno quanto accadde. Solo una cosa ella disse di meno vero: e noi le perdoneremo. Lasci credere che i personaggi della corte si fossero allontanati dalla stanza solo un momento prima del suo risvegliarsi. Fece anzi di pi, ed insistette, perch le fosse permesso di correre a narrare a tutti la buona novella, e ad invitare i suoi intimi a ritornare presso il loro principe. Ma costui che leggeva nel cuore della fanciulla, e conosceva che timidezza soltanto e non timore le consigliavano quella proposta, grad la gentile offerta, e nello stesso tempo ripigli il filo del discorso, per impedirne l'esecuzione.
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Voi, madonna, pensate che que' messeri esulteranno all'udire che il loro signore sta meglio?
Credete, che il loro volto attestava il pi grave cordoglio?
Non il cuore, o fanciulla; e pronunci queste parole con un tuono cos severo e deciso, che sembrava voler dire: non mi si parli oltre di ci.
Anche avuto riguardo ai tempi, cui risale questo racconto, ci sembra di dovere affermare, che in queste poche parole vi era un'amarezza alquanto esagerata. Ma il conte in faccia ad Agnesina cedeva, involontariamente forse, ad un consiglio del cuore, che gli apprendeva a mostrarsi dinanzi a lei sotto il punto di vista il meno lieto, poich esso era il pi favorevole alle sue speranze.
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Si rimonti all'origine d'ogni forte passione. Il tratto di esistenza che precede il suo nascere suol essere colorito di tinte opache affinch acquisti brio ed incanto, ci che vi si sovrapone. Un affetto che ponga radice in mezzo alle gioje della vita,  di solito un appetito de' sensi, ed , come ogni appetito, fuggevole. E allora e poi importava al conte il far conoscere ad Agnesina, che le grandezze del mondo non rendono pago il cuore; che sebbene ogni volere altrui sembrasse piegarsi inanzi ad un suo cenno, egli, il principe, nutriva in larga copia, come il pi misero de' suoi vassalli, desiderj incompiuti, ed amare delusioni. Avrebbe voluto lanciare lungi da s la maschera lusinghiera della potenza e dello splendore per mostrarle un cuore immiserito e desolato.
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Tutto ci era verit, ma era verit stata sempre nascosta agli occhi di tutti; perch il conte sdegnava di mendicare la compassione altrui. Se Agnesina, senz'arte alcuna, giunse poscia a raddolcire il suo orgoglio, gli  che dessa, senza pure saperlo, aveva gi trionfato del suo cuore.
Sulla sera Canziana, a passo misurato trattenendo quasi il respiro, e portando una lucerna, cui faceva vntola colla mano, entrava nella camera dell'infermo, ed accostandosi al letto di lui, diceva sommessamente ad Agnesina:
E cos?...
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Buona nuova, rispondeva l'altra....
Tanto meglio, mille volte meglio. In questo punto  arrivato il medico di Pavia. Magari ei fosse venuto qui a mettere polvere sullo scritto!
Canziana, convien dirlo, non aveva gran concetto degli uomini della scienza, e soleva ripetere che le bestie sanno curarsi bene senza bisogno di medici e di argomenti. Ella per voleva, diciamo anche questo, medicare co' suoi empiastri tutto il mondo, non eccettuata la gente sana.
Preceduto da' cavalieri e da' servi, l'archiatro entrava poco dopo nella camera del malato. E, per vero, egli aveva un fare s tronfio ed insipido, da rendere scusabile la sfavorevole prevenzione della governante.
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Buon per l'infermo, che la prima medicatura aveva gi ottenuto il migliore risultato. Il medico si limit dunque a regalargli qualche consiglio condito delle sue pi gonfie parolone. Volle sfasciar la ferita, esamin, palpeggi, soffi e concluse che non v'era nulla a fare: ma si dolse in cuor suo, che gli fosse sfuggita di mano una bella occasione di far parlare di s: Peccato, mormorava tra' i denti, che non siavi nemmeno una vena rotta: io vi avrei applicato il mio diaspro, infallibile nell'arrestare le emorrogie. Peccato che i dolori sian calmi: sarebbe stato mirabile l'acquetarli di un tratto, ungendo lo stromento feritore con sangue di volpe. E simili altre corbellerie, che allora erano pigliate sul serio, anche dagli uomini serj. Ma rassegnandosi nel pensiero d'essere, anche malgrado ci, compensato generosamente, augur la buona notte a tutti, e si ritir nella sua cella. Prima di addormentarsi per lesse una pagina di quel gran filosofo d'Avicenna, dove insegna che quanto si opera al mondo esiste gi fuori di esso ne' moti e nelle idee degli astri. Tutto sta, aggiungeva egli, nell'aprir l'occhio a segno da veder fino lass. Egli intanto li chiudeva entrambi ad un beatissimo sonno.
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Ne' giorni seguenti la salute del conte progrediva di bene in meglio. I cavalieri erano licenziati, e se ne ritornavano a Pavia. Se ne andava pure il medico colla coscienza d'aver fatto molto, per la salvezza del principe e pel bene della patria. Due valletti soltanto dividevano colla castellana e colla governante le cure del convalescente.
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24.
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Il conte ebbe altre occasioni di parlare da solo a sola ad Agnesina. Egli si valse di tali colloquii per ringraziarla dell'ospitalit ricevuta, per benedire la sorte che lo aveva condotto presso di lei, per esporle nel modo il pi schietto qualche episodio della sua vita. Ma in ogni parola stava l'anima sua. Lodasse la calma presente, o rimpiangesse il funesto passato, Agnese era sempre la mistica eroina de' suoi concetti.
La pi bella virt di una donna, le diceva un giorno,  la piet; il pi bel pregio della virt  l'ignorare s stessa. Perdonate, o fanciulla, se parlando io oso distruggere questa incantevole inscienza de' vostri meriti; perdonatemi, perch io non ho il coraggio di tacere e di sembrare un ingrato.
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Un'altra volta, rammentandole il modo un po' brusco col quale aveva interrotte le sue parole a proposito de' cortigiani, Agnesina, le diceva, vi parr strano che, in mezzo a tanta dovizia, io sia solo ed abbandonato come il pi misero de' mortali. Eppure la cosa  cos. Non prestate fede al commovente cerimoniale, con cui fu festeggiata la mia salvezza.
Agnesina commossa non dissimulava un amaro cruccio nell'udire tali parole. La comprese il conte, e ripigli:
Non crediate gi, che io metta tutto in un fascio. Il porre in evidenza il male  rendere omaggio al bene Dei buoni parleremo poscia; ma per trovarli bisogner escire dalla cerchia di coloro, che mi strisciano intorno.
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Ma perch vi circondate di tali persone, quando altre ve ne sono, che vi amano davvero?, soggiunse la donzella con calore.
Chiedetelo a vostro padre, all'integerrimo Maffiolo. Egli fu sulla soglia della casa Visconti, ma se ne ritrasse; e perch il fece a tempo, port seco quanto aveva di pi prezioso: la sua onest.
Allora permettetemi che io dica che voi siete bene a compiangere.
Fatelo che ne avete donde. Ogni mia arte  riposta nel saper trarre partito da quella greggia, perch non sia del tutto improduttiva. Coloro possono diventare le nostre armi, i fili arcani de' nostri negozj; amici non mai. Ad essi confidiamo un secreto quando ne torna conto che tutto il mondo lo conosca. Accarezziamo con affettata parzialit colui sul quale si vuol far cadere la sfiducia de' compagni. Siamo lieti o mesti in faccia a loro non come lo richiede lo stato dell'animo, ma come c'importa che il mondo ne giudichi. Accogliamo i tristi senza esame e senza paura; ma se ci si presenta un uomo onesto, diciamo tosto fra noi: questo non  il suo posto.
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Agnesina ascoltava con grande interesse e con pari accoramento le parole del conte: ma non ne indovinava la cagione e lo scopo. Lungi dal riconoscere il sentimento che ella aveva destato nel cuore di lui, appena s'accorgeva di ci che passava nel suo. Era grandemente commossa nel vedere un uomo s potente e s mal giudicato, invocare con umile parola la piet di un'umile fanciulla. E poich di piet il cuor suo non era povero, ella ne era larga fino alla prodigalit; senza pensare, l'incauta, che questo affetto faceva velo ad altro meno innocuo sentimento.
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Canziana vedeva, sorvegliava, dirigeva ogni cosa senza giungere a colpire nel segno. Quando in ossequio ai doveri, che le erano imposti dalla sua et e dalla fiducia di messer Maffiolo, seguiva pi da vicino i passi della fanciulla, e ne sindacava con feminile sottigliezza ogni atto, ogni sguardo, ogni parola, rinveniva dei dubii (se pur v'era dubio), e si consolava dentro di se ripetendo, che Agnesina era un angelo. Avrebbe per voluto che il padre affrettasse il suo ritorno, e si meravigliava della troppo lunga assenza.
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Al cadere d'ogni giorno, si pentiva di non avere inviato a Milano un messo per informarlo di ci che era avvenuto al castello; ed ogni mattina si destava nella certezza che quel d non sarebbe passato senza rivederlo. Anzi, come talvolta Agnesina erasi mostrata inquieta sul conto di suo padre, ella s'affrettava a consolarla, numerando i molti casi di un'assenza eguale o pi lunga; e le parlava de' molti suoi negozj, della sollecitudine, con cui soleva mettersi a discrezione degli amici; e cercava di sollevarla dalla molestia del sospetto.
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25.
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Una volta Agnesina, per rallegrare la mesta solitudine del convalescente, dava mano ad un volume, ed apertolo a caso leggeva una ballata provenzale. Raccontavasi in essa la storia di un grande e generoso principe, che reggendo i suoi vassalli con mitezza e liberalit, aveva guadagnato l'amore di tutti, e s'era meritato il nome di padre de' suoi soggetti. Pure egli era sempre mesto, e dentro s invidiava la serenit dell'ultimo di essi. E d'onde ci? Egli amava una donzella ricca d'ogni virt e bellissima; ma umile per natali e per fortuna. Quell'amore era inoltre consentito dalla rispettosa vassalla. Due cuori battevano di un sol palpito; ma un abisso s'apriva fra quelle due esistenze, n umana sapienza trovava modo di colmarlo. Che fece il principe?
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Un momento, disse il conte interrompendo la leggitrice, qual consiglio dareste voi a quello sventurato?
Agnesina, che infervorata nel racconto non aveva conosciuto quanto fosse pericoloso, avvezza alle poetiche fole de' tempi, e a quel perpetuo inneggiare d'amore, che, a forza d'abuso, pareva rendersi innocuo, proruppe con insolita franchezza:
Io direi al principe: fra quel trono, che vi circonda di splendore, e quell'affetto, che vi promette felicit, scegliete.... Fortunato chi ha la scelta libera fra due tesori.
Ma ben pi fortunato colui, ripigli il conte con accento ancor pi vivo, che pu posseder l'uno senza perder l'altro: non  vero?... Continuate la vostra lettura, essa  molto interessante: vediamo come il vostro poeta scioglie la questione.
Agnesina, che aveva pigliato a caso quel libro, che a caso lo aveva aperto, sent dentro di s una dolorosa incertezza nell'affidarsi alla decisione di esso. Il che vuol dire che, nella sorte di quella vassalla, ella forse gi travedeva la sua. Ma il chiudere il libro le pareva cosa troppo ardita; un tal atto l'avrebbe accusata assai pi che non il proseguire in essa. Ella dunque continu; ma la sua voce era tremante, il suo volto rassomigliava ad un amico di buon cuore, che, per soverchia schiettezza, tradisce il secreto.
Il principe, prosegu ella, non ebbe il coraggio di abbandonare la famiglia de' suoi soggetti. Visse lontano dall'amica sua, fu infelice: ma non manc ai proprii doveri...
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Egli era un eroe, colui, soggiunse con qualche amarezza il conte. Credete per che esempii di s prodigiosa virt non li udrete mai che dal labro dei menestrelli. Se il fatto fosse vero, ogni uomo esperto del mondo vi direbbe, che la virt di quel principe nasce soltanto da freddezza di cuore Ai poeti  permessa qualche licenza; il vostro autore se ne pigli una, chiamando amore ci che era soltanto una velleit passaggera.
Eppure, quel principe a me pare grande; ed io l'amo e l'ammiro.
La schiettezza avr pure il suo merito ai vostri occhi. Ed io, confessandovi tutto che penso, guadagner su voi quello che una diversa opinione forse mi toglie. Io non mi sentirei da tanto; e se amassi come colui, vorrei collocare la donna de' miei pensieri al di sopra di me; felice di sedere sui gradini del suo trono.
Il conte rimbeccava colle stesse armi le eroiche spavalderie del provenzale. E la fanciulla ne era commossa; ma non si diede ancora per vinta.
Io, ripigli per ultimo Agnese, stendendo inavvertitamente la mano, che il conte raccolse nella sua, e baci con rispettosa cortesia: io non accetterei quel seggio. Udite le ultime parole della ballata=La donna regna nella sua soggezione quando possiede il cuore di colui, a cui don il suo.
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In quel momento entr l'affaccendata Canziana. Essa non raccolse che il suono di quelle ultime parole; non vide che un libro, il libro consueto ed innocente, su cui erano rivolti gli occhi della leggitrice Suppose qual che era infatti; che Agnesina tentasse con quella lettura di rallegrare le noje del malato. Contenta quindi della fanciulla e di s, si sentiva trre gi dal cuore un gran peso. Povera donna!
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CAPITOLO QUARTO.
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26.
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A notte fitta, mentre tutto era quiete, si ud improvisamente un battere concitato al portone del castello, come se alcuno chiedesse in fretta e in furia l'entrata. I cani vaganti facevano eco alla dimanda con urla e latrati.
Il portinajo, sceso a vedere che fosse, sped un raggio di luce della sua lanterna attraverso ad un uscialetto praticato nell'imposta, e vide che un pellegrino, ravvolto in una vestaccia nera, con un mantelletto cosparso di conchiglie, ed un cappello a tesa larga ed arricciata, picchiava alla pi bella col bordone stretto fra le due mani, imprecando e bestemmiando contro i malcreati, che non accorrevano ad aprire.
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Il portinajo era uomo abbastanza sollecito; ma l'aspetto dell'arrivato questa volta lo rendeva non a caso meno lesto del solito. Passava egli in esame quell'incognito dal cucuzzolo alle calcagna; vedevagli un viso arcigno e torbido, due occhi che sotto ciglia aggrottate brillavano di una luce infida; rilevava una barba inculta che pareva posticcia; poi un fare misterioso, che gli dava l'aria d'un poco di buono.
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Tutto ci, e quel furioso arietare contro la porta, i mille cancri e i cento mila diavoli spediti al suo indirizzo, gli ponevano in cuore qualche incertezza su ci che dovesse fare. Ma vinse il dover suo, e di risposta al chiedente:
Ohe, ohe, non gettate abbasso la porta Chi , chi batte a quest'ora?
Che ti pappi il discolo, portinajo dell'inferno, url il pellegrino;  un secolo che grido ai sordi Apri.
A quest'ora si apre soltanto a chi dice il suo nome e le sue intenzioni Come vi chiamate, e che volete?
L'incognito invece di rispondere, interrog:
Dimmi, o cerbero sdentato, il signor di Pavia non  forse qui?
 qui.
Malato, a quanto si dice.
Presto guarito, la Dio merc.
Ho bisogno di parlare a lui. Fa l'ambasciata, e presto e sbito, che non ho tempo da perdere.
L'ambasciata? soggiunse il portinajo con nuova esitanza, e in nome di chi?...
In nome mio. Va alla malora, seccafistole.
Ditemi chi vi manda, o vi lascio la buona notte, e torno a pollajo.
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Il pellegrino pronunci fra' denti non so che bestemmia, ma dovette arrendersi. Avvicinatosi, quanto era possibile, allo sportello, disse a voce bassa:
Fa che il Conte di Virt sappia sbito, che un tale venuto da Milano, e ch'egli ben conosce, desidera parlargli. Se vuol sapere chi , digli, che si chiama... e pronunci il suo nome. Ma tieni fra i denti questa parola, finch lo puoi. Va difilato, e intanto lasciami entrare, e prestami da sedere, che ho le gambe aggranchiate dalia stanchezza.
Il portinajo aperse la porta, e mostr una panca al pellegrino: poi and per l'ambasciata, affidando la custodia del forestiero a due grossi alani, che gli si aggiravano intorno ringhiando.
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Intanto che il portinajo va pe' fatti suoi (cosa non troppo spiccia perch tutti dormivano a quell'ora) noi diremo chi fosse quel personaggio. Poich il lettore dovr incontrarlo molte volte nel sguito del racconto, tanto fa ch'ei lo conosca a dirittura.
V'ha degli uomini che nascono cos tristi da lasciar credere che niuna legge, nessuna educazione, nemmanco l'interesse, varrebbero a rinsavirli ed a migliorarli. Essi sono nell'ordine morale quello che nella natura fisica sogliono essere certe costituzioni orribilmente deformi, che la scienza oppignora ancor vivi, per esporli a suo tempo in un museo di patologia.
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Il nostr'uomo, quanto all'animo suo, era di questo numero. L'egoismo, la doppiezza, la perversit fuse insieme, facevano di lui il tipo dell'uom malvagio; l'astuzia vi aggiungeva l'arte di usare a proposito e con certa parsimonia i suoi mezzi, onde in caso di mala fortuna poter sempre, com'egli diceva, cascare in piedi.
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La sua nascita era un mistero. Nelle vicinanze di Medicina, terra del Bolognese, una povera donna, nello spazzare la neve che ostruiva la porta del suo casolare, vide un bambino appena nato, ravvolto in luridi cenci e deposto in un tegolo, che gli serviva di cuna. Lo raccolse, lo riscald, lo nutr; e poich essa aveva una nidiata di figliuoli, ve lo aggiunse, imponendogli il nome di Benvenuto e dicendo: che tu lo sii davvero:  un atto di carit, che facciamo: il Signore ce ne terr conto.
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In quella famigliuola egli era infatti riguardato come un figlio; n pi, n meno. Ottenne le pi solerti cure durante la fanciullezza; ed una congrua misura di pane e di lavoro nell'adolescenza. Solo non in egual proporzione gli spettavano le bravate della massaja, e gli scappellotti del castaldo. Perocch il lupacchino mostrava gi i primi istinti della sua natura malvagia, e morsecchiava senza piet quella mano, che lo aveva beneficato.
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Un bel d (aveva egli dieci anni, ed era incaricato della sorveglianza del porcile) spingendo davanti a s i due pi tondi e pi luccianti tra' suoi allievi, di le spalle alla capanna coll'animo risoluto di non ritornarvi pi. Viaggi tutto il giorno finch credette d'essersi tanto allontanato da rendere vana ogni ricerca. Sulla sera si nascose in una foresta; e vi trov un placido sonno, come se quel giorno fosse del tutto simile agli altri. Il d vegnente licenzi i suoi due allievi, cedendoli a taluno, che passava: e questa volta non fu indifferente, come nel dividersi da' suoi benefattori; ma tripudi, poich intascava non so quante monete.
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Da questo momento, egli credette esser libero e ricco: con quello scarso peculio pens poterla durare tutta la vita. Miserabile! quel denaro che non valeva ad assicurargli l'indimani, bastava a sviluppare nell'animo suo il germe del male, che ancora vi stava latente. Di l i primi colpevoli desiderj, le voglie imperiose, le indeclinabili necessit.
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Esaurite quelle poche monete, e ci avvenne assai presto, era mestieri procurarsene delle nuove: con ogni mezzo per all'infuori che col lavoro. Egli sapeva mettere la mano sulla roba d'altri: ma alla arrischiata violenza della rapina preferiva l'arte pi sicura di uccellare la buona fede altrui. Possedeva il tetro talento dell'intrigo e il freddo calcolo, che lo circonda d'infallibili mezzi. Tent le prime prove; vi riusc, e fe' baldoria: ritent, fu scoperto e tradutto davanti alla giustizia.
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27.
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La pena non deve essere vendetta;  il rimedio che la societ amministra a' suoi membri infermi, affine di guarirli, o di migliorarli. Ma come poteva raggiungere s nobile scopo la legge d'allora, se poco vi si accosta l'odierna? Il carcere nasconde il reo, non lo guarisce;  il palliativo che tempera il sintomo, e lascia vivere nella sua interezza la cagione che lo riproduce. Che anzi in quella fogna, in cui s'ammonticchiano colpe e misfatti, errori della mente e perversit di cuore, la miseria ed il vizio, il germe del male si feconda e vegeta come il seme d'erba cattiva in un letamajo. I pi scelerati, che non hanno nulla ad imparare, insegnano; i meno colpevoli, docili alla lezione, a poco a poco ricingono il triplice bronzo, che fa tacere ogni sinderesi; tutti infine, immersi nel contagio, contraggono quella pandemia, che sostituisce all'elemento vitale un'aria satura di veleni.
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Benvenuto entr in carcere cattivo; ne usc pessimo. Nella vergognosa scioperataggine della prigione fece dell'abituale tendenza all'ozio una seconda natura; prelib le lubriche teorie del libertinaggio, vagheggiando il momento di tradurle in pratica; conchiuse infine che il vizio  tale idolo, che ben merita un culto arrischiato. Con queste idee riguard nella legge non tanto il nemico che si combatte, quanto l'avversario leale, che facilmente si elude. Alle minacce delle gride e dei bandi oppose il raggiro, la menzogna, lo spergiuro. Una volta con tai mezzi ingann i giudici: si sottrasse un'altra all'ergastolo colla fuga: ruppe il bando, mentendo nome ed aspetto: scamp al patibolo vendendo alla giustizia i nomi dei suoi complici.
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Saltando a pi pari una giovent piena d'avventure e d'ignominie, arrestiamoci ad esaminare i primi anni della sua maturit, in cui egli comincia ad essere attore del nostro racconto. Quando si conosce il luogo da cui si parte e quello a cui si arriva, riesce facile l'indovinare la strada intermedia che si  percorsa.
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Nell'anno 1369 Benvenuto trovavasi a Pavia. Da qualche tempo egli viveva in pace colla giustizia, non che fosse divenuto migliore, ma perch si era messo all'ombra di un potente, e sapeva contenersi entro i limiti di quella cauta malvagit, che la legge non giunge a colpire.
Colla giovinezza, pass in lui la sfrenata prodigalit. Voleva essere economo, avendo, com'egli diceva, una numerosa covata di bamboli a nutrire, e ne' suoi bamboli affamati egli raffigurava i suoi viziacci.
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Egli era d'alta statura, di forme robuste, di movimenti pi rigidi che franchi. Aveva un star ritto della persona, che pareva rialzarlo fra gli eguali, ma che indicava arroganza, non coraggio. Il volto era improntato da certo maschio vigore, che faceva dire a chi lo vedesse per la prima volta: il bell'uomo! ma non vi era chi lo rivedesse, senza apporre una riserva al suo giudizio. Tutti in fine concludevano che il bell'uomo doveva essere un gran furfante. Le tinte floride del viso prevenivano in suo favore; una certa fronte alta e libera lo qualificava uom d'ingegno, ma il suo sguardo era sinistro.
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Invano avresti cercato discernere il nero delle sue pupille incavate nell'orbita, e sepolte sotto una folta gronda di peli. Guardandolo a poca distanza, le due occhiaje, ravvolte in un'ombra tetra, parevano le luride cavit di un teschio. Le sopraciglia, scendenti nel mezzo del viso e quasi congiunte tra loro, sembravano le misteriose insegne di satana vestito di forma d'uomo. I capelli, radi a' due lati sulle tempie e scendenti ad angolo acuto nel mezzo della fronte, crescevano rilievo a questa apparenza. La voce era non pi simpatica dello sguardo: cupa, misteriosa, alquanto nasale. Egli or gridava, or parlava s basso, da non essere inteso; sempre per senza inflessione de' suoni e senz'armonia.
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Sulla piazza pi frequentata della citt, da una impalcatura di legno abbellita all'ingiro delle pi stravaganti pitture, Benvenuto, in abito da cantambanco, dispensava alla stupida plebaglia i tesori delle scienze occulte; polveri e boli d'infallibile effetto, di meravigliosa potenza, rimedj per guarire ogni male fino la gelosia de' mariti, filtri per avere degli amanti o mantenerli fedeli, l'arte di rendere sonniloqui i dormienti, e di scoprire i segreti della propria ganza. Distribuiva a dozzine, a centinaja, amorosi strambotti ed oscene figure. Leggeva l'avvenire, la buona e la mala fortuna, a chi, stendendo la mano per dargli una moneta qualunque, gli porgeva il palmo da esaminare. Offriva poi su di una immensa cartaccia, stranamente delineata, il grande spettacolo de' cieli, diviso nelle sue dodici case; mostrava quali erano le potenti, le medie, le infime; e come e quale influsso avessero sulla vita e sulla felicit dei mortali. Il suo uditorio era sempre affollatissimo; e fu allora, che cess d'essere chiamato Benvenuto, pigliando dalla patria e dalla professione il sopranome di Medicina.
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Le sue predizioni erano sempre spacciate con un linguaggio ad arte ambiguo e misterioso; onde, checch avvenisse, il profeta avesse sempre ragione; il torto era di colui che lo aveva franteso. Sapeva d'altronde che  gran diletto del vulgo l'assistere a ci che non comprende. Gli bastano le parole tuonanti, la voce stentorea, e i bisticci insensati. Ei gliene prodigava a bizzeffe.
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Intanto spremeva gli spiccioli dalle tasche de' poverelli che accorrevano a lui per sapere, per scoprire, per risanare. Oggi piativano il pane per conoscere se dimani, o l'anno appresso, o prima di morire, sarebbero ricchi; e, confortati dai lieti presagi del ciurmatore, calmavano la fame odierna colle ridenti illusioni dell'avvenire. A questo modo le vili monete, ammucchiate nella soffitta di Benvenuto, formarono ben presto somme considerevoli. A suo tempo egli le cangiava in bei ducati d'argento e in scudi d'oro; ed avviava con essi un altro ben pi pingue commercio.
Consisteva questo nel dare a mutuo somme pi o meno rilevanti, a chi stretto da urgente bisogno glielo chiedeva colle preghiere, colla importunit. Guai a chi avesse tentato sedurlo con promesse; egli diceva di non voler stringere negozioni con alcuno, ma si compiaceva ad ajutare chicchessia, appena il potesse. E questo appena il potesse era la chiave de' suoi secreti, la posta del suo illecito gioco.
Non cercava mutuatarj, perch la gente accorreva da lui, preferendo lasciarsi dar la corda da un tristo, anzich, togliendo a prestito con tutte le regole del foro, mettere a nudo le proprie vergogne.
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Medicina al primo invito, non rispondeva; ad una preghiera, rimetteva la cosa a tempo; e, quando alla fin fine assentiva, non dava adito a parlare di condizioni, dicendo che ve ne doveva essere una sola e semplicissima: quella cio che i patti del mutuo fossero stesi da lui.
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L'usura soleva essere una e modica per tutti: dimodoch il chirografo, irreprensibile sotto ogni aspetto, sembrava un atto scritto davanti a notajo. Ma la mangeria stava per tutti in un punto; vale a dire nella cifra del capitale mutuato, che subiva una addizione pi o meno importante a norma dei casi; e nella data fittizia del mutuo, che, allo stringere del contratto, stabiliva un credito precedente, in favore del mutuante; credito che di fatto non poteva esistere.
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A tali durissime leggi piegavano la fronte con pi o meno cruccio, ma colla rassegnazione della necessit, coloro che, avvolti in negozii spallati, chiamavano fortuna il ritardare, fosse anche di un giorno, l'inevitabile ruina. Vi si adattavano di buon grado, quasi senza nemmanco curarne le conseguenze, i giovinastri scioperati, che, occhieggiando un'eredit, non attraversata che da un fil di vita di qualche vecchio parente, amavano darsi buon tempo, e far de' brindisi alle future grandezze. Vi accorrevano infine altri imbroglioni, suoi pari, falliti od affamati a segno, che tutto che offrisse loro da vivere un giorno, era un gran favore della providenza.
Oltre ci, Medicina col suo genio negli intrighi, col suo essere con tutti e dapertutto, col fiutar sempre egli interessi degli altri, sapeva fornirsi a dovizia di una merce, che egli poi rivendeva a peso d'oro. Era questa la promessa del secreto.
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Fervevano a que' tempi in Pavia le ire di parte suscitate dal mal governo di Galeazzo Visconti e dalla memoria rinverdita del pi tollerabile dominio de' Beccaria. In varie citt dello stato, a Voghera anzitutto, gi si manifestavano i prodromi della rivolta; e varie famiglie pavesi, legate coi malcontenti, ne favorivano lo sviluppo. La trama de' vogheresi fu scoperta e soffocata ne' supplicj. Il castellano di Voghera e suo figlio, erano mandati alle forche, e sessanta cittadini creduti rei di quella congiura non fallivano alla delira investigazione de' giudici, confessando la loro complicit fra gli strazii della tortura. Tremavano gli scontenti di Pavia; ed avevano il capo basso e l'aria compunta, per non dar nell'occhio agli inquisitori. Ma l'avveduto Medicina, che sapeva dar di naso dapertutto, li conosceva ad uno ad uno; e quando incontrava questo o quello, a quattr'occhi e con un'aria di mistero, come se fosse tutto cuore, chiedeva conto de' fatti loro, dei pericoli scampati, di quelli che ancora li minacciavano: e, per tal modo, finiva d'impadronirsi d'un secreto, il cui deposito doveva costar gli occhi del capo agli incauti.
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Eppure colui, che in cima ad ogni pensiero poneva il culto de' suoi pi vili interessi, in qualche rarissima circostanza ed in via di semplice eccezione, aveva saputo transigere colla insaziabile sua voracit di denaro. Forse che egli provasse alcuna volta gli inviti della coscienza, o che cedesse alle attrattive della virt? Mai no. Ci avveniva quando un'altra passione, pi imperiosa ma non pi nobile, lo inebriava colle visioni d'altri lusinghieri allettamenti. Eccone un esempio.
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Medicina era tra gli accreditati clienti di un certo Bertolino de' Sisti pavese, che teneva osteria in una delle pi deserte strade della citt. Ancorch la professione costringesse l'oste a praticar sempre con abbietti furfanti, egli s'era serbato onesto, servizievole, discreto: insomma era una perla d'uomo.
Il ciurmatore, sparecchiato il suo palco ed insaccati i suoi terzuolini, accorreva ogni sera a quella bettola, e vi faceva buon fianco, gustando gli intingoli pi ghiotti regalatigli da Messer Bertolino, ed ingolando la sua posca, che gli sembrava fino siroppo, quando gli era versata da Maria, la figlia dell'oste.
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Le sue fermate col s'andavano prolungando per pi ragioni. Dimezzava ogni boccone per far tempo; perch intanto, vigile sempre sugli interessi altrui, provedeva ai proprj. A questo fine, teneva conto d'ognuno che andasse o venisse; ammiccava le facce nuove con quella penetrazione che di colpo indovina; e dalle vecchie conoscenze succhiava novit e commenti. Ma cadeva in un nuovo mondo quando era al cospetto della bellissima Maria; per lei, obliata la sua bieca taciturnit, veniva a paroline inzuccherate, con lei lodava perfino la bevanda inacetita della sua cantina, e nel pagare lo scotto non rivedeva il conto, anche quando v'era somma d'avanzo.
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Quale fosse la cagione di questo repentino mutamento, ognuno l'indovina; ed ognuno forse avr gi preveduto, che il germe di un sentimento educatore caduto in animo tanto abbietto non doveva recar buoni frutti. Anche il liquore pi generoso e l'acqua pi pura, deposti in vaso immondo, s'intorbidano, si guastano, sanno di muffa.
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Bertolino faceva il suo mestiero con zelo e con coscienza. Sempre attento a che nessuno osasse fare oltraggio alla sua cara figliuola, non guardava poi tanto pel minuto agli svagati dileggini, se alcuna volta si permettevano di esternare con parole, condite di un'equivoca galanteria, la loro ammirazione. Fin qui, egli diceva, quelle frasche non ripetono che una troppo chiara verit. Maria, egualmente bella che savia, viveva in quella tresca, senza che la sua bellezza, e l'ingenuit del suo cuore, ne venissero meno. Pareva che ella evitasse il contatto d'ognuno; che quell'aria pregna di miasmi inverecondi non ascendesse fino a lei. Accorreva sollecita a chiunque la dimandasse; accudiva a tutto; tutti rendeva paghi; ma non alzava mai gli occhi, e non diceva parola, che non fosse strettamente richiesta dal suo mestiere.
Se fosse possibile rappresentare il demonio in atto d'adorare un angelo, converrebbe ricorrere a questa imagine per dare un'idea precisa della piet tenera e compunta, che il ciurmatore provava ogni volta s'incontrasse in Maria. Quello stesso contegno asciutto e riservato, che la rendeva severa ad ogni parola dubia, fuggevole ad ogni superflua chiamata, lo incapricciavano tanto pi, in quanto che di solito in que' convegni incontrava una loquacit, libera e sfrontata, sollecita sempre, e troppo, a prevenire ogni suo desiderio.
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Quel malvagio era dunque forzato ad inchinarsi davanti alla virt modesta, che non provoca per vincere, ma disarma per non combattere. Pi e pi volte egli era venuto col col fermo proposito di smettere tante insipide monellerie, tanti vuoti sospiri, e di andar per la via pi dritta: ed altretante volte aveva dovuto confessare a s stesso la propria impotenza. Fuori dell'osteria egli intavolava progetti infallibili, nutriva fermi propositi, per la giornata, pel momento stesso del suo arrivo; dentro di essa e sotto l'influenza di due occhi, che non si volgevano su lui se non a caso, rimetteva tutto ad un dimani, che non arrivava mai.
Ma a lungo andare, il genio del male doveva nutrire la speranza di un trionfo. Gli eletti profumi della virt, che comanda riverenza, languivano inavvertiti, quelli della volutt facevansi ogni d pi acri ed inebrianti.
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Per uscire alla fine da quella puerile riservatezza, che lo conteneva sempre alle stesso posto, egli ripudi l'improvida temperanza, che da qualche tempo, in ossequio alla sua nuova passione, aveva adottata. Da frequenti e pi laute libazioni aspett ed ottenne la rabida petulanza necessaria a spianargli la via. Chiese a Bertolino, e pag pronti contanti e senza stiracchiature, quanto aveva di meglio nella sua cantina. Il dabben uomo, non vedendo in ci che il lecito suo guadagno, accorreva a servirlo; egli stesso toglieva la polvere alle pi venerande bottiglie, le sturava e mesceva al suo avventore l'oblo d'ogni rispetto, preparando a s ed alla sua casa una fatale esazione d'attentati e di oltraggi.
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Ben s'avvide Maria di quanto accadeva in suo danno. Ella aveva scoperto gi da tempo che le occhiate del ciurmatore non erano casuali ed innocenti; aveva raccolto alla sfuggita le parole di lui, e bench non ne comprendesse bene il senso, perch velate da plateali eufemismi, non pertanto ignorava le procaci intenzioni di chi osava pronunciarle.
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Dir tutto a suo padre fu il primo, il pi spontaneo partito che le si par alla mente: e fu sul punto di farlo. Ma la ragione, coll'esempio d'altre simili procelle scongiurate dalla sola prudenza, ne la sconsigli; mostrandole l'inopportunit di muovere querela per vaghe supposizioni, ed il pericolo di produrre uno scandalo, i cui effetti ricadrebbero per intiero su lei e sulla sua casa.
Forte della propria virt, certa che n promessa n minaccia avrebbero mai potuto smoverla da' suoi propositi, vigorosa cos di nervi come d'animo, pensava di poter sfidare le indirette provocazioni di un uomo rotto dalla crapula e destituito d'ogni attrattiva. Se le fosse stato meno spregevole, avrebbe dubitato di s; l'odio, in questo caso, era il talismano della sua salvezza. Nella sorda guerra, che le si moveva, prese il partito di evitare gli scontri, e di lasciarsi vedere il meno possibile.
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Tacque pertanto, e riesc qualche tempo a meraviglia ne' suoi piani. Solo, per maggior cautela, indusse suo padre ad associarle, negli officii di famiglio, un garzoncello; dicendogli, che il suo negozio andava prosperando, che ella non bastava alle chiamate di tanti avventori, che dalle sue lentezze forse taluno avrebbe potuto pigliar disgusto e sviarsi, e cose simili. Il padre, cieco d'amore per sua figlia, bench non vedesse altra novit nella sua taverna fuor quella che messer Medicina beveva vernaccia e non pi vin da torchio, ader di buon grado alla dimanda; assold un vivace giovinetto, e lo pose sotto gli ordini di sua figlia.
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Medicina, che ormai non aveva pi alcun dubio sui sentimenti di lei, indovin sbito che fosse quella novit; e, se da principio l'accolse con stizza mal repressa, l'accarezz pi tardi come una tacita sfida, come un insulto, che dimandava vendetta.
Da quel giorno non aspett che Maria s'avvicinasse al suo deschetto per affrontarla co' suoi motti svergognati. Egli stesso, ogni volta che ne ebbe occasione, sopratutto se il padre era lontano od occupato d'altre faccende, moveva in traccia di lei, talora cercando impietosirla colla preghiera, tal altra investendola col sarcasmo e colla minaccia.
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Quanto durasse questa vergognosa lotta, non lo sapremmo dire. Certo  che dei due contendenti, il pi saldo era Maria. Ferma sempre ne' buoni propositi, ella non aveva d'uopo di fare appello alle sue forze, per trovare armi a custodire le proprie virt. Medicina invece, infiacchito da una passione brutale, non sapeva rendersi conto se pi valesse l'odio o l'amore per lei. Avrebbe voluto vederla morta; ma prima saperla disonorata. E se egli non giungeva ad essere l'assassino del suo onore, ch'altri almanco lo fosse; purch ella cessasse di portare in trionfo una virt balda ed invulnerata. Nelle sue notti insonni egli accarezzava visioni di sangue. Il pugnale, immancabile ministro delle sue vendette, riposava da gran tempo nella guaina; perch da gran tempo non aveva provato un inferno simile a quello, in che era sospinto da una donnicciuola. Ucciderla, egli pensava tra s, e poi uccidermi... Ma a qual pro? gli gridava in cuore una voce codarda, per avvertirlo che i patti di una simile vittoria erano troppo gravi.
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Spaventato del suo stesso furore, rinveniva a pi mite consiglio; ma solo perch il suo cuore riposasse quanto era d'uopo a riaver lena e ad erompere nei suoi vagheggiati delirj.
Ucciderla s, urlava poco dopo, scannarla; ma io vivere per maledire la memoria della sua vantata virt; vivere non pi per lei, ma contro di lei, perch la vendetta non si estingua colla debole vita di una feminetta, ma continui su quanti l'hanno amata...
Col riapparire del giorno, quegli accessi di follia si acquetavano alquanto. Medicina non disconosceva l'importanza e la probabile necessit de' suoi progetti di sangue; ma avrebbe voluto tentare di giungere, per altra via e con minori pericoli, allo stesso scopo.
Non hai mai veduto, diceva egli a s stesso una mattina dopo una veglia d'inferno, una bella parete, su cui sia steso di fresco un bianchissimo getto lisciato colla nettatoja? Il pi meschino furfantello, a cui quel liscio e quel pulito non garba, d egli fuoco alla casa per s poco? Mai no; ei lo sfregia e lo deforma in men che io non lo dica. Imita il baroncio, o Medicina; insudicia quel biancore, che ti fa specchietto, e metti in disparte il pugnale.
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29.
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In mezzo a tante e s opposte passioni, che avevano per altro comune la sorgente da cui scaturivano, i progetti di Medicina, elaborati tra le angosce delle sue veglie, rassomigliavano alle discussioni di certe adunanze turbolente, in cui la tesi primitiva fatta a brani, per cos dire, dagli agitati oratori, deva dal suo punto di partenza, e, dopo aver errato su di un terreno ignoto, decide alla fine ci che non si era nemmanco pensato di proporre.
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La prima idea del ciurmatore era rivolta al possesso di Maria, ad averla ad ogni patto, non escluso quello di farla sua per tutta la vita, ne' modi onesti, dando cuore per cuore. Ma la conclusione, a cui arrivava, dopo una lunga vicenda di tentativi e di sconfitte, dopo mille progetti ed altretanti pentimenti, era affatto diversa, era opposta. Egli deliberava di ferirla nell'onore, di far strazio del suo nome: il tramite, che congiungeva questi due disegni cos disparati fra loro, non deve essere un mistero per chi sa, come il delirio dell'amore lo avesse condotto a quello della vendetta.
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Ora lo scelerato poteva giungere al suo scopo per due vie. La prima, che sodisfaceva in parte alle antiche idee, gli presentava qualche difficolt, ma gli prometteva un doppio compenso. Bisognava aspettare il momento opportuno d'esserle vicino, affrettarlo, prepararlo coll'astuzia, se era d'uopo; la brutale passione avrebbe poi fatto il resto. L'altra era pi facile e sicura, tanto che la sfrontata arditezza di quel malvagio quasi si vergognava di seguirla. Un racconto qualunque, fosse pur fondato su di una lieve apparenza, o su di una menzogna, bastava a dar vita alla pi micidiale calunnia. Spettava a lui l'ordirla, a lui il fidarla alla loquace maldicenza delle comari; ed in un sol giorno il vitupero di Maria sarebbe sparso a mille e mille esemplari nel mondo. Ravviata la fiammella, non avrebbe poi mancato di soffiarvi dentro, per tener vivo l'incendio. Medicina ebbe ricorso al primo dei due partiti, perch in esso vi erano per di pi tutti gli elementi alla buona riuscita del secondo.
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Un d o, diremo meglio, una sera, perch era bujo fitto, il ciurmatore s'avviava, come di solito, alla taverna, giurando solennemente entr s di mostrarsi altr'uomo da quello che era stato fino allora. A caso, in quel momento le due camere terrene, che formavano la sala e la credenza del taverniere, erano stivate di gente. S'adombr sulle prime come alla vista d'altretanti testimoni della sua ribalderia; se ne rallegr poco dopo, vedendo che tutti avevano gli occhi sul proprio desco; tutti erano infervorati ne' discorsi.
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Quel ridotto aveva il pi squallido aspetto. Si discendeva in esso per quattro gradini di mattoni collocati a coltello. Le muraglie cosparse di macchie e di strisce, riflettevano qua e l le tracce ora fosche or lucenti di un'umidit abituale. Il pavimento, coperto di un pattume fangoso, era ingombro de' nauseanti rilievi delle mense. Sfilavano all'ingiro i rozzi deschetti coperti da grossolane tovaglie, su cui erano impresse le glorie dei pasti di una settimana. Dalle lucerne rade e bisunte pioveva una luce sinistra pi intensa al basso, nella parte superiore offuscata da una nuvola di fumo, che si svolgeva dai lucignoli negletti. Era la pi bella scena per un pennello fiammingo; ma sarebbe stato ben pi serio e svariato tema per un filosofo, che volesse entrare nelle midolle di quella riunione scioperata, e definirne uno per uno i sentimenti, i gusti, il linguaggio.
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Medicina al suo entrare, salut le vecchie conoscenze, e senza accostarsi ad alcuno, and a sedere in un angolo della credenza, a fianco della porta che metteva ad un corridojo ed alla cantina. Scelse quel posto, il meno ambito d'ogni altro, per isfuggire agli occhi di tutti, e perch o presto o tardi per quella porta sarebbe passata Maria.
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Per mettere in perfetta quiete ogni possibile apprensione di Bertolino, comand che gli fosse recato quanto aveva di pi squisito, e chiese non uno ma due fiaschetti; non la solita vernaccia, ma la pi spumante delle sue malvage.
Bertolino, a quell'ordine, metteva sossopra tutta la casa; perch avventori cos splendidi gli fioccavano di rado. Spediva il garzone in cantina, la figlia a cercare biancheria di bucato; ed egli accorreva ai fornelli, dove in una pentolina di terra fumava un intingolo, che non poteva temere confronti, perch era l'unico.
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Il ciurmatore non mangi; aveva una gravezza sullo stomaco che gli toglieva ogni appettito; ma pur, non volendo dare a conoscere che qualcosa gli frullava pel capo, si finse a meraviglia il diluvione delle altre sere, facendo scorrere a terra quanto aveva sul piatto, ed invitando il cagnuolo della casa a cenare in sua vece. Fe' miglior viso ai due fiaschi. Il primo bicchiere gli aperse la via agli altri; e con un po' di proposito, se non colla voglia consueta, diede fondo ad entrambi. Per quella malvaga gli sembrava insipida; e se non l'avesse riconosciuta agli effetti, quanto al gorguzzolo non sapeva giudicarla migliore del solito agresto.
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Brillava sul volto di lui il fuoco sinistro di quella mezza ebriet, che centuplica le forze, e lascia sopravivere quanto senno  necessario a guidare un'impresa arrischiata e ribalda. Le sue guance, gi di solito colorite, erano ardenti come quelle di un febricitante; l'occhio lucido ed injettato guizzava per ogni dove, codiando tutti e tutto. Le labra imporporate dal vino, sciogliendosi di tratto in tratto dalle strette, cui venivano assoggettate da un convulso digrignare dei denti, mostravano il livido delle morsecchiature, e si atteggiavano in modo da lasciar dubio se preparassero un sorriso od una bestemmia.
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L'interno della bettola aveva intanto ripreso un aspetto pi tranquillo. Alle grida degli avventori succedevano le calme discussioni. Un gruppo s'occupava d'una importante sfida coi dadi. I giocatori circondavano il tavoliere, muti se scuotevasi il bossolo, vivi e loquaci al gittare le sorti. Chi non era della partita, arrischiava di traverso una moneta, scommettendo per la fortuna di questo o di quel dadajuolo. Bertolino era del numero; e, per distoglierlo in quel momento dalla sua occupazione, non avrebbe forse bastato un comando di Medicina. Questi vedeva, e taceva aspettando soltanto che la partita fosse ben bene impegnata.
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Il garzone sedato sur una banca, abbandonate le braccia al tavolo ed il capo tra le braccia, dormiva placidamente. Solo Maria, che pure avrebbe potuto starsene un po' tranquilla, attendeva a riordinare il salotto, a rimettere gli utensili nell'armadio, ad ammucchiare le stoviglie, a ripiegare le biancherie. Quel darsi moto la faceva essere pi sicura; ella sfuggiva con quest'arte all'insistente persecuzione di uno sguardo odioso. Correva quindi dalla sala alla credenza, da questa al corridojo, e ritornava sollecita per ricominciare la stessa corsa; tutto ci senza dir parola, senza far strepito.
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L'androne era perfettamente oscuro. Quando Medicina pens che fosse venuto il momento di mandare ad affetto i suoi disegni, visto che Maria vi si era inoltrata, le tenne dietro a passo leggiero coll'intendimento di raggiungerla in capo ad esso. Quella febre fittizia, che commove la volont e rinvigorisce la mano, se l'era procurata ad arte, per aver fermezza e coraggio all'opera; ma i piani di questa erano stati concetti e maturati nel completo possesso della sua ragione.
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Visit giorni prima la stanza, l'uscio, l'andito attiguo, e non risolvette di metter mano all'impresa se non quando ebbe la certezza d'uscirne trionfante ed impunito. Entrando quindi nel corridojo, fu sua prima cura di chiudere dietro a s la porta che lo separava dalla credenza. Sapendo che il chiavaccio era unto, lo fece scorrere nelle anella; certo che non avrebbero mandato cigolo. Due passi pi avanti all'altezza di un uomo v'era una finestruola sguernita di grata, e protetta solo da un'imposta sconnessa. Ei sal mettendo il piede al sicuro, l'aperse, protese il capo all'infuori, e riconobbe, alla luce delle stelle, che all'intorno non v'era anima viva.
Questa doppia precauzione aveva per iscopo di impedire che le grida di Maria, ove questa gli usasse il mal garbo di alzar la voce, giungessero fino alle orecchie della gente che era al di fuori. La finestra era stata aperta allo stesso fine, perch l'aria libera si portasse via con s ogni parola un po' calda, ogni gemito mal represso; ma pi ch'altro aveva avuto di mira di schiudersi alle spalle una ritirata in caso di sorpresa. Medicina conosceva perfettamente la situazione della casipola; sapeva che quella finestra guardava in un orto; che quell'orto, cinto da una siepaglia disfatta, metteva ad una delle pi deserte vie della citt.
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Tutto ci non fu che l'affar di un momento: ma quel momento bast alla fanciulla perch s'accorgesse di tutto. Nella fitta oscurit, che regnava in fonde dell'androne, ella aveva acquistato tanta sensibilit delle pupille, che, alla fioca luce della finestruola, pot riconoscere chi l'inseguiva. Comprese e inorrid: comprese che la fuga era impossibile, e che le grida erano vane. Raccomand a Dio non la sua vita, ma l'onor suo; e rincantucciata in un angolo, pi indignata della sceleraggine altrui, che intimidita dal proprio pericolo, attese gli eventi.
Maria, prese a dire il ribaldo con un tuono sommesso ed ipocrito, che vi ho mai fatto io perch mi vogliate tanto male?
Vi giuro o Messere, soggiunse la fanciulla con calma dignitosa, che io non risponder ad alcuna delle vostre dimande, se non dopo che avrete aperta quella porta.
Non volete che questo? l'aprir quella porta a piacer vostro, fra un istante, subito; ma ad un patto....
Aprite dunque; l'interruppe la fanciulla rafforzando la voce su quel dunque quanto illogico, altretanto solenne ed imperioso.
Piano, piano; un momento, prese a dire Medicina, mutando stile, se l'ho chiusa non lo feci a casaccio....
Aprite, vi ripeto per l'ultima volta.... se no....
Minacce: e a chi e perch?.. ben sapete che io non sono un fanciullo, e che prima di operare ci penso due volte.... Se la pillola vi sembra amara, meglio  per voi ingojarla di un tratto.... Ma che? soggiunse in tuono di scherno, mi volete far credere che sulla gruccia della civetta stia appollajata una colomba? La modestina, la beatina! oh v, la fenice delle fantesche da cnova! Vergogna! Vi debbo apprendere io a fare il vostro mestiere?.. Ah, ah.... ma avete anche voi i grilli..., li abbiam tutti; anch'io ho i miei; non fosse altro quello di basire dalla passione. In grazia vostra, vedete, me ne vo, tutto sciolto in lacrimuzze, pel buco dell'acquajo.
La povera fanciulla fremeva, all'udir quelle parole svergognate, ma non fiatava. Il pericolo si faceva pi grave, pi imminente; ed ella non aveva ancor trovato n scampo n ripiego. Ma il coraggio non le era per ci venuto meno.
Quel tacere crebbe la parlantina e l'ardire del ribaldo. Egli, che s'aspettava una salva d'ingiurie, credette leggere in quel silenzio il principio di una rassegnazione mansueta.
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Non hai niente a ridire, o fanciulla. Meglio cos. Gi un giorno o l'altro ti bisognerebbe cascare nelle unghie di qualche nibbiaccio. V'ha nella tua taverna d'assai peggio di me.
E in dire queste ed altre parole, della cui impudenza la nostra penna da qui in avanti non si vuol far complice, egli tent avvicinarsi a Maria. Stendeva le braccia a caso, e le agitava a guisa di un nuotatore inesperto. Mezzo brillo com'era, a quella luce semispenta egli non giungeva a scorgere che cosa avvenisse davanti a s. Ma il luogo era ristretto, e Maria non poteva sfuggirgli. Alla fine, dopo una serie di tentativi inutili, alternando svenevolezze ed imprecazioni, giunse a ghermirla per un braccio, e, tiratala a s di viva forza, la strinse alla cintura fra i suoi artigli di ferro.
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Ma se l'uno impiegava membra maschie, rinvigorite in quel punto da una passione selvaggia, l'altra, povera e debole donna, aveva per s l'agilit della prima giovent, la prontezza dei movimenti, l'uso completo di tutto il suo senno.
Con un moto inatteso e rapido, ruppe Maria la cerchia che la stringeva, e, spinto lontano da s lo sciagurato, corse a rimpiattarsi presso alcuni ordigni accatastati nell'angolo del corridojo, perfettamente dicontro ad una porta semichiusa, che mascherava la scala della cantina.
Il candido fazzoletto, che le copriva le spalle, ripercosse la scarsa luce di riflesso, che si effondeva dalla finestra, e svel al ciurmatore il posto, in cui s'era ricoverata la sua vittima. Tanto bast perch egli tornasse all'assalto. Inferocito nel vedersi respinto, ed a quel modo e da una debole donnicciuola, corse a lei, spiccando un salto simile a quello di una fiera, che assale la preda al varco. Covava egli nell'animo i pi neri propositi; agitava in pugno uno stiletto risoluto di far sangue e di ucciderla, dopo averla straziata in ogni maniera.
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Non sapremmo dire quanto durasse quest'ultima lotta; ogni minuto doveva sembrare un secolo. Non ci  dato nemmanco di poter riferire esattamente fin dove giungesse la temerit di quell'assassino. Ci affretteremo per a rassicurare i nostri lettori, che Dio diede in quel punto ad una povera creatura quanti mezzi bastarono a rimovere l'instante pericolo, ed a farla vindice dell'oltraggio ricevuto.
Quando Medicina ritornava a' suoi tentativi, ormai sicuro del trionfo, quando Maria era ridotta a tal stremo di forze da sentir dubio di s, l'assalitore agitavasi e combatteva sull'orlo di un precipizio.
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Bast alla fanciulla, in quel momento, il men vigoroso de' suoi sforzi; Medicina, malfermo sulle gambe e costretto ad indietreggiare, cerc invano un punto stabile su cui riavere l'equilibrio. Le sue calcagna, scorrendo sullo spigolo del primo scaglione, scivolarono al basso; tutto il corpo, deviato dal suo centro di gravit, cadde all'indietro; la testa, urtando fortemente nelle imposte dell'uscio, le spalanc e si aperse di sotto un precipizio. Entr'esso ruzzol capolevato quell'immane corpaccio, battendo la nuca sulle soglie di pietra, e lacerando le spalle e le membra sugli orli de' gradini; n s'arrest che quando, con orrendo tonfo, giunse sul pavimento della cantina.
Maria era salva.
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Il ciurmatore fu tratto a stento da quel trabocchetto, e ne usci pi morto che vivo. Quanti erano accorsi ad ajutarlo, attribuivano l'accaduto ai fumi del vino: n allora n poi nacque sospetto sulla vera sua cagione.
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Medicina, certo che la fanciulla non avrebbe toccata quella corda, avvalor della sua asserzione la comune diceria; e confessando d'avere a fare una grossa penitenza, sopport rassegnato alcuni giorni di malattia, che gli lasciarono tutta la libert di provedere ai casi suoi. Quando torn alle sue abitudini, egli era ancora l'uomo di prima; se non che, mostrando d'avere imparato ad essere sobrio, s'accontentava di beverne qualche rara volta una mezzetta, e giurava che non avrebbe passato i termini n pure a nozze. Del resto, egli era sempre grande amico di Bertolino; e pareva che gli si mostrasse ancora pi affezionato, dopo le sollecite cure che gli si prodigarono in casa sua.
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Il contegno di lui con Maria era irreprensibile, Non cercava di incontrarla n da solo n in faccia ad altri; ma se il caso gliela conduceva dinanzi, e se il fuggirla poteva sembrare villania, egli era sempre l'uomo socievole, e non mancava di salutarla e di indirizzarle qualche parola cortese: di quelle per, che si attagliano a tutto, e che, sotto il velo d'un complimento comunale, possono, fra persone che s'intendono, nascondere il veleno dell'ironia.
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La fanciulla ben s'avvedeva di ci; ma perdonando al suo seduttore un po' di stizza per lo smacco ricevuto, persuasa che il tempo vi avrebbe posto rimedio, finiva per chiamarsi sodisfatta di lui, dicendo tra s: che quella crollata gli aveva rotto il capo, ma racconcio il cervello.
Ella s'ingannava. Medicina si ritraeva solo quanto era necessario per ricominciare da capo. Faceva come il pilota, che per trarsi dagli scogli, che gli impediscono il passo, indietreggia, e scandaglia con prudenza, finch trova la via sicura, a cui abbandonare tutte le vele. Il caso gli present ben presto questa via; e la perversit dell'animo suo ve lo sospinse fino alla meta.
A Bertolino de' Sisti veniva un giorno presentato un ordine sovrano, in forza del quale la signoria pigliava possesso di un suo poderetto confinante col parco de' Visconti. Quest'atto era del tutto arbitrario; il modo con cui veniva messo ad esecuzione non aveva ragione legale. Nondimeno bisognava piegare la fronte. L'insaziabile cupidigia del potente signore, traeva seco tutte le conseguenze della necessit che non ha legge.
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Figuratevi il dolore del dabben uomo, che in quelle poche zolle aveva ogni ben suo, e se le teneva care perch erano la sorgente della sua modesta agiatezza, e l'orgoglio avito della sua famiglia, illustrata gi pel corso di un secolo da quel possesso allodiale. Figuratevi la sua disperazione quando s'accorse che quella non era n vendita n permuta; ma una cessione a tutta perdita, perocch, come egli diceva, non gli veniva fatta n dimanda n proposta, ma gli si portava via la roba sua, senza dire guarda; e dovea chiamarsi fortunato se gli si dava un cencio di carta che almeno salvasse a' suoi figli il nome, se non il possesso, di quel poco ben di Dio; anzi bisognava dir grazie se il fisco non mandava alle forche e lui e la figlia, e tutto il parentado, per divenire l'erede dei Sisti, e tenersi il fatto loro in buona coscienza.
Per di questo bolli bolli non faceva parola con tutti, sapendo, che la giustizia (quale giustizia!) gli teneva gli occhi addosso.
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Il consigliere, il testimonio della sua passione, il depositario de' suoi secreti era Medicina; egli, che previde forse un tale momento, se pur non l'affrett co' suoi maneggi, alimentava in lui qualche debole speranza, impiegando le pi belle frasi, che dir possa un amico.
Ma non era soltanto il balsamo delle parole, che egli versava con affettata sollecitudine sulla piaga del povero taverniere: a tempo e luogo dava libero corso agli sdegni, che, a dir suo, gli invelenivano la vita; assumeva la parte dell'offeso, mandando imprecazioni contro l'autore di quelle ribalderie; ripeteva, che era tempo di mettere fine a tanti soprusi; che la giustizia, quando non si pu ottenerla, bisogna farsela da s, e chiudeva il suo dire con una reticenza, che aveva tutta l'aria di una minaccia.
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Bertolino che, a quel poco che n'abbiam detto, ognuno riconosce per l'uomo il pi mansueto del mondo, all'udire quelle parole risorgeva alquanto dal suo abbattimento, e si sentiva nascere in cuore un non so quale ardore guerriero fino allora sconosciuto. In que' colloquj, tenuti in istrettissima confidenza, egli concludeva sempre, essere nelle disgrazie che si riconoscono gli amici; e stringeva la mano a Medicina!
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Un giorno costui, dopo le solite tirate, gli lasci travedere, che la cosa non era poi affatto disperata, che non si lasciasse andar tanto di spirito. Il giorno seguente fece un passo avanti, insistette sulla necessit di ottenere giustizia; disse che, per ottenerla, bisognava cercarla. Al terzo d, entrando nella taverna con un viso pi accigliato del solito e mettendo maggior riserbo nelle parole, gli si fece vicino, e gli disse piano all'orecchio: ho a dirvi cosa importante; ma che nemmeno l'aria ci ascolti.
Bertolino meravigliato di questo invito, e nello stesso tempo confortato dalla speranza di potere finalmente udire qualcosa di decisivo, avrebbe voluto chiarir sbito il mistero. Medicina nol volle. Si stabil che il colloquio avrebbe avuto luogo dopo la chiusura dell'osteria: e cos fu.
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Amico mio, gli disse il ciurmatore, poich furono soli, versando da bere a Bertolino, che in quel momento sembrava l'avventore e non l'oste, cosa servono tanti accoramenti, tanti piati? che ve ne viene in scarsella? Quando avrete pianto gli occhi, a conti fatti, restate ancora il poveretto di prima, e peggio.
Avete ragione, disse l'altro, e intanto sospirava, ma.... l' grossa, vedete, e non la mi vuol passare....
Non la vuol passare? soggiunse con una certa leggerezza disinvolta il falso amico, quasi volesse fargli scendere nell'animo inavvertitamente la cosa che stava per dirgli. Io ne' panni vostri non mi starei l da quasi un mese a rodermi inutilmente le viscere. Ma non capite, che vi vogliono far crepare; per ridere poscia di voi?
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Cosa fareste voi che la sapete lunga? sentiamo... disse l'oste, a cui non erasi data invano l'imbeccata....
La cosa che stava per aggiungere il ciurmatore era assai grave, e voleva essere amministrata a piccole dosi, onde non producesse un effetto contrario a quello che se ne aspettava. Egli dunque la pigli alla lontana.
Vi sono de' nostri che pensano fare grandi cose a pro di noi tutti gente, che ha sangue nelle vene e ducati in scarsella. Quell'affare di Voghera, voi lo credete finito? ed a quel modo? Finito, perch n in piazza n qui nella vostra bettola udite parlarne. Le zucche, Bertolino mio! Ne vedremo delle belle, se Dio ci d la vita. Guardate e in dir questo colm la caraffa del compagno e poi la sua io ho tanta fede in quella buona gente, che voglio bere alla salute di loro ed alla nostra, poi alle vendette di Voghera, e infine alla vostra fortuna.... E in dir ci, Medicina di proposito, l'altro macchinalmente, vuotarono le tazze.
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L'oste, soprafatto ma non istrutto da quelle parole, non vedeva pi chiaro; ma cominciava a provar diletto di quella mezza oscurit, che gli poneva dinanzi agli occhi qualche visione lusinghiera.
Alle corte continu a dire Medicina quando vide che le sue parole non cadevano in fallo bisogna venir fuori da questo viluppo, poich vi ci siamo cacciati. Gi il cielo ne dice: ajutati che ti ajuter.
Dunque?
Non mi fate il broncio, figliuol mio, se per oggi vi lascio tutta la vostra curiosit. Risponder dimani, quando anch'io avr chiesto a chi si deve, e fiutato ben bene, dove.... il dove lo so io.... Andate intanto a dormire; ed a rivederci dimani, alla istessa ora, e davanti a un fiasco simile a questo.
Detto ci, se ne andava, dandosi una fregatna di mano e dicendo: gli  una buona pasta d'uomo costui; un po' testardo; ma non monta. Tanto torna la gatta al lardo, che ella vi lascia la zampa.
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31.
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Il piano di una vasta cospirazione, meditata da un pezzo e ormai matura, che Medicina svel il giorno dopo all'oste, era accompagnato da quel corredo di circostanze minute e verosimili, che aggiungono fede al pi strano racconto. V'era pi che bastasse per convincere Bertolino. Inetto a penetrare da s nel midollo di queste faccende per lui del tutto nuove, egli accettava checch gli venisse detto coll'ingordigia di un affamato, che ingoja il cibo senza masticarlo. Ascoltava attonito, ma non incredulo; prometteva ciecamente di fare quanto gli venisse ingiunto, non mirando ad altro che a rivendicare il fatto suo; e non pensava, l'incauto, che quelle promesse lo legavano ad un patto terribile, che gli poteva costare la vita al solo sognarne.
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 inutile il tener dietro alle ciance dilungate di Medicina. La cospirazione non esisteva che nella fantasia di lui. Quel metterne a parte un uomo, che aveva grande interesse a prestarvi fede e braccio, era il tranello, in cui sperava cogliere il padre di Maria, per quel perch gi noto a tutti.
A creare un delitto, e sopra tutto un crimenlese, non era necessario n un grande apparato di indizii, n il concorso di molte circostanze, n l'esecuzione materiale d'un atto aggressivo. Bastavano delle apparenze; bastava un'accusa indeterminata, financo la calunnia. Chi sa d'aver meritato l'odio altrui, non a torto ne sospetta e ne teme la conseguenza. Che ci potesse accadere sotto la dominazione dei pi esecrati fra i vecchi tiranni, noi certo non ne dobbiamo far meraviglia, e molto meno oseremo dubitarne; imperocch, senza punto interrogare le cronache di quel secolo, troviamo registrato, a lettere di sangue nelle memorie di jeri, non pochi fatti che comprovano questa terribile verit.
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Bertolino, dal momento che aveva ascoltato le parole del ciurmatore senza correre a farne denunzia, era reo di morte. Tutt'al pi era a disputarsi quale supplizio, dallo spedito capestro all'eterna quaresima, gli verrebbe inflitto. Ed egli mesceva al suo assassino!
Costui, con arte diabolica, aveva cominciato dal sollevare nell'uomo il pi mansueto l'ira che gli bolliva secretamente nel cuore senz'altra manifestazione che rimpianti e sospiri innocui. Il cruccio convert poscia in livore. Abitu il suo animo alle idee del sangue; gli parl in nome de' suoi doveri di cittadino e di padre; lo fece sicuro dell'ajuto di innumerevoli compagni; gli ramment infine la cacciata de' Beccaria, ed il supplizio di frate Jacopo Bussolari, perch si convincesse aver egli a rifar ci, che era stato operato da quelli stessi, che ora parlavano dal trono in nome della giustizia, mentre la calpestavano. A questo modo dall'una all'altra parola, da questo a quel proposito, spianando la via ad ogni difficolt, lo condusse all'estremo di quell'ebrezza, che altro non chiede se non un ferro di cui armare la mano ed un petto in cui immergerlo.
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Se alcuno dubita, che Bertolino osasse tanto, gli dir che quanto ei si dispone ad udire  confermato da tutti gli storici. Solo avrei a confessare di non aver saputo svolgere convenientemente tutto l'apparato delle seduzioni, che tolsero ad un uomo onesto la coscienza de' proprii doveri, e ne pervertirono il senno ed il cuore. Ci che deve far meraviglia non  tanto l'improviso coraggio di Bertolino, quanto la profonda e sapiente perversit del suo falso amico. Se l'assassino compie il delitto con un'arma spuntata, il nostro stupore non si arresta alla insufficienza dello strumento, ma risale all'audacia del braccio che se ne valse.
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Il d seguente, verso il cader del sole, dopo un pi lauto pranzo, in cui Bertolino bevve a chiusi occhi la sua completa demenza, i due compagni s'avviarono fuor di Pavia, e penetrarono nel parco dei Visconti da quel lato, in cui il ricinto interrotto mostrava dalle sue morse il progetto di un ampliamento.
Ivi esisteva il poderetto del taverniere. Costui vedeva levarsi sul bruno velo dell'aria i contorni maestosi degli alberi, che egli stesso aveva piantati; vedeva le tracce dell'ultima messe da lui raccolta e le recenti stoppie che aspettavano il nuovo mietitore. Distingueva, ancorch gi fosse bujo, i tralci carichi d'uve, che egli ne' suoi sogni aveva pigiate ed imbottate cento volte. L'umidit acre e velenosa, che si levava dai campi, gli inzuppava le vesti e gli intirizziva le membra; ma il sangue, rifluendo al cuore ed accelerandone i battiti, rinfocolava i propositi e l'ardimento.
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Medicina sapeva che a quell'ora per una di quelle stradicciuole doveva passare il Signor di Pavia di ritorno al castello.
Animo, disse al compagno, accorgendosi che questo era assiderato, e batteva i denti.
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Bertolino non gli rispose.
Animo, dunque, non mi fate il fanciullo.... Ma che avete?
Il povero uomo non si trovava in istato di dir parola, tante erano le emozioni, che lo assalivano in quel punto. Ben se ne avvide il compagno, e, temendo che il coraggio gli venisse meno in sul pi buono, si trasse di sotto alla guarnacca un fiaschetto vestito, e glielo porse, dicendogli:
Bevetene una buona tirata: qui regna la mal'aria, bisogna cacciare il freddo; ch se vi piglia il granchio allo stomaco, dimani comincereste a piatire colla quartana, e Dio sa fin quando.
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La bevanda, che Medicina teneva in serbo, era un liquore da lui preparato secondo il recipe di Guido Bonatto, il pi celebre professore di scienze occulte del secolo. L'ingrediente principale era l'umor vitreo estratto dall'occhio del gallo; piccolissima dose di esso, quando fosse bene elaborata, bastava ad infondere il coraggio della disperazione nel cuore dell'uomo il pi pusillanime. La sostanza eroica,  bene saperlo, era sciolta nello spirito delle vinacce con aggiunta di ginepro e di genziana. Povera scienza occulta!
L'oste, in mezzo a tanto sbalordimento, e sotto l'azione del doppio veleno propinatogli nelle istigazioni e nella bevanda del ciurmatore, era ridotto ad uno stato di completa ubriachezza. In quel momento egli non aveva ombra di senno: forse avrebbe ucciso la sua diletta Maria, perch non era in grado di riconoscerla. Di tutta la vita, egli non ricordava che una cosa sola; la sua ingiusta povert. Un solo pensiero gli regnava nella mente; la ricerca del mezzo pi acconcio per ottenere pronta giustizia. Egli si sarebbe gittato ai piedi del suo nemico implorando grazia in nome di Dio, e per l'amore di sua figlia, colla stessa commozione, con cui lo avrebbe colpito nel petto; purch ottenesse il suo intento.
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Aveva tra le mani un pugnale, senza sapere chi ve lo avesse posto. Aspettava una persona, senza pure conoscerla. La prima creatura, che gli si fosse messa davanti, sarebbe stata la vittima designata. Ma Medicina colle sue infernali ciurmerie aveva scambiate le parti; la vera vittima era l'infelice a cui egli aveva tolto la ragione, e nelle cui mani affidava insidiosamente il ferro dell'assassino.
Medicina, che aveva udito lo scalpitare di una cavalcatura, abbandon il suo compagno, e si ritir. A pochi passi alcuni uomini armati lo aspettavano. Costoro, vistolo e scambiato un segnale per farsi conoscere, s'appiattarono con lui dietro il tronco di un albero.
Il cavaliero avanzava; Bertolino non si curava neppure di nascondersi.
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Quando furono di contro l'uno all'altro, questi si scagli furiosamente contro chi gli passava dinanzi, e, levando la destra, vibr a caso il pugnale.
Ma la punta, che non poteva far danno perch ottusa e mal temprata, non giunse pure a toccare le anella della finissima maglia d'acciajo che indossava il principe. Un branco di sgherri piomb sul feritore, e, strappatagli di mano l'arma, l'aggratigli strettamente. Medicina era il primo e il pi zelante tra quelli. Per buona sorte l'infelice prigioniero trovavasi in tale stato di demenza, che non pot riconoscere il suo giuda.
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32.
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L'indimani di quel fatto fu uno di que' giorni che la storia consegna alla sua pi luttuosa pagina, perch sia feconda di un grande insegnamento.
Quando l'uomo insuperbisce di s, e s'inebria dello spirito sovrumano che riscalda la sua creta, si specchii in quella: egli trover di che stupire, di che piangere.
La leggano i posteri finch l'abbiano scolpita nella memoria; imperocch se dai fatti gloriosi egli apprende ad amare gli eroi; dalla storia de' suoi traviamenti imparer assai pi: a superare, a vincere s stesso.
Ecco in poche parole il tristo sguito di quel fatto.
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La citt, allo spargersi la notizia dell'attentato, assunse un aspetto di lutto generale. Da ci s'apprende che fin d'allora esisteva quella falsa civilt, che insegna a mentire publicamente. Nel cuore di molti, forse in quello de' pi, la mestizia non era altro che l'amara delusione di un colpo fallito. Il secolo permetteva queste aspirazioni scelerate. I mali erano estremi; pareva lecito il ricorrere agli estremi rimedj.
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Il vero e profondo sgomento esisteva; ma in quali individui? nel servidorame sfaccendato e leccone che aveva associata alla vita del principe la propria fortuna; ne' devoti, che stavano per raccogliere il frutto di lunghe adulazioni; ne' mozzorecchi largamente stipendiati a puntellare il trono colle sceleraggini. V'erano pure di quelli che deploravano l'acciecamento di Bertolino, che si dolevano di cuore nel vedere messe le sorti del paese nella mano di un farnetico, che si fa interprete di un voto inconsulto. Questi erano gli uomini illuminati; quindi la minoranza.
Il pericolo del principe fu da tutti creduto gravissimo. Chi ha seguito con noi i disegni ed i maneggi di Medicina sapr che pericolo non vi fu; perch tutto era preveduto. Il delatore aveva creato un delitto, per assecondare i suoi sentimenti d'odio e di vendetta, per buscarsi il pingue proveccio della denuncia secreta.
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Si celebr la salvezza di Galeazzo con feste religiose e civili. Fu chi la chiam un miracolo. Il popolo cant l'A Dio lodiamo; come avrebbe cantato il miserere. Dimentic i suoi rimpianti, i suoi sdegni nelle gazzarre. Corse in folla al torneo ordinato dal principe; vi si satoll di stupore e d'allegrezze; e ne ritorn cantando osanna a colui contro il quale, un giorno prima, aveva in secreto scagliato bestemmie e maledizioni.
E la giustizia? decret la pi grave delle pene al povero demente; e, perch giovasse l'esempio, lo raccomand alla perizia del pi famoso carnefice. Questo ne fece sfoggio; trascin il reo per le strade di Pavia a coda di cavallo, mentre, zelante come il medico che sorveglia ogni sintomo dell'infermo aggravato, sogguardava il moribondo, e ne consultava i polsi, temendo che la vita di lui gli sfuggisse troppo presto. La natura del condannato non pot reggere a lungo; fu necessario affrettare l'estremo supplizio. Legato per ciascuna delle gambe al fornimento di due barberi sboccati, venne fatto a quarti da quegli ammali, sospinti furiosamente, a colpi di nervo, in direzione opposta.
La sua agonia fu benedetta da un monaco: le esequie furono celebrate sopra una catasta di legna, entro cui si raccolsero e s'abbruciarono le membra stracciate. La sua tomba fu l'aria, che disperse le ceneri.
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La morte del povero demente dest profonda impressione. Egli era reo, e la colpa davanti ai giudizii umani non poteva essere perdonata: ma la pena, perch intemperante, risvegliava nell'animo dello spettatore qualcosa di pietoso, che ne falsava lo scopo. Il supplizio diveniva la caparra del perdono del cielo; l'uomo, tradito al carnefice come un colpevole, usciva dalle sue mani riabilitato dal martirio.
Qui non hanno fine gli orrori di quella giornata; v'ha assai di peggio. La giustizia umana, dopo aver messo a morte un pazzo, colmava la misura della iniquit, premiando l'omicida. Il vero autore del doppio misfatto, colui che aveva creato l'assassinio e l'assassino, riscuoteva una vistosa somma di denaro, e si meritava la fiducia e la protezione di colui, che fu salvo unicamente dall'apparenza di un pericolo inventato per affrettare l'altrui ruina.
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Ma la pi laida mercede di tanto delitto non gli fu data da alcuno; gli usc spontanea dal fondo dell'animo, in cui fermentava da tempo il lievito corrotto della vendetta. Quando, due giorni dopo la morte di Bertolino, egli incontr Maria sola, incadaverita, coperta di un sajo bruno, esult pi assai di quella sera, in cui sognava di trionfare della sua virt. N il commovente aspetto del dolore, n quello ancora pi solenne dell'innocenza, bastarono a porre un freno alla sua instancabile persecuzione. Studi ogni passo di lei per attraversarlo colla sua presenza; giunse alcuna volta a susurrarle all'orecchio qualche parola. Un d, in cui ella usciva di chiesa, le disse piano e con un sogghigno infernale a poco a poco i gruppi verranno al pettine. Quelle parole erano un insulto ed una minaccia. Ne trem Maria; ma l'infelice non aveva altro rimedio che il piangere ed il pregare.
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Povera fanciulla! la perdita del poderetto le aveva cagionata la morte del padre, questa la conduceva alla pi squallida miseria. La taverna fu chiusa, e l'orfana, portando seco il tenuissimo avanzo del suo patrimonio, trov un rifugio mal sicuro in una lurida soffitta. Coloro, che tante volte l'avevano festeggiata, e che conoscendola s bella e s ben proveduta posero gli occhi su lei, e se l'augurarono in isposa, scomparvero tutti, quando della sua doppia dote le restava soltanto la pi caduca. Il destino che sembrava averla condannata al pi terribile isolamento, non riempiva l'eterno vuoto della sua esistenza che coll'imagine spaventevole del ciurmatore. Fosse caso o studio, ella doveva sempre incontrarlo.
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Circa un mese dopo, ritornando sull'imbrunire alla sua stanza, trov l'uscio mal rabbattuto. Lo scosse spaventata, entr, e si vide dicontro Medicina.
Stremata dai lunghi patimenti, e certa dell'impossibilit d'avere soccorso, non ebbe n la forza per resistere, n la destrezza per fuggire. Mise un debole grido, e cadde svenuta sul pavimento.
Il ribaldo si dolse di quest'accidente perch dinanzi ad un corpo inanimato non poteva vomitare quel veleno di vituperj e d'oltraggi, che da lungo tempo gli pesava sul petto. Pel resto!..
Ma la providenza vegli ancora su Maria.
Mentre lo scelerato, alla luce sinistra di un lumino da lui acceso, ritto della persona, coll'occhio torvo e le labra atteggiate all'insulto, stava contemplando la vittima, ormai tutta sua, che non gli chiedeva pi nulla, che tutto abbandonava indifeso, s'ud al di fuori un alternare concitato di passi, come d'alcuno che s'affrettava ad arrivare.
Medicina si pose in ascolto, sospett, comprese. Trasse dal fodero un coltellaccio, spense il lumino, e si mise in guardia.
Un giovinetto, tenendo in una mano una lanterna cieca, nell'altra un pugnale, pass la soglia della stanzetta, e drizz un raggio sul volto di Medicina. Non gli fu mestiero di guardarlo a lungo, perch l'aveva veduto entrare pochi istanti prima. Ma quella luce era il giudizio del colpevole; al giudizio tenevano dietro la sentenza e la pena.
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Le lame de' due armati s'incrociarono in una lotta breve, ma decisiva. Pareva che il coltello dell'assassino non avesse n filo, n punta; strisciava di piatto sulle carni del giovine, senza recargli alcun danno. L'altr'arma invece, guidata da pi che disperato ardimento, s'aperse strada nel petto dell'assassino e lo ricacci, come morto, sul suolo.
Il liberatore prest a Maria i soccorsi necessarii per richiamarla ai sensi. Quando la fanciulla rinvenne, si trov sdrajata sul letto, e vide al suo fianco il giovine che la vegliava. I tratti di quel volto non le erano ignoti; ma un piglio franco e pago di s dava a quelle sembianze un rilievo di vita affatto nuovo. Lo guard meglio, lo riconobbe era il garzone della taverna. Il poveretto non s'era avveduto della bellezza di Maria, e non aveva neppure sognata la felicit di poterla amare.
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Ma quando, separato da lei, si trov d'esserle eguale almeno nella povert, la trov bellissima, e l'ador in secreto. In faccia alla figlia del suo padrone egli non aveva mai osato levare lo sguardo; dinanzi all'orfana infelice, derelitta, trov un ardimento tutto nuovo, e volle e seppe essere il suo angelo tutelare. Ricco le avrebbe offerto gli agi della vita, un compenso almeno ai molti rovesci della fortuna; inetto a tanto, s'accontent di vegliare alla sicurezza di lei, pensando, nella sua giovanile sagacia, che la bellezza accompagnata dall'inopia  spesso troppo difficile carico alla virt. Il garzone rimase, quanto era necessario, vicino alla sua antica padrona, ma al momento di separarsi, non ne provarono dolore, giacch entrambi spontaneamente ad una voce si dissero; a rivederci. Maria volle compensare il suo liberatore accordandogli la mano ed il cuore. Questi disse che il premio era troppo grande, ma l'accett con tal gioja, che non si pu descrivere.
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Fra l'uno e l'altro non si allent mai il legame reciproco del beneficio e della gratitudine. A poco a poco, coll'assiduo lavoro, ridonarono alla propria famigliola qualche agio, e furono felici, Per riconoscere la sola felicit possibile al mondo, diceva Maria, bisogna cercarla fra chi ha patito; il confronto la fa scorgere; e in ci, concludeva ella con un sospiro, io non ho che a ritornare in me stessa.
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CAPITOLO QUINTO.
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33.
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Medicina, che era stato creduto mortalmente ferito, guar e troppo presto, s che pot ritornare in brev'ora alle antiche abitudini e ripigliare il corso appena interrotto delle sue sceleratezze. Spiant la bottega da cantambanco, che gli fruttava meschinissimo guadagno e troppi pericoli; poich il popolo, che aveva finalmente riconosciuto chi egli fosse, tent un giorno di scassinare a colpi di pietra la sua baracca. Lo sfavore del publico gli mantenne e gli crebbe la fiducia del signor di Pavia, che aspettandosi da lui altri servigi, lo chiam presso di s ad un officio secreto.
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Espertissimo nell'arte di impadronirsi de' fatti altrui, destro nel fingere amicizia e nel provocare incaute confidenze, pot talora scovare il vero o creare de' sospetti pi o meno fondati: ma quando intorno a lui ogni viso divenne impassibile ed ogni labro muto, ei ricorse alle pi strane supposizioni, alle misteriose e generiche accuse: ottimo mezzo a tener viva nell'animo del suo padrone quella paura, a cui stipendii egli traeva una vita dorata. E in ci il principe assecondava mirabilmente le intenzioni di colui; perocch ombroso e diffidente per indole, andava accattando tutto ci che cresceva i suoi sospetti.
L'arte moderna non  povera di veritiere rappresentazioni del vizio nel suo pi schifoso aspetto. Sollevato il velo ipocrita che ricopre il lezzo della societ, vi si mostrano il furto, l'assassinio, la prostituzione in tutta la pompa della loro deformit. Ma la spia  tale un mostro, che non ha ancora trovato la penna di fuoco che osi ritrarlo.
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Egli  peggiore dell'omicida, del ladro, del falsario, perch tutti i delitti di costoro stipendia ed adopera a' suoi fini. Egli uccide nella vita e nella riputazione quello pria che altri, a cui stese la mano d'amico. Vende la libert e l'onore altrui, solo perch non langua il suo mestiero. Machiavelli disse che gli uomini si debbono spegnere o vezzeggiare11; il delatore fa l'uno e l'altro, vezzeggia e spegne ad un tempo. Non  egli di solito un'energumeno, ebro dallo spirito di parte, che adoperi ogni suo mezzo ad indebolire una fazione avversa; ma si fa carnefice de' suoi simili senza provar sdegno o passione; n come il carnefice porta il suo viso sul palco. Talvolta sfugge la piena luce, ed  invulnerabile perch anonimo, tal'altra assume l'inviolabilit di chi  rivestito di un publico officio, ed usufrutta il braccio di un potente, di cui diviene l'rbitro. Il tiranno pu farvi grazia: la spia non mai. La folla, in mezzo alla quale si nasconde un delatore, prova apprensione ed angoscia, come al dubio che nel suo mezzo s'aggiri un idrofobo.
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Ognuno s'allontana, l'adunanza si scioglie: meglio  l'essere prigioniero nella propria casa, dice o pensa ciascuno, che affrontare il pericolo di un morso inavvertito, che infonde il veleno, e prepara una morte certa e spaventevole. Vero  che questo mostro, parto ibrido del dispotismo e della legge, vive talvolta all'ombra della stessa materna potenza; ma ci non lo sottrae al marchio della publica infamia, alla esecrazione di tutti gli uomini, a quella fin anco dei meno onesti.
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Medicina continu ad essere la spia di Galeazzo secondo; morto lui, il Conte di Virt, che aveva inaugurato il suo governo con leggi pi miti, nella certezza di non avere nemici fra' suoi soggetti, band dalla sua corte quel sospetto collettore di accuse secrete.
Conobbe allora, che cacciato fuori dal castello e confuso tra la feccia, verrebbe accolto come un verme, su cui corrono a gara i piedi dei passanti per calpestarlo. Chiese, supplic, in ginocchio, nella polvere; ma il bando non fu revocato.
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Siccome per la confidenza nelle proprie forze non si spingeva tant'oltre in Giangaleazzo da fargli credere di non avere nemici o rivali, e temendo anzi che la gelosia gliene creasse ogni giorno tra' suoi vicini, cos pens il conte che la scaltrezza del ciurmatore avrebbe potuto giovargli come un arma secreta a conoscerne le intenzioni, ad isventarne le insidie.
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Pass quindi Medicina dalla casa del Conte di Virt a quella di Barnab Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare di buoni augurj, acquist credito a segno da far dimenticare i troppo mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il pi celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.
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Barnab, che non credeva ad altri fuorch a se stesso, e non accordava a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perch avrebbe temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perch il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.
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Medicina accumulava in s i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso del suo impiego nominale, Barnab aggiungevagli qualche straordinaria largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulit: ed oltre ci, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire che la sua dottrina gli andava a sangue, perch un dotto meno geloso della dignit della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo mai.
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Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla citt, e correva di volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano, venivano bene ricevute e meglio pagate. Fu in una di queste corse ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove noi lo abbiamo lasciato.
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34.
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Il Conte di Virt, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il pi mite tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali sarebbe sempre stato vinto da vicini pi forti di lui, ebbe ricorso a quelle arti, che pi tardi il secretario fiorentino spiegava ai regnanti dicendo che loro  necessario saper usare la bestia e l'uomo, cio la forza e la legge, e che essendo a ci necessitati, debbano di quella pigliar la volpe ed il leone12. Forte di questo principio, che egli pratic prima che altri lo insegnasse, mirava a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli, fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i disegni de' suoi avversari.
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Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e d'istruzioni secrete piene di astuzia. Medicina, ne duole il dirlo, poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli i suoi favori a due mani.
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Era ben naturale che il Conte di Virt accogliesse sbito il suo inviato; poich s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordin quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul letto, aperse con lui il dialogo.
Notizie?
Le solite a un dipresso.
E il tuo padrone che fa?
Il mio padrone  il Conte di Virt, che Dio conservi, soggiunse Medicina con accento ipocrito.
Hai il solito rapporto in iscritto?
S illustrissimo e in dir ci trasse di sotto l'abito un portafogli, che slacci per cavarvi una carta. Nel porgerla al conte, s'inchin umilmente verso di lui, poi rialzatosi di di piglio ad un doppiere, fe' lume sullo scritto, e disse: perdoner Vostra Grazia, se le presento degli uncini in cambio di caratteri. Ma la fretta e la paura...
Il conte era tutt'occhi e leggeva la relazione seguente, che trascriviamo colle stesse parole di Medicina:
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Ad 30 Augusto hujus anni domni al hora decimaquarta el domino Barnabove dixe queste parole al suo famulo et vestro = Messer Johanne Galeacio non se move dil suo palatio de Tesino per tema di noi: verum el prenzipe de Mediolano quando se delectasse de videre et osculare il suo dilectissimo nepote, no harria che a mouere puocchi fidi militi, et currere ad Pavia; et cvm gran festa et clamore saria receputo da i boni Pavesi = Et hoc dixit ridendo quasi ad lacrymas et cum maliti mvlta.
Deinde el che duoppo intervenne in Mediolano magna grameza per la sententia de duoi citadini condemnati a la forcha: caussa el hauere cazato nel bosco de Maregnano de proprietate del predicto Domino.
Item el camparo de Lambrate fu inguerzito cum uno spuntirolo roxo nel ochio destero, per hauer passato ultra la stangha de la strada privata del predicto Domino.
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Item 12 contadini furono mulctati et 7 tirannice uerberati per mala custodia de cani.... ad jussum Magistri canateri predicti Domini.
Item....
Ma qui sar meglio che tagliam corto col nostro referendario, e che entriamo noi al suo posto a raccontare meno barbaramente, se non con pi evidenza, l'ultimo fatto di quella strana relazione. Ma per ben farci intendere, ci conviene tornare un passo indietro.
Barnab Visconti, che aveva diviso con Giangaleazzo lo stato e l'eredit del fratello Matteo, non tenendo in comune che la citt di Milano, ambiva ad accrescere la propria signoria a spese del nipote. Il carattere di costui sembrava favorire i suoi disegni; e il primo tentativo non avea fallito; perch Giangaleazzo mostrava di non aver coraggio di metter piedi in Milano, bench vi avesse una residenza inespugnabile nella rocca di Porta Giovia.
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Se non che, Barnab colla sua politica astiosa e frenetica (o meglio colla sua nessuna politica) pensava tirare una bellissima posta giocando a carte scoperte; e siccome possedeva tutte le citt che occupavano la parte settentrionale dello stato, stim che nulla meglio gioverebbe ad indebolire il suo consorte, quanto il porglisi accanto sul limite meridionale, acquistandovi qualche terra o citt, ed impedendogli di riquadrare i suoi possessi coll'aizzarlo ed inquietarlo ad ogni istante.
Tratt a questo fine con Feltrino Gonzaga della cessione di Reggio; e ne stipul la compera al prezzo di cinquantamila fiorini d'oro. Somma equa riguardo ai tempi, ed all'importanza del territorio ceduto; scelerata se si pensa all'inconsulto assenso del popolo, che fremeva al nome di Barnab, e che si disperava al solo dubio di doverne sopportare il governo.
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Checch fosse, Reggio ed il suo distretto divennero propriet della casa Visconti; e Barnab, per rassodare il suo dominio, non ignorando che in alcune castella del territorio s'aggregavano de' malcontenti pronti ad una riscossa, quando l'intruso signore osasse intimarne la resa, cattur Francesco Fogliarti fratello di Guido, uno de' pi caldi nemici de' Visconti e il pi potente fra i castellani di quella terra.
Bench tra il Visconti ed i fratelli Fogliani non vi fosse mai stata alcuna ruggine, Barnab ritenne Francesco prigioniero di guerra, come una caparra dell'obedienza dei baroni reggiani. Lo fe' chiudere perci nel pi squallido carcere, privandolo di luce, e di cibo, minacciandogli tormenti e patibolo, quando non sapesse indurre il fratello a sottomettersi al nuovo signore. La sola libert che s'avesse il prigioniero, era quella di scrivere elegie a' suoi, per dipingere loro il suo stato deplorabile e supplicarli ad averne compassione.
Barnab, che aveva tutti i requisiti del tiranno, fuorch la finzione, approvava ed incoraggiava queste veritiere pitture della sua ferocia; perch riponeva sempre il supremo de' suoi diritti nell'incontrastata facolt di opprimere; e perch, in questo caso, valevasi della sua vittima come di un mezzo per indurre i nemici a piegarsi a' suoi voleri.
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Le querimonie dell'infelice Francesco Fogliano trovarono eco ne' cuori dei Reggiani riboccanti di un insuperabile odio contro la dominazione del Visconti. Il fratello di lui si confortava colla speranza, che Barnab non avrebbe osato spargere il sangue d'un innocente. Ma intanto si preparava a farne vendetta, non a liberarlo.
La resistenza dei Reggiani aveva preso dimensioni le pi imponenti; l'ingiusta prigionia di un loro concittadino attizzava gli sdegni. Ai baroni ed ai signori, che l'avevano progettata, si un parte del popolo; a questa, alcuni cittadini d'altre province. In Milano se ne parlava sommessamente, e non a caso; molti cospicui personaggi vi pigliavano parte da lungi col suffragio, col consiglio, col denaro.
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Ma Barnab sfid il dolore e l'ira dei Reggiani mandando a morte lo sciagurato ostaggio: ed, aggiungendo lo scherno alla crudelt, volle ch'egli fosse appiccato alle mura della stessa sua patria.
Il giorno in cui Reggio vide il migliore de' suoi figli subire la morte dei malfattori, la citt ribelle parve domata. La storia, che riferisce fedelmente le grida disperate di un popolo che impreca contro la propria servit, sar sempre un eco debole ed infido di quel dolore cupo ed arcano, che divora dignitosamente l'oltraggio, ed aspetta. Guai a colui che intollerante degli indugi, divora il seme, e non aspetta ch'egli porti frutto. Nulla v'ha di pi sapiente che il frenar l'ira, per farne tesoro ai migliori momenti. Forse il silenzio a prima giunta pu sembrare vilt: ma noi, che per trista sorte ne fummo maestri, potremo insegnare, che esso non  soltanto la difesa del debole, ma diviene vittoria quante volte elude le speranze della tirannide; la quale sovente affretta un primo atto di crudelt per provocare i risentimenti dell'oppresso ed avere pretesto ad altri e pi gravi oltraggi.
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Lo sgomento di Reggio si era diffuso fino a Milano. Prima che vi giungesse la notizia della morte di Francesco Fogliano, correvano per la citt voci sinistre sulla sorte di alcuni cittadini. Parlavasi di una grande congiura scoperta, di gente condotta prigione, di un nuovo e terribile processo, che doveva iniziarsi. Il primo annuncio di una sciagura non  per solito al disotto del vero. Ognuno sulla fede di tante crudelt vedute, traduceva a suo modo, ma sempre con terribili colori, il risultato di quell'avvenimento. Chi ne conosceva il filo taceva; chi era ignaro dei fatti credeva scolparsi dichiarandolo, ma non era perci pi tranquillo; tutti prevedevano nuovi tormenti e nuovi tormentati.
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Volgeva su questo argomento la relazione di Medicina, ed il Conte di Virt, che dallo scritto di lui non sapeva cavare quanto bastasse ad appagare la sua curiosit, gli volgeva ad ogni istante la parola:
Tu non mi accenni il nome di alcuna tra le vittime?
Messer no; la cosa  tanto recente; d'altronde sono parecchi, sono molti, e m'ero serbato l'officio di nominarveli a voce.
Ebbene? prese a dire il conte con aria d'interrogazione e d'impazienza.
Le bujose dovrebbero essere gi popolate v'ha posto per un Biglia, per Anselmo Borri, per due degli Osii, un Martin Lanzani, uno de' Mantegazzi....
Un Mantegazza, e quale? chiese il conte meravigliato.
Perdoni Vostra Grazia, non ve lo saprei dire ve n' pi d'uno di questo nome, ed io....
Messer Medicina, fate meglio il vostro mestiero, o vi rinunciate del tutto Questo servirmi a mezzo mi pone in sospetto pensate ai casi vostri.
Medicina non sapeva comprendere la ragione di quella minaccia. Egli non rammentava in quel momento d'essere in casa d'un Mantegazza; e molto meno poteva conoscere che quel nome risuonava caro alle orecchie del conte. Attribu quindi il rimprovero ad uno di que' ticchii dei grandi signori, cui, per l'essere suo, era abituato da un pezzo. In cuore non se ne cur punto; col viso finse d'essere commosso. Tutto raumiliato si prostr davanti al suo signore, con quel fare mansueto, che sembra voler dir batti, e che perci disarma.
Signore, abbiate piet del vostro pi fedele servitore, sclam l'ipocrita: se non vi manca che una sua prova di zelo per convincervi chi egli sia, comandategli di correre tosto a Milano a pigliar notizia del fatto. Prima che spunti il giorno, Medicina, vivaddio, vi porter la risposta.
Allora partite: ma che nessuno sappia il motivo della vostra corsa; che nessuno al mondo prima di me conosca ci che voi avete veduto ed udito.
Medicina, senza aggiungere parola, si pose la destra sul petto in aria di obedienza, e di promessa; fece un inchino ancora pi profondo dei consueti; ed escito fuori, chiese una cavalcatura su cui mont di un salto, e part di galoppo per Milano.
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35.
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Quella notte parve eterna al conte; pi lunga e dolorosa di quelle che dianzi aveva passato fra l'insonnia e la febre. L'annuncio del ciurmatore gli aveva fitto nel cuore una spina, a togliere la quale non valevano ragioni. Il silenzio e la solitudine che lo circondavano, non erano i mezzi pi acconci per dissipare un funesto presentimento. Egli conosceva Maffiolo solo per nome e per fama; ma ne apprezzava altamente la virt. Ora cominciava a venerare in lui il padre d'Agnesina; tremava per esso, e pi ancora per la sorte dell'amata donzella.
Riand colla mente ogni probabilit che Medicina si fosse ingannato nell'udire o nel ripetere quel nome.
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Posto anche che il nome fosse vero, molti erano dello stesso casato in Milano; e riposava qualche momento sulla speranza di un errore di persona. Alla peggio, quando fosse caduto il sospetto di Barnab su Maffiolo, egli impiegherebbe ogni suo mezzo per dissiparlo; tenterebbe ci che non aveva mai osato prima, i buoni officii, le speciali raccomandazioni, le preghiere; purch Agnesina non avesse a soffrire. Ma gli effetti d'ogni ragione consolante erano passaggieri. Tutto dipendeva dalla esatta conoscenza dei fatti; l'incertezza  per s sola un tormento, che avvelena anche le cose liete. Se la pigliava quindi colla insufficienza di Medicina, colla sua lentezza, coll'eterna durata di quella notte; implorava il ritorno della luce, e pi volte era disceso al balcone per vedere se inalbava.
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Medicina intanto, cacciando a viva forza le calcagna nel fianco del cavallo, e flagellandolo ad ogni passo sulla groppa, era volato a Milano. Ivi cerc e rinvenne; interrog e seppe quanto gli era necessario. La sua missione fu coronata d'un ampio successo. Egli ritornava quindi colla stessa velocit a Campomorto, carico di notizie raccolte dalla testimonianza di chi aveva trovato in casa dei Mantegazzi, e confermato da uno scritto chiuso a sigillo e diretto ad Agnese.
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Quando Medicina pose il piede nella stanza del conte, era ancora notte; la piccola lampada che ardeva, mandando una luce vacillante, attestava la veglia del conte. Ma questi aveva abbandonato il letto; e ravvolto in un'ampia guarnacca di velluto bruno, sedeva davanti ad uno scrittojo, col capo tra le mani, fantasticando ed aspettando. Egli aveva distinto ben da lontano il galoppo del cavallo, aveva udito il cigolo dei perni del portone; teneva conto del tempo necessario per scavalcare, per salire, per giungere alle sue stanze. E quando ud che alcuno bussava alla sua porta, non pot trattenersi dall'andargli incontro.
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Ebbene? disse egli colla sua solita formola interrogativa.
Grandi notizie, o mio signore...?
D presto: buone o grame...
Ci dipende dagli interessi di chi le ascolta...
Parla: dimmi, che avviene di Maffiolo Mantegazza?
 al sicuro dalle ire di messer vostro zio: parola d'onore.
Fuggito forse?
Fuggito appunto, e per non ritornare mai pi.
Ma dove, ma quando?...
Medicina in vero esitava, non sapendo se la notizia che egli recava sarebbe bene o male accetta. Ad ogni modo avrebbe voluto, che non andasse sfruttato il merito dell'opera sua. Invano studiava il volto del conte per indovinarne i desideri; su quella fisonomia non leggeva altro che l'impazienza.
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Hai tu paura di dirmi tutta la verit? ripigli il Conte colla amorevolezza propria di chi  lieto d'aspettarsi una buona nuova e che? credi tu forse che io goda del male altrui? Se Maffiolo Mantegazza  fuggito, tanto meglio: Dio vegli su lui... e lo conduca a salvamento.
Dio veglier su lui, non ne dubitate, soggiunse Medicina, arrestandosi sulla frase, che lasciava sottintendere in certo modo la nuda verit Messer Maffiolo non  pi in bala degli uomini. Egli....
Non  pi in bala degli uomini!!
Si, o Messere, poich egli  morto.
Maffiolo  morto?... sclam il conte con accento di desolazione.
Maffiolo  morto!... ripet il ciurmatore, scomponendo la frase nelle sue sillabe e pronunciandole con tuono patetico.
Ma quando, e per mano di chi?
Jeri, e per mano propria.
Se ne conosce il motivo?
Vi  ogni ragione per credere ch'egli pigliasse l'unico disperato partito che lo sottraeva ai fanti di giustizia, pronti a mettergli le ugne addosso.
Il conte si coperse il volto colle due mani, e con parole soffocate, che niuno avrebbe potuto comprendere, susurr tra s. Che avverr mai di sua figlia?... e lo amava tanto....! povera Agnesina....!
Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilit cos nuova, desiderava mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.
Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore; prese egli a dire.
Si scosse a quelle parole il conte, e dimand:
Sai tu i particolari di quest'avvenimento?
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Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarir l'arcano. Eccola:; e la consegn al principe.
Pensava tra s il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle mani d'Agnesina, perch fosse resa consapevole della sciagura dalle stesse parole di suo padre. Ma ci era forse quanto ucciderla. Assunse pertanto sopra di s il carico di informarla, sperando che l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole pi proprie a cos doloroso officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli occhi su Medicina, gli disse:
Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto  a tua notizia.
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Vi parler per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile vedere soggiunse Medicina con una voce s commossa, che non sembrava pi quella del cantambanco. Fino da jeri mattina alcuni ceffi scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la ronda lungo la via, dov' la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere l'avesse data a gambe. Cos fosse stato! egli invece era rinchiuso nel suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme.
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I fanti, vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano, attendevano la notte, per fare il colpo. Dicesi ancora che Messer Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela, e che a ci corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse una scala gi pronta, perch potesse discendere da un finestruolo, e per gli orti scantonare alla sorda. Tutti sogni della buona gente, che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare.
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Non v'era n soccorso, n scala, n tampoco un uomo; nessuno volle risicare la propria per la pelle altrui. Venne infine quella sciagurata notte. Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attest che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al suo stipo, scribacchiando come uno che ha pi cose a dire, che tempo per enumerarle. Un servo tent distoglierlo da quella occupazione, rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito chiedendo gli venisse portata una lampada, e tir avanti nel far correre la penna e nel rovistare le carte. Quando fu bujo fitto, il servo ud scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante volte s'accost ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide n ud.
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A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non gli fosse prestata attenzione: perocch il conte, appoggiata la testa nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri. Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi ripigli:
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Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte. Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci dar il segno del mattutino. Faceva bujo come in gola del lupo: il cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una pedata che battesse il lastrico. La vostra bella Milano, s vivace e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. Durai fatica a rintracciare la casa dei Mantegazzi, bench mi fossi proposto di recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia.
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Quando misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. Scavalcai da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un pilastrino; e avanti. Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate. Per verit, non era necessario usar tanta precauzione, perch al di fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto, perch il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del vostro potente biscione. Nell'interno della casa era un nugolo di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne. Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.
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Io mi avvicinai ad uno di loro, e chiesi: Che avviene? Un affare di nulla, prese egli a dire; un pulcino da condurre a pollajo Chi  egli? Messer Maffiolo Mantegazza E il perch?... Ne sappiam noi! ci dicono di venir qui, di far la guardia, di catturare.... sanno forse i vostri tomaj dove voi pensate di andare? E il prigioniero ove trovasi? In quella camera, rispose il bravaccio additandola; col il capitano ed un giudice frugano e tasteggiano fra le carte, peggio che se quei cenci fossero aste e pugnali. Ma c' voluto del buono, vedete, a penetrare l dentro; si dovette abbattere la porta, che messere non volle aprire, ancorch ne lo pregassimo con tutta civilt.
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Il bravaccio mezzo brillo continuava a blaterare, quand'io gi lontano da lui tentava d'introdurmi nella stanza del prigioniero, Alla porta nuove difficolt; il giudice aveva dato ordini severi. Io finsi d'averne de' pi severi de' suoi; fatt' che entrai.
Vostra Grazia14 per certo pensa che io m'abbia un cuore di macigno, eh! ella non va lontano dal vero. Ne ho vedute tante a questo mondo, che ci ho fatto il callo. Eppure bisogna dire, che coll'andar avanti negli anni si arrivi al tenerume, perch questa volta anche senza i soliti piagnistei, m'ebbi una stretta al cuore cos nuova, che quasi credetti fosse compassione.
Vi degnate voi d'ascoltarmi? Messer Maffiolo sedeva nel fondo della camera col corpo addossato al leggo, e il capo sur un libro, che gli faceva l'officio di capezzale. Io fissai quel volto; gli occhi erano chiusi, ogni tratto rigido ed immobile: vi rimaneva solo un'impronta di dolore, che la vita fuggendo non s'era tolto seco.
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Col consenso del curiale, che mi riconobbe, mi avvicinai a lui, e lo scossi; non di segno di vita; gli posi una mano sulla fronte, era di marmo; una altra al cuore; mtolo del tutto. Constatata la morte, il curiale fece insaccare quante carte credette appartenere alla giustizia, ed il capitano affid la custodia del cadavere a' suoi sgherri. L'uno e l'altro dopo ci se ne andarono.
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Io stava per partire con loro, allorch, non so per qual ragione, dovetti arrestarmi un momento; allora pensai che avrei potuto conoscere, meglio che il curiale, qualcosa di quel garbuglio. La stanza era stata frugata, tramestata, sconvolta in ogni sua parte; io la frugai di bel nuovo, e non invano; perch in un canto scopersi una coppa, probabilmente ivi riposta da poche ore. Bench fosse vuota, le sue pareti erano umide e crasse; e nel fondo stagnavano alcune gocce di un liquido denso e verdognolo, che alla vista ed al fiuto riconobbi subito per uno stillato di tossico. Il curiale se n'era ito coll'intima convinzione, che messer Mantegazza fosse morto di un colpo: pover'uomo!
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Finalmente era per andarmene anch'io, contento di avere almeno qualcosa di pi positivo da aggiungere alle vaghe conclusioni della giustizia, quando vidi a terra un non so che di bianco e riquadrato, che mi sembr essere ivi dimenticato o perduto. Mi affrettai a raccogliere quel nonnulla, e per tal modo giunsi a sottrarre alle ugne degli sgherri quella lettera, che v'ho test rimessa, perch vi degniate di consegnarla a madonna Agnese. Quello scritto dir ci che noi e la giustizia non giungeremmo mai a sapere..
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Il lettore, io spero, non si sar lasciato cogliere al laccio dalle parole alquanto raddolcite di Medicina. Egli conosce troppo e troppo bene la vita di colui, per aver fede in un subitaneo ritorno a sensi pi umani. Volendo per giustificare tal mutamento, diremo che Medicina questa volta cangi di linguaggio, perch colui che l'ascoltava aveva cangiato d'aspetto.
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Il conte fingeva d'ordinario di porgere una svogliata attenzione ai racconti del suo messaggero: ascoltava come colui che  preoccupato da altri pi gravi pensieri; sapeva mostrarsi impassibile a ci che gli veniva svelato, fosse anche un mistero carpito con grande arte e con pari pericolo da chi lo serviva. Che l'opera di lui avesse in gran conto, lo mostrava solo dalla liberalit de' suoi compensi: a tal segno, che lo stesso Medicina, non facile di solito a provare saziet di denaro, soleva dire: che il conte pagava splendidamente la noja d'ascoltarlo.
Ci era studio in Giangaleazzo, non natura. Col lungo esercizio per, l'abitudine di temperare i suoi intimi sentimenti aveva preso tale consistenza, che a vincerla non bastavano le ordinarie agitazioni della vita.
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Ma lo scaltro aveva davanti a s un tale non meno scaltro di lui. Costretto dal suo difficile mestiere a vendere, non lasciava passare l'occasione, appena gli si presentasse, di comperare. Cedeva a denaro i secreti della corte di Barnab, quest'era il patto espresso; ma se ne riserbava uno tacito per s, quello di scovare alla sua volta i secreti del castello di Pavia. Perci, mentre il conte riannodava le svariate relazioni di Medicina, questi leggeva o pretendeva leggere sul volto di quello pensieri e progetti. E quando i due sguardi, diretti entrambi ad indovinare e scrutare, s'erano incontrati, rimanevano confusi dalla reciproca scoperta, e cercavano di sfuggire col minor scandalo possibile dal comune ritrovo, come due amici che inconsapevolmente s'abbattono a fare la corte ad uno stesso idolo.
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Che Medicina non fosse molto addietro in tali arti, lo prover l'aria patetica con cui aveva intonato la sua relazione: con ci egli metteva d'accordo le suo parole e i sentimenti di chi l'ascoltava, per spianarsi la via a meritarne confidenza, o per aver la chiave del secreto; e frugarvi dentro e rubacchiarvi a sua posta.
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Di costui si  detto pi di quanto  necessario per rischiarare i sentieri tenebrosi, che egli soleva percorrere. Pur troppo si dovr tra breve tornare a lui; ma non ci avverr mai di dover mutare o correggere il primo giudizio. Ne incumbe intanto l'obligo di dire qualche parola intorno al conte, di cui fin qui ci siamo occupati solo alla sfuggita. Un'ordinata rassegna delle sue gesta verr esposta nel sguito: basta per ora un piccolo e fedele abbozzo del suo ritratto morale.
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Si  gi detto come la sua infanzia fosse accompagnata da felici pronostici: dicemmo che nella sua giovent egli si mostr grande amico e protettore degli studiosi; ma, a differenza de' prncipi della sua epoca, non faceva pompa di trarre dietro a s un codazzo di piaggiatori saccenti. Proteggeva l'uomo, per onorare la scienza da lui professata; ed onorava la scienza non perch fosse una delicatura degna degli agi di un principe; ma perch da essa aspettava lume e guida per s. Onde disse bene, parlando di lui, Paolo Giovio che presentendo egli tutte le cose, e quelle ancora che erano a venire, pareva che reggesse la fortuna col consiglio.
Splendida era la reggia di suo padre; dal sommo Petrarca all'ultimo giullare, dalle corti d'amore alle facili ghiottorne de' servi, tutto era principesco e magnifico.
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Giangaleazzo sfuggiva a quelle vanit; le giostre e i tornei, per quanto fossero esercizii atti a rassodare la vigora delle membra, sfruttavano il guadagno nelle tresche e nelle illecebre. Giovinetto abbandon quindi la corte, e mentre ivi si dilapidava l'erario per iniziare e stringere grandi alleanze spesso fatali a chi  debole, egli impugnava le armi a pi nobile scopo; per difendere cio il retaggio de' suoi, dagli attacchi dell'ambizioso marchese di Monferrato.
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La fortuna gli fu alcuna volta propizia, pi spesso avversa. Dalla vittoria apprese la scienza delle armi, e contrasse quello spirito guerriero, che doveva un giorno essere l'unico e vero alleato de' suoi grandi disegni. Ma ben pi proficua maestra gli fu la sventura; perocch niuna lezione  pi salutare ai prncipi, quanto quella che gli vien data dalla fortuna, cieca del pari con tutti.  bene che l'uomo, dinanzi al quale tutto cede, apprenda che vi ha forza alla quale conviene ch'ei ceda alla sua volta. Da quelle sconfitte dunque impar egli a vincere: sul campo alcuna volta; in ogni caso s stesso.
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Bench non si inebriasse, come gli altri prncipi della sua casa, al fumo de' grandi parentadi, pure, ossequioso verso suo padre, ader alla proposta di matrimonio con Isabella figlia di Giovanni il buono: onde illustr il suo casato col sangue di S. Luigi e colla dote della contea di Virt. Ma impalm la sposa e la perdette entro breve tempo; con nozze ed esequie s splendide, che furono da prima la meraviglia, poi la ruina dei popoli, forzati a pagare quelle prodigalit con insopportabili tributi.
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Nei sette anni dopo la morte di suo padre, durante i quali ebbe diviso lo stato con Barnab, attese a migliorare l'interna condizione dello stato. Come l'agricoltore, che pone mano ad un terreno derelitto, comincia dallo sbarbicarvi le erbe velenose o parassite, e, ridonando al suolo le sue forze primitive, lo pone in istato d'offrire sbito e spontaneamente qualche frutto; cos il Conte di Virt, all'intento di migliorare la cosa publica, prima che a fabricar leggi ed a versarle a piene mani, volse ogni sua cura a togliere l'abuso, vera gramigna che impedisce lo sviluppo delle sagge istituzioni.
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Cominci dal principe e dalla corte. Impose a s ed alla sua casa una maggior parsimonia nelle spese: distribu pi equamente i vecchi debiti: richiam, in vigore l'esatta osservanza degli statuti, l'arbitrio dei giudici represse con pene severe; la sua propria volont sottopose all'impero della legge.
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Per tal modo, pot sbito far gustare al popolo il vantaggio della sua amministrazione. Le prime economie parvero il ritorno alla ricchezza; la cessazione degli atti arbitrarii ebbe aspetto di libert.
Torn utile alla buona fama del suo governo la tristissima, che aveva accompagnato quello di suo padre. Galeazzo Secondo succedendo al governo popolare ravvivava in suo danno le recenti memorie della libert perduta; e il Conte di Virt, succedendo all'inventore della quaresima, colla sola abolizione di tanti atroci supplizj, appariva il pi umano dei prncipi.
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Egli soleva dire che nel maneggio degli affari proprii ed altrui non v'ha miglior cosa dell'ordine. Quest'ordine stabil meravigliosamente in tutti gli officii del suo stato. E bench ciascuno di essi fosse diretto ad uno scopo suo proprio, ed avesse spese ed uomini speciali, sicch poteva agire colla necessaria indipendenza, pure egli, raccogliendo la somma delle cose nelle sue mani, seppe legare in un solo e precipuo interesse le disparate amministrazioni, di modo che tutte convergevano allo scopo supremo, il bene della patria.
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Se crediamo al citato storico, egli invent o richiam in vigore l'uso di affidare allo scritto ogni petizione e reclamo, ogni arbitramento e sentenza. Scomparve per lui quella fatale costumanza di provedere a molte bisogna con giudicati improvisi ed arbitrarii, quasi sempre desunti dalla volont del principe o maligna per s, o male interpretata: onde nei rovesci opponevansi rimedj che palliavano il sintomo ma non toglievano il germe del male; e quel po' di bene, se pure poteva chiamarsi con questo nome ogni improvido slancio di generosit, era operato a caso; come vien viene; senza tener conto che il dare all'uno  togliere all'altro.
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Le commissioni pertanto, le leggi, le spese erano registrate su grandi libri, per mano di uomini di non dubia fede; e quei registri, a tempo debito, erano riveduti da censori scelti dal principe; ed all'esame del principe venivano sottoposte le operazioni degli stessi censori.
Il Giovio ne dice d'aver veduto quei grossi volumi di pergamena, in cui si registrava l'andamento ordinario d'ogni ramo d'amministrazione. E tale esattezza richiedeva il principe nelle annotazioni, che tutte e partitamente si dovevano registrare le entrate e le spese: particolareggiandole di modo, che, in fin d'anno, non solo si conoscesse quanto erano costate le armi o le opere publiche o la publica beneficenza; ma risultassero altres le spese fatte pel mantenimento della corte; rendendo stretta ragione degli spettacoli, delle onoranze prestate ai forastieri, e perfino descrivendo minutamente i banchetti e le feste.
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Tutto ci che ai d nostri  la prima e pi ovvia applicazione dei principj economici, era a quei tempi come una mammola colta sotto la neve; perocch i prncipi solevano chiamare publica necessit ogni loro individuale desiderio, e, ad appagarli, mettevano la mano nell'erario, riputato inesauribile finch rimanesse l'ultima moneta all'ultimo dei soggetti.
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Ma le istituzioni di Giangaleazzo non miravano soltanto a fondare un sistema di economia; esse preparavano a lui il tesoro della esperienza; ai posteri il materiale per una storia veritiera. Imperocch solevasi registrare ogni atto publico, ogni importante avvenimento; e si teneva copia di tutte le corrispondenze coi capitani e coi potentati stranieri; onde chi volgesse gli occhi a quelle carte, avesse dinanzi a s la relazione fedele di quanto era accaduto negli anni antecedenti; e da quella pigliasse norma a deliberare pei successivi.
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Da tale procedere, riputato dagli Statisti di quel tempo come un effetto di meschinit e grettezza, nasceva la generale disistima in che era tenuto il suo governo dai signori vicini, e specialmente da quello di Milano. L'esercizio dei diritti eminenti non tolerava il sindacato della publica opinione; quindi la cautela che Giangaleazzo poneva nel prendere ogni deliberazione, il suo rispetto verso la coscienza publica, e infine quel suo dar conto di tutto a tutti, anzich farlo degno di lode per la sua popolarit, lo accusavano di inettezza e di codardia.
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Ben pi grave censura si merit da' suoi emuli, quando negli anni seguenti, con umilt affatto nuova, abrog decreti e statuti da lui stesso poco prima emanati; e tali deroghe non pose all'ombra del sovrano suo arbitrio, ma giustific col peggiore degli scandali, ingenuamente confessando d'essersi ingannato.
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Mentre in Milano i pi sacri diritti soggiacevano all'incertezza cagionata da un governo pazzamente arbitrario, in Pavia le cose correvano piane; forse troppo piane pei tempi: talmente che la lunga pace, la individuale libert, la publica sicurezza, mentre tutto il mondo era trambusto ed armi, parevano languore e letargo.
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In Milano il clero strillava sotto il continuo flagello di Barnab. La santa Sede tent di intimorire il Visconti, scagliando contro lui pi volte i fulmini delle censure ecclesiastiche, ed infiammando popoli e prncipi ad una crociata.  ben noto come Barnab trattasse i legati del Pontefice, sul ponte di Marignano, quando f loro scegliere il rinfresco del fiume, o il pasto della bolla pontificia. Altri condann al rogo, perch avevano osato muovergli alcun rimprovero. Non rispett n amici, n privilegi; si brutt d'enormi delitti, di violenze inaudite, ma combatt a oltranza quei pregiudizii, che oggi ancora s'atteggiano minacciosi, e che erano allora tanto formidabili da fiaccare ogni spada, da far chinare ogni testa.
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Quanto soffrisse il popolo milanese da quella lotta intestina fra i due poteri, il civile e l'ecclesiastico, non  facile a dirsi. Un'assoluta neutralit era impossibile dove era in gioco la coscienza; accedendo al clero, temeva esso per la vita minacciata dal tiranno; accostandosi a questo, tremava, a pi forte ragione, per la salute dell'anima.
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All'incontro in Pavia, le due podest agivano di buon accordo; per cui il popolo poteva obedire all'una senza incorrere nelle censure dell'altra. Si dovr dire per ci che Giangaleazzo fosse tanto pio, quanto era empio Barnab? Non torna a conto l'occuparci per ora di tale questione; molto pi che bisognerebbe prima chiedere di qual piet vuol parlarsi. Ve ne ha una che si accoppi sempre colla pi tetra tirannide. Gli atti devoti di Galeazzo Secondo vanno all'infinito; nessun altro principe fu largo, come lui, alla chiesa ed ai poveri: nessuno pi di lui fu esatto nell'adempimento dei doveri di piet.
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Digiunava una volta alla settimana, e distribuiva in quel giorno l'elemosina di un fiorino a tutti i poverelli in Cristo, per la salute dell'anima sua. In leggere la nota delle sue giornaliere beneficenze, quale ci vien riferita dal Giulini18, bisognerebbe dirlo un santo; eppure egli era l'inventore della famosa quaresima.
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Il Conte di Virt, meno pio del padre e assai pi ossequioso dello zio, contenevasi tra i due eccessi; ma non si deve perci fare grande assegnamento su quell'aria contrita ed ascetica, che qualche volta affettava sotto gli occhi del popolo. Per vista di lontani vantaggi egli accarezzava i chierici, perch nemici del suo vicino e futuri alleati de' suoi progetti. Una brutale schiettezza traeva Barnab ad inevitabile ruina; era lecito credere che una studiata reverenza avrebbe guidato il suo rivale a miglior meta. Concludiamo che quante volte egli, il pi destro politico del suo secolo, confessava la propria pochezza o faceva atto di ossequio dinanzi ad una stola, s'avanzava di un passo verso lo scopo designatogli dalla pi efficace delle ambizioni; quella che comanda a s stessa gli indugi e la temperanza.
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37.
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La relazione di Medicina aveva risvegliato nell'animo del Conte ire affatto nuove ed un desiderio ardente d'affrettare le vendette. Ma egli confessava dentro di s che quella nobile indignazione non era soltanto l'eco di un grido suscitato dalla umanit oppressa. Chiam il cuore a rendergli stretto conto d'ogni suo riposto sentimento; e, fattosi giudice severo di s stesso, comprese, che pi della sventura di Maffiolo, parlava in lui l'ardentissimo affetto per Agnesina. Cominci pertanto a diffidare di s; arm contro le passioni sollevate la vecchia sua prudenza, ed attese da quella lume e consiglio.
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Ci che ho maturato in secreto, per lungo corso d'anni, diceva egli tra s, dovr essere scosso e reso vano da una momentanea passione? Per vendicare Agnesina non bastano le ire; ci vogliono le armi ed il braccio vendicatore. Ora conviene che s'apprestino le prime, che l'altro s'invigorisca. Ritornando poscia a pi calmi pensieri, soggiungeva: Chi, al posto di Barnab, avrebbe operato diversamente?... Parliamci franco: io pure coltivo il pensiero d'escire colle mie vittorie dai confini dello Stato, poich oramai mi sembrano cos angusti da soffocarmi. Or bene; se, mentre la fortuna asseconda la mia impresa, sorgesse un uomo od un partito ad attraversarmi la strada, sarei io tanto generoso da perdonare all'uno e all'altro? Ci che il Visconti di Milano oper per sete di sangue, il Visconte di Pavia non isdegnerebbe operare per mire d'ambizione.
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I due rivali muovono da punto opposto, ma si appajano sulla via per arrivare forse ad una sola meta. No: la misura non  ancora colma; non si sfrutti il tesoro di una lunga dissimulazione. Il leone torni a rinchiudersi nella sua tana; rida intanto lo stolto che travede in esso un timido cerbiatto. Quando sar l'ora, a bujo fitto e mentre tutti dormono, uscir la fiera: i suoi nemici avranno tempo di riconoscerla, non quello di difendersi.
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Con tali pensieri, se non con identiche frasi, il conte di Virt costringeva al silenzio ed all'obedienza quella passione, che minacciava di condurlo ad un bollore intempestivo. Aggiungeva il nuovo ai vecchi rancori. Simile ad un uomo avveduto che, meditando da lunga pezza un acquisto importante, ripone nel salvadanajo le economie giornaliere, egli accumulava gli odii, affinch, compiuta la somma, altro non gli rimanesse che metter mano all'impresa per averne certo successo.
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Dopo ci, le sue indagini, rientrando in un campo pi ristretto, lo conducevano a fare a s medesimo alcune interrogazioni. Chi mai dovr informare Agnesina della sua sciagura? con quali parole converr tessere la tristissima storia di quella notte? quali mezzi infine sar mestieri adoperare onde mettere al sicuro la donzella dalle conseguenze della disgrazia paterna?...
Erano chiare le dimande ed altretanto urgente il bisogno di rispondere. Invano invocava egli il ritorno di quelle lunghe ore notturne, consumate in una vuota aspettativa, in cui il tempo soverchiando le cure lo faceva presago di sventure ignote. Era mattino fatto; Agnesina non tarderebbe a venire da lui per la consueta visita. Che dirle? come parlarle?
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Cav fuori la lettera portata da Medicina, quasi che sperasse da quella un consiglio: come se ne attendesse una inspirazione. Ma lo scritto, nella sua forma esteriore, non diceva nulla: lo guard, lo riguard pi volte: esso era alquanto pesto e gualcito; ma conservava intatto il sigillo e nitido l'indirizzo.
Gli parve che fosse miglior cosa rimettere nelle mani d'Agnesina la lettera, e lasciare allo scritto la cura d'informarla degli avvenimenti. Erano le parole di suo padre; e chi, meglio di lui, avrebbe saputo trovare il linguaggio atto a scemare il colpo di una sventura s grande? Chi pi di lui, poteva accompagnarla di una piet efficace e confortante? Quest'idea per, che a prima giunta pareva l'unica e la pi saggia, a poco a poco andava perdendo i suoi pregi, e si spingeva torbida ed ambigua in mezzo ad un mare di incertezze e di sospetti.
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Gli parve inoltre che il rimettere nudamente quello scritto alla fanciulla, fosse quanto sostituirsi ad un venale messaggero; operar meno di quello che avrebbe fatto il pi negletto conoscente, o l'ultimo servo della casa. S'indispett con s medesimo d'avere accolto un'idea che gli poteva fruttare un'aggiunta di mali non meritata; e si pose di nuovo alla ricerca. Non and guari che gli si affacci un'altro partito egualmente semplice e per certo pi saggio: e il suo volto and incontro ad esso con un'aria sicura, come al vedere un'amico da cui s'aspetta soccorso.
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S: meglio , pensava, il chiamare Canziana, raccontar tutto a quella buona donna, ed affidare a lei la lettera e l'incarico d'istruire la fanciulla. Colei l'ama come se fosse suo sangue: non si rifiuter.  abbastanza destra per guidarla alla conoscenza del vero, senza precipitarvela di colpo;  donna pia, e sapr adoperare quelle parole che rialzano l'anima, e la rendono valida contro le umane sciagure. Alla peggio le aprir le braccia per accoglierla nel suo seno e pianger con lei: mentre al mio cospetto forse farebbe violenza a s, e sentirebbe aggravarsi il peso della sua disgrazia.
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Non  a far meraviglia che anche su ci il Conte poco dopo trovasse a ridire. La passione, che per rendersi pi autorevole assumeva l'aspetto di prudenza, lo guidava a dubitare della sagacia di Canziana quasi fosse pericoloso il fidare un tanto incarico all'improvida carit di una donna vulgare. Ma pensando alla fonte sospetta, da cui emanavano le sue paure, vergognavasi tosto d'averle concepite.
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Un sentimento pi nobile e disinteressato le combatteva, e riportava su di esso una completa vittoria. Promise d'affidare tutto alla governante: certo che la donzella, consapevole un giorno di quell'atto di rispetto, gli saprebbe grado d'averle risparmiato la pena di mostrarsi piangente dinanzi a lui. La donna ama seppellire nel mistero le proprie lacrime, qualunque ne sia la cagione;  questa la pi squisita esigenza del pudore muliebre.
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Fra tali ed altri simili riflessi, e nel proposito di non avere altro di mira che il bene di Agnesina, concluse con questa saggia verit: colui che negli interessi del proprio affetto, trae partito delle casuali circostanze per avvantaggiarlo, confessa d'esserne indegno.
Ma accadde questa volta ci che spesso suol essere, quando avvertiti di una vicina difficolt, ci facciamo ad incontrarla, studiando tutte le combinazioni possibili, e contraponendo a ciascuna di essa i dettami della pi scrupolosa prudenza. L'azzardo si compiace di sventare i nostri preparativi; esso ci affretta quell'incontro dove e quando meno vi si pensa; e noi ci troviamo sprovisti e nuovi in faccia agli eventi, come se fossimo stati improvidi e del tutto non curanti.
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I disegni del Conte si fondavano sulla certezza, che Agnesina, affatto ignara dell'accaduto, gli si presentasse colla calma dei giorni antecedenti. E chi infatti poteva pensare altrimenti?
Ma Agnesina, per un caso fortuito, aveva avuto sentore dell'arrivo di un messo da Milano, e sapeva che egli era stato accolto con grande sollecitudine, e con non minore secreto. Sapeva di pi che il medesimo era stato di nuovo spedito a Milano, di tutta fretta, e che se ne attendeva il ritorno prima dello spuntare del sole. Tutto ci la conduceva a conchiudere, esservi in aria un gran mistero. Ma come poteva ella dubitare che quel mistero racchiudesse una sventura? e perch quella sventura doveva essere riserbata a lei?
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Nulla invero esisteva di positivo che la trascinasse a cos mesti pensieri; ma tante piccole cose, che forse in altre circostanze sarebbero rimaste inosservate, per una speciale disposizione d'animo assumevano, in quel momento, l'importanza di un funesto presagio.
Contribuiva a ci lo stato d'incertezza nel quale il suo cuore si logorava; ora desioso d'aver consiglio e soccorso, or timoroso di chiederlo. Non sapeva definire qual nome meritasse il sentimento che la legava al suo ospite. Era un dolore; eppure ella lo accarezzava: traeva seco il diletto di una piacevolezza fortuita, e non andava disgiunto da un interno rodimento, quasi fosse una colpa.
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Due potenze opposte si disputavano l'impero della sua ragione; l'una la consigliava ad allontanarsi da colui, che le aveva tolta la pace: l'altra la riconduceva quasi involontariamente al suo cospetto, giacch la lontananza pareva costarle un dolore ancor pi acuto. Se alcuna volta mosse rimproveri a s, perch non sapesse obedire ai fatti proponimenti, non una, ma mille volte si giustific colla fatalit, che aveva condotto in sua casa un ospite tanto illustre, e che le imponeva di mostrarsi cortese ed onesta. Per quella lotta, per quanto sembrasse grave, diveniva puerile appena vi si frapponesse la memoria di suo padre.
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Le sembrava che un solo suo sguardo avrebbe sciolta ogni incertezza e ricondotta la calma al suo cuore. Sentiva che la sua inerzia sarebbe vinta facilmente, quando la leva motrice avesse un appoggio fuori della sua volont. Era questa come una barca senza remi, che, scendendo in bala di corrente viva ma sincera, pu essere trattenuta dal pi fragile sterpo.
Agnesina implorava dunque il ritorno del padre, come il rimedio certo a suoi mali. Ma suo padre non tornava; e quella insolita tardanza cominciava ad infonderle dei sospetti.
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Perch egli m'abbandona qui, tutta sola, in questo momento? pensava ella; perch non mi d notizia di s e del suo ritardo, come altre volte? Forse egli sa, che qui trovasi un ospite, e condanna quanto abbiam fatto per lui? Ma se egli disapprovasse la mia, la nostra condotta, tacerebbe egli forse? no: egli non suol essere avaro di franche parole con chi ha meritato i suoi rimproveri.
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Di questo suo vagare fra dolorose incertezze, non fece parola a Canziana; presentendo che una prima dichiarazione l'avrebbe indubiamente condotta ad altre intime confidenze. Solo non faceva mistero della sua profonda mestizia; e la buona governante, lontana dal farne meraviglia, credeva che la fanciulla fosse al par di lei inquieta soltanto per lo strano ritardo di suo padre. E quando Agnesina per rompere un lungo silenzio prese a parlare di lui, ed a deplorarne l'improvida assenza; allora la governante, che non aveva per natura l'animo inclinato a veder torbido, lieta di potersi far forte di un proverbio per consolarla, le diceva:
Le cattive nuove, o madonna, hanno le ali, e se fosse accaduto qualcosa di sinistro a messer Maffiolo, state certa che non ne sarebbe mancato a quest'ora il messaggero. Pare che il mondo ci mmmoli, nelle disgrazie.
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Non aveva finito di pronunciare queste parole quando la fante venne di corsa a riferire l'arrivo di Medicina. Timida per natura, ma abbastanza accorta, aveva traveduto in quell'inaspettato arrivo non il presagio ma l'esordio di un avvenimento sinistro. Credette ella d'aver scoperto sotto quell'abito da pellegrino la maschera di un ribaldo; non dubit, non discusse; vide cose nere, e corse di volo a darne parte a Canziana.
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Con quali colori ella dipingesse la persona arrivata, i suoi portamenti e le balde parole, non  facile ad imaginarsi. Lo sgomento apre la vena dei poetici concetti agli spiriti pi vulgari. Canziana, che pur non aveva l'animo inclinato al sospetto, contrasse, in tutta la sua intensit, il contagio della paura; la donzella non ne and esente. Questa ritorn a' suoi funesti presagi: quella, sulla fede delle sue stesse parole dette poco prima, ripeteva: ahim! le brutte nuove trovano presto il loro messaggero.
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Con tali disposizioni d'animo le due donne si coricarono; ma quale riposo potevano sperare? La governante, a cui l'et matura soleva rendere meno facile il sonno, la pass tutta quanta in sospiri e preghiere. Agnesina, dopo aver per qualche ora sofferta una gravezza che le toglieva il respiro, dopo aver tentato con una smania febrile ogni angolo del letto ed ogni postura, fin per addormentarsi.
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Ma il sonno non fu visitato dalle solite visioni dell'et sua: n tampoco rassomigli al muto sopore delle anime trambasciate, alle quali  supremo conforto il momentaneo oblo dei consueti dolori; fu il delirio e l'incubo dell'infermo, fu la vista di una scena orrenda e indescrivibile, dinanzi a cui sentiva d'essere trascinata a viva forza da una mano di ferro, che la stringeva alla gola, e la soffocava.
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Prov assai pi che l'orrore della morte, lo strazio cio di chi vuol morire, e non lo pu. Chiudeva gli occhi; e, suo malgrado, vedeva una danza oscena di spettri, aggomitolati tra loro come un gruppo di serpi; turava le orecchie, ed udiva il sibilo di quegli animali ed un ghigno di demonj e un eco lontano d'imprecazioni e bestemmie. Presiedeva alla treggenda un ceffo orribile colle guance floscie e pallide, la barba cuprea, due occhi infocati, e le labra atteggiate ad un sorriso beffardo.
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Quel fantasma sinistro, dinanzi a cui si piegavano riverenti tutte le impure emanazioni dell'inferno, aveva un aspetto non sconosciuto. La mente dell'assopita vagava cercando su qual viso ella incontr altra volta quel sogghigno infernale. Ah! non v'ha pi dubio; proruppe ella:  il ceffo di Barnab Visconti, il tiranno de' milanesi, il paterino, lo scomunicato.... Ma chi  colui, continu ella delirando, che  fatto ludibrio di quell'orgia?... egli ha volto sereno e tiene alto e tranquillo lo sguardo.... Chi  egli?... Un grido acuto accompagn la sua fatale scoperta: ella aveva ravvisato l'imagine di suo padre. Quel grido diede una scossa subitanea alla macchina intorpidita, e sciolse di colpo la catalessa. Agnesina fu subito sveglia, ma non s presto guarita dalle conseguenze di quella terribile visione.
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39.
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V'ha una specie d'incertezza smaniosa, incredula del bene, nemica d'ogni conforto. Invano la ragione tenta stringerla fra' suoi calcoli: essa ne rifugge, quasi fosse suo officio dispensar sempre il massimo dei dolori probabili, non accordar mai che il minimo delle probabili speranze.
Uscire dalle incertezze, checch si ottenga,  sempre un bene. Il perch, la povera Agnesina determin, non appena fosse in grado di reggersi, di andar dal conte e d'interrogarlo. Ma lo voleva; e non s presto le forze glielo consentivano. La crisi sofferta nella notte l'aveva affranta; era sparuta come chi risorge da malattia mortale; i suoi occhi brillavano di un fuoco febrile; una striscia livida ne accerchiava le orbite e si effundeva sulle sue guance, jeri soltanto s fresche e color di rosa.
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Canziana soffriva con lei, se non al par di lei; ma quale coraggio poteva infundere alla compagna, se non ne aveva punto per s? L'unico partito ragionevole era il far credere alla fanciulla che ella fosse fisicamente indisposta, e che i fantasmi della notte erano i sintomi di una malattia. Le tastava quindi ad ogni momento i polsi, e li riscontrava pi che mai agitati, intermittenti, febrili. La supplicava colle parole le pi affettuose a volere coricarsi di nuovo; e non si allontan se non quando la vide stesa sul letto, e la seppe desiderosa di riposo.
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Ma non ci voleva che la semplicit di Canziana per credere che la fanciulla tentasse di chiuder l'occhio. L'espressione di un tale desiderio serv ad Agnesina di pretesto, per essere sola, per raccogliere le proprie forze e correre, appena il potesse, dal conte.
Ora ci si domander: perch la donzella voleva parlare a lui, senza testimonj?
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Dubitava che la presenza di altra persona, quella in ispecie della governante, inducesse il conte ad essere meno veritiero. V'ha nel duro officio di annunciare la sventura una piet che il cuore preparato al male disconosce e chiama crudele. Quelle reticenze e quelle ambagi, che velano la verit, e ritardano lo sfogo completo del dolore, bench pietose, riescono intolerabili all'anime travagliate. Cos pensava Agnesina. Che se tra gli interessi del suo cuore, e la piena conoscenza dei fatti, esisteva un secreto, e per scoprirlo erano necessarie le preghiere, ella voleva essere sola per pregare con tutte le forze del suo cuore, per smovere la volont, fosse pur inflessibile, del conte.
Da ci si comprende come il piano di costui venisse rovesciato.
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Mentre l'affetto, trionfando della passione, gli imponeva di affidare ad altri il suo secreto, il caso lo rimetteva di nuovo nelle sue mani. Non appena ebbe deciso d'inviare persona per cercar di Canziana e pregarla a recarsi immediatamente da lui, vide entrare nella sua camera una donna pallida come uno spettro, e riconobbe in essa l'infelice Agnesina.
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Egli aveva dunque preveduto tutte le combinazioni possibili, meno una; e quell'unica si era verificata. Agnesina infatti non era venuta per udire, s bene per interrogare.
Signore, esclam la donzella, avvicinandosi al conte, che non sapeva staccare l'occhio attonito da lei, vi fa piet il mio aspetto?
Il conte levandosi da sedere si fece incontro a lei, e pigliandola con rispettosa cortesia per una mano, la condusse vicino a s, e la f sedere rimpetto.
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Non so negarvi, o fanciulla, che mi sembrate abbattuta come se una terribile sventura pesasse gi sul vostro capo.
Oh se sapeste che notte ho passato! Dicesi che nei sogni ci viene talvolta sollevato il velo, che ricopre il futuro.
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E che perci? Che temete?
 un mistero il mio terrore. Io temo, e non so di che.
Un'allucinazione funesta si fa gioco di voi. Tornate alla vostra incredulit; non prestate fede a larve menzognere.
Questa larva non  scomparsa alla luce del giorno. La mia visione continua, e s'innesta coi fatti, che qui succedono. Non  egli vero, che un messo da Milano vi port notizie assai gravi della citt?
Come lo sapete voi?
Siate generoso o signore, e promettetemi di rispondere ad una sola inchiesta.
Dite.
Quando quel messo ritorn da Milano non vi rifer cosa alcuna che riguardasse me o la mia casa?...
Fanciulla, soggiunse gravemente il conte, non vi affaticate a frugare in ogni recesso della vostra mente, per trovarvi pascolo a dolorosi sospetti. Credete, che la creatura la pi felice non rinviene da tale esame, senza avere trovato in s il germe di un futuro dolore. Guai se lo scopre: gli  come avviarlo ad uno sviluppo....
Dunque dovr io dire a me stessa: rallegrati o insensata....
Povera fanciulla!... pens il conte, chi oser attraversare i providi disegni di Dio, che volle prepararti ad una sventura? Poi soggiunse ad alta voce: Se quel avviso viene di lass non sar menzognero. Io rispetter il vostro dolore, e sar dove voi siete, per soffrire con voi o per vendicarvi.
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Ricordatevi, che non avete ancora tenuta la vostra promessa.
Solo io posso ripetervi, che voglio essere con voi. Il mio silenzio non  egli abbastanza eloquente?
La sventura  dunque certa, disse Agnesina con un accoramento indescrivibile. Udite il resto del profetico sogno. L'ira del signore di Milano cadde sull'infelice mio genitore. Travolto forse nelle tenebre di una accusa secreta, il povero padre mio langue in un carcere. O signore, soggiunse ella, levandosi da sedere, ed avvicinandosi al conte quasi volesse inginocchiarsi dinanzi a lui; voi potete ancora salvarlo; il nemico di mio padre  vostro zio. Una parola vostra....
Non mi pregate di ci.
Voi dunque saprete impedire una sciagura chiese Agnesina con ansia mortale.
Non rispose il conte: ma croll il capo. Agnesina comprese il significato di quel cenno, s'ascose il volto tra le mani, ed ammutol. L'unico sintomo del suo turbamento era un respiro affannoso e convulso.
Agnesina, disse il conte avvicinandosi a lei e ponendole leggermente la mano su di una spalla per iscuoterla dal suo letargo; vi  ancora un mistero. Voi, che faceste dell'incertezza il vostro martirio, raccogliete le forze per strapparvi dagli occhi la benda, e veder tutto il vero nella sua dolorosa nudit.
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Agnesina rialz il capo, e stette in attenzione. Il conte prosegu:
Tutti e due abbiamo bisogno di coraggio e in dir ci si tolse sotto l'abito la lettera, e gliela porse voi per leggere questo scritto; io per assistere alla vostra lettura e per vedervi soffrire.
Agnesina, nel ricevere quel foglio dalle mani del conte, forse non ne intese le parole, tanta fu repentina e piacevole la commozione che prov alla vista dei caratteri di suo padre. Si ridest infatti dal suo cupo letargo; una leggiera tinta incarnata le si diffuse sulle gote; e l'occhio gi arido ed acceso si vel di una lacrima.
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Lesse la soprascritta, e la baci: rotto poscia il sigillo, dispieg il foglio. Forse nel percorrerlo rapidamente, ravvisandolo vergato in tutta la sua lunghezza dalla mano di suo padre, se ne consol, pensando che il linguaggio della sventura suol essere pi breve. Ma quando, chinata sul foglio, stava per incominciarne la lettura, un improviso singhiozzo le si sprigion dal petto, e le aperse le vie del pianto. Le fu impossibile il leggere, perch l'occhio era acciecato dalle lacrime. Smaniosa di ascoltare la voce di suo padre, pi volte comand a s stessa d'essere forte e di desistere dal pianto. Ogni buon volere fu vano.
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Il conte avrebbe pur voluto trovare una parola per far coraggio alla desolata; ma v'ha parola che eguagli la consolazione del piangere? Ritto sulla persona, egli le stava dinanzi ammirando quella bellissima testa mollemente inclinata, come il fiore sullo stelo percosso dalla gragnuola. Bench dominato da una commozione profonda e affatto nuova, egli fruiva del libero uso dei sensi, per ammirare le squisite bellezze di quella creatura. Non sfuggiva a' suoi sguardi il tesoro di due brune e ricchissime treccie, che dalla fronte verginale le piovevano alquanto indisciplinate lungo il collo e sulle spalle; velandone in alcuna parte il candore, in altre aggiungendo rilievo alla morbidezza e trasparenza delle carni. Ammirava quel profilo emulo delle opere d'arte, con che lo scalpello pagano tradusse l'ideale perfezione della divinit.
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Il dolore non aveva involato alcun pregio a quel volto: il pianto era negli occhi e nell'anima, non nelle fattezze. Ma la piet cangiava l'estasi dei sensi in culto del cuore. Agnesina non era soltanto per chi la guardava la leggiadra donzella, che sparge intorno a s il profumo della giovent e della bellezza; era la donna, che si rialza altera ed imponente, come il simulacro del dolore, dinanzi al quale ogni senso ribelle  soggiogato, e si inchina riverente anche un cuore di marmo. Quella piet religiosa, che stringeva vieppi i legami fra il conte e la sua diletta, non era dunque soltanto l'eco fuggevole di un sentimento compreso e diviso; ma diveniva il proposito d'operare a pro di essa, anche a costo d'esserne disconosciuto. Unica e vera testimonianza d'amore; ogni altra per quanto grande e solenne, pu essere nulla pi che larvato egoismo. Chi vuol sapere se ama davvero, s'interroghi cos: sarei io pronto a divorarmi in secreto, per tutta la vita, i miei affetti, se la felicit di colei che io amo lo richiedesse?... Quando egli senta di poter rispondere affermativamente, vada superbo del proprio cuore.
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Fu difatto dietro consigli di un s nobile disinteresse, che il conte ebbe coraggio di far violenza al pianto d'Agnesina. Egli le tolse di mano lo scritto ormai inzuppato di lacrime; ed a costo di vederla levarsi indispettita contro di lui, volle egli stesso farsene l'interprete e leggerla al suo cospetto. Ci parr troppo ardito e, pi che ardito, scortese: lo sia pure; ma era saggia cosa l'affrettarle la conoscenza di quelle parole probabilmente gravissime, intantoch la desolata aveva ancora un conforto nel facile pianto. Quando il dolore giunge a tal grado d'intensit da produrre il delirio, il piangere pu dirsi una crisi salutare.
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Agnesina, le disse poi con accento commosso, chiamatemi crudele, ma siate generosa e mi perdonate. Se voi aveste un fratello, ed ei si trovasse al mio posto, non opererebbe altrimenti. Voi non siete in istato di leggere quello scritto; ma  necessario che le parole di vostro padre, che (ed accentu la frase) forse sono le ultime a voi indirizzate, sieno da voi intese senza ritardo. Mi concedete la facolt di leggere questa lettera?
Agnesina, singhiozzando, rispose, o meglio accenn di s.
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FINE Parte 1.